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Non perdiamo la pluralità dell’ebraismo italiano

Anna Segre dirige da 12 anni Ha Keillah, dove lavora dal 1992. In questa intervista ci dà il suo punto di vista sull’ebraismo italiano, e sul ruolo che esso può e deve giocare nella società oggi

Anna, da quanti anni dirigi Ha Keillah?

Di fatto dal settembre 2010, anche se nei primi due anni, non essendo ancora pubblicista, non avevo il ruolo ufficiale di direttrice responsabile (che, dopo le dimissioni del precedente direttore, David Sorani, era stato affidato a Vicky Franzinetti). Due cifre tonde: sono direttrice responsabile da dieci anni e sono in redazione da trenta, cioè dal settembre 1992, quando sono tornata a vivere stabilmente a Torino dopo un triennio parzialmente romano per motivi di lavoro di mio padre. Posso dire che la mia carriera di giornalista amatoriale (mi definirei così, dato che in realtà sono un’insegnante di lettere) è iniziata a Roma: in quel triennio sono stata redattrice e poi direttrice di Ha Tikwà, organo della Federazione Giovanile Ebraica d’Italia.

Ogni giornale si caratterizza per una sua voce e un suo pubblico: qual è stata la voce di Ha Keillah in tutti questi anni, e a quale pubblico si rivolge?

la sinagoga di Torino

Ha Keillah è l’organo del Gruppo di Studi Ebraici di Torino, di orientamento progressista (nel senso di sinistra). Il giornale è nato nel 1975 per dare voce a quella che allora era una minoranza nel Consiglio della Comunità ebraica (il GSE è poi diventato maggioranza dal 1981 al 2007 e dal 2015 partecipa a una gestione condivisa della Comunità), ma fin dall’inizio non si è occupato solo delle vicende comunitarie torinesi. C’è sempre stata attenzione a Israele, alla politica italiana, all’Ucei, alla memoria della Shoah, alla storia degli ebrei in Italia, e in particolare in Piemonte, a libri, film, mostre e a molto altro. Fin dall’inizio hanno occupato uno spazio rilevante le discussioni e riflessioni su pensiero ebraico, Torà, halakhà, ecc.; nel corso degli anni abbiamo avuto il piacere di ospitare i contributi di molti rabbini, principalmente di Torino, ma non solo.

Dunque il tuo è un giornale legato a un territorio preciso?

No, con il tempo il giornale è uscito dall’ambito torinese, conquistando lettori in altre Comunità ebraiche italiane e anche in Israele e altrove, ed ha avuto un ruolo da protagonista nell’ambito dell’ebraismo italiano, essendo percepito in qualche modo come il giornale degli ebrei progressisti (o di sinistra, o come li vogliamo definire) in Italia. È significativo notare che in alcune occasioni negli anni ’90 e nei primi anni 2000 sono nate liste di candidati per i congressi dell’Ucei che avevano “Keillah” nel proprio nome. Inoltre dal 2002 Ha Keillah è online e quindi visibile potenzialmente da chiunque, grande responsabilità di cui siamo consapevoli. Ancora oggi il nucleo più consistente di lettori è a Torino e c’è un’attenzione particolare alle vicende della locale Comunità ebraica, ma il nostro obiettivo, soprattutto negli ultimi anni, è “detorinesizzarci” (abbiamo recentemente lanciato un appello in questo senso, e abbiamo attualmente un redattore che vive a Roma).

lo skyline di Torino

Dal tuo punto di osservazione immagino che in tanti anni ti sarai fatta anche un’idea sull’ebraismo italiano. Innanzitutto, quando hai iniziato a dirigere il giornale com’era la situazione?

Come dicevo, dirigo Ha Keillah solo da dodici anni, che sono relativamente pochi. Più interessante il confronto con la situazione di venti o trent’anni fa, quando ho avuto anche occasione di conoscere più da vicino l’ebraismo romano e l’Ucei, di cui i miei genitori sono stati entrambi Consiglieri tra gli anni ’90 e i primi anni 2000; in particolare ho vissuto da vicino l’esperienza di mia madre che si occupava del bilancio: prima dell’8 per mille l’Unione dipendeva dai contributi delle Comunità che arrivavano con il contagocce, non avrebbe potuto permettersi propri organi di informazione come ci sono oggi e molte altre iniziative culturali, di cui allora già si parlava ma che apparivano come progetti un po’ utopistici. In compenso mi pare che il coinvolgimento dei singoli, in particolare nelle piccole e medie Comunità, nella vita dell’Unione fosse più attivo, ma riconosco che potrebbe essere un’impressione errata basata solo sulla mia esperienza personale.

E oggi? Ritieni che ci siamo rafforzati o indeboliti? In altre parole, quali sono i punti di forza e quelli di debolezza dell’ebraismo italiano, oggi?

un momento dei lavori del consiglio UCEI

Personalmente sono sempre stata una paladina del modello italiano di ebraismo unitario, formalmente ortodosso ma in grado di accogliere tutti. So che questo modello crea molti problemi e non sono sicura che sarà possibile salvarlo ma le alternative non mi convincono: siamo troppo pochi per permetterci di dividerci. Nonostante tutto credo che questo modello sia un punto di forza, anche se richiede compromessi che non tutti sono disposti a fare. La nostra debolezza sta nei piccoli numeri ma anche nella nostra litigiosità, e in particolare nell’incapacità da parte di molti di rispettare le opinioni altrui.

Cosa intendi?

La giunta UCEI (di cui fa parte anche rav Momigliano)

È importante che gli ebrei delle diverse Comunità si parlino tra di loro: spesso, a meno che non abbiano parenti stretti in altre città, sanno pochissimo gli uni degli altri, e questo è un peccato. Ho accennato prima agli organi di informazione dell’Ucei; devo dire che ho vissuto la nascita di Pagine ebraiche e di Moked come la realizzazione di un sogno: non più tanti piccoli giornali comunitari o legati a singole organizzazioni ebraiche ma uno spazio comune di confronto tra tutti gli ebrei italiani; e sono stata molto onorata che mi sia stato permesso di partecipare a questa avventura con alcuni articoli su Pagine ebraiche e uno spazio settimanale su Moked. Purtroppo con il tempo la rosa dei collaboratori si è ristretta e la varietà di opinioni che c’era all’inizio è venuta meno. Io stessa tendo ad autocensurarmi quando scrivo per Moked: ho uno stile da Ha Keillah e uno stile da Moked, e non solo per la diversa dimensione degli articoli. In parte è giusto che cerchiamo di fare uno sforzo di chiarificazione quando ci rivolgiamo a persone con opinioni diverse dalle nostre, e che impariamo a non dare per scontate cose che non sono scontate per tutti. Ma ci sono anche argomenti che semplicemente rinuncio a trattare, e non dovrebbe essere così. All’inizio pensavo che con la nascita di Pagine ebraiche un giornale come Ha Keillah fosse divenuto superfluo ma ora vedo che invece è ancora necessario.

E quanto all’Ucei, in particolare?

un’immagine dell’ultimo consiglio Ucei, tenuto lo scorso 3 luglio. Il prossimo consiglio sarà convocato in occasione degli stati gnerali dell’Uninoe, a novembre

Con il nuovo statuto dell’Ucei il ruolo delle Comunità medie e piccole è stato indubbiamente mortificato: Torino, per esempio, era abituata ad avere due o tre Consiglieri dell’Unione su quindici, adesso per statuto non può averne più di uno su cinquanta (per circa 800 iscritti, in proporzione siamo rappresentati non solo meno delle Comunità più piccole ma anche meno di Roma e Milano; onestamente non mi sembra giusto). Posso dirti che oggi gli ebrei torinesi non sanno assolutamente nulla di quello che succede all’Ucei, e credo che anche in altre Comunità medie e piccole accada lo stesso: non abbiamo più le elezioni per liste, ogni Comunità manda il suo rappresentante e non c’è più alcun tipo di dibattito. Questo non mi sembra un bene. Potrebbe essere forse utile se almeno servisse a litigare un po’ meno, ma vedo che non è così, anzi: si possono avere opinioni diverse e rispettarsi come persone (e in passato accadeva spesso), ma quando le idee appaiono tutte simili le campagne elettorali finiscono per fondarsi solo sulla denigrazione degli avversari.

Storicamente, si tende a ritenere che la comunità di Torino, nel panorama nazionale, sia quella più impegnata politicamente, con un netto orientamento progressista. Non a caso, durante il fascismo, il regime avviò la campagna antisemita arrestando un gruppo di ebrei torinesi. È una lettura corretta? Ed è ancora così?

Leone Ginzburg (1909-1944), ebreo russo naturalizzato italiano, arrestato a Rorino dalla polizia fascista

A me pare una lettura corretta. Naturalmente nessuno può dire con esattezza quanti ebrei votano questo o quel partito ma l’impressione che ricavo dai discorsi che si ascoltano e dalle attività culturali che si organizzano in Comunità è in effetti quella di un orientamento progressista prevalente. Nei momenti di grande litigiosità che hanno lacerato la Comunità una decina di anni fa mi aveva colpito una sorta di gara tra i due gruppi rivali (o, per lo meno, tra alcuni loro membri, perché in realtà c’era una certa trasversalità in entrambi) a dichiararsi progressisti e accusare gli avversari di non esserlo. Quello che certamente si può dire è che a Torino ci sono state personalità importanti dell’antifascismo (giustamente hai ricordato gli arresti del 1934, anche se non possiamo dimenticare che per reazione a Torino era nato poi anche un giornale ebraico fascista), della Resistenza e poi della politica italiana; basti ricordare Umberto Terracini, che è stato Presidente dell’Assemblea Costituente, o Rita Montagnana, una delle poche donne elette in quell’assemblea; in anni più recenti sono stati deputati anche Giorgina Levi, che sarà poi la prima direttrice di Ha Keillah, e Silvio Ortona, che del nostro giornale diventerà uno dei collaboratori più assidui. Non è detto, però, che questi nomi (tutti del PCI, ma credo sia un caso) siano la prova di un orientamento generale degli ebrei torinesi.

Umberto Terracini (1895-1983), ebreo piemontese, fu partigiano e presidente dell’Assemblea costituente, eletto nel PCI

A proposito di regime e di libertà: durante l’ultima campagna elettorale si è affacciato più volte il tema del pericolo per la democrazia. Ora che gli italiani si sono espressi, tu vedi un pericolo di questo tipo?

Sì. Non credo che tornerà il fascismo con l’olio di ricino e il manganello, ma questo, a mio parere, non significa che non ci siano motivi per preoccuparsi. In particolare in quanto insegnante mi chiedo se sarà ancora considerato doveroso parlare ai ragazzi di cosa è stato il fascismo e del male che ha fatto all’Italia, o se invece in qualche modo verremo più o meno esplicitamente ostacolati, scoraggiati, o accusati di essere “di parte” se diciamo mezza parola di troppo. E cosa ne sarà del 25 aprile? E della Giornata della Memoria? Personalmente non capisco come potremmo mettere sullo stesso piano chi andava a caccia dei nostri genitori e nonni per avviarli allo sterminio (o chi si proclama erede dell’ideologia di chi dava loro la caccia, che forse è ancora peggio, perché oggi nessuno può dire di non sapere cosa è stata la Shoah) e chi li aiutava e difendeva. E poi, forse, c’è da temere per la laicità della scuola pubblica e delle istituzioni. E che idea ha della democrazia chi proclama che un leader che è stato votato dalla maggioranza dei cittadini ha il diritto di fare quello che gli pare, compreso soffocare tutte le voci di opposizione? Anche questo (cioè il sostegno a Orban e il modo in cui è stato giustificato) non è propriamente tranquillizzante. Naturalmente sarei ben contenta di sbagliarmi, ma credo sia bene stare in guardia.

Torniamo al giornale. Dopo tanti anni, prevale più l’entusiasmo o la fatica di dirigere una testata ormai storica dell’ebraismo italiano?

Giorgina Arian Levi (1910-2011)

Confesso che prevale la fatica, anche perché non sempre riesco a conciliare tutte le cose da fare nel giornale con i miei impegni lavorativi; infatti dopo aver mandato in stampa il numero di luglio ho smesso di occuparmi degli aspetti organizzativi, che sono passati, almeno per il momento, nelle mani di Bruna Laudi, Presidente del Gruppo di Studi Ebraici. Penso che sarebbe una buona cosa se il giornale passasse in mani più giovani ed entusiaste delle mia, e, in generale, se il giornale potesse avere più lettori e collaboratori, in particolare giovani. La prima direttrice, Giorgina Arian Levi, che ho menzionato prima, è stata direttrice di Ha Keillah per 12 anni; io ho appena completato il mio dodicesimo anno: lo leggo come un segno.

Progetti per il futuro?

Mi piacerebbe scrivere per lettori diversi dai soliti, e quindi sarebbe interessante collaborare con altri giornali ebraici italiani. E poi, anche se so che è quasi impossibile continuo a coltivare il sogno di un giornale che possa essere la casa comune di tutti gli ebrei italiani (o, almeno di tutti gli ebrei diciamo progressisti). L’attuale ricchezza di testate (a proposito: Riflessi mi piace molto, complimenti!) è senza dubbio un segno di vivacità e pluralismo dell’ebraismo italiano ma implica anche un dispendio di energie che forse potremmo impiegare in modo più utile e soddisfacente per noi.

Per la serie “Donne del mondo ebraico”, leggi anche:

Edith Bruck

Evelina Meghnagi

Miriam Camerini

Simonetta Della Seta

Celeste Piperno Pavoncello

Nathania Zevi

Rotem Fadlon

Laura Raccah

Myriam Silvera

Silvia Nacamulli

Clotilde Piperno Pontecorvo

Daniela Abravanel

Linda Laura Sabbadini

Lia Levi

Anna Foa

Fiona Diwan

Micaela Procaccia

Angelica Calo Livne

Adachiara Zevi

Miriam Meghnagi

Elèna Mortara

Bice Migliau

Annie Sacerdoti

Adriana Torre Ottolenghi

Noemi Di Segni

Livia Ottolenghi

Liliana Picciotto

Elena Loewenthal

Karen Di Porto

Pacifica Di Castro e Sara Copio Sullam

Gloria Arbib

Sara Cividalli

Giuliana Piperno Beer Paserman z’l’

Miriam Haiun

Natalia Indrimi

Paola Fano Modigliani, z’l’

Andrèe Ruth Shammah

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