Porto in scena la mia anima ebraica

Miriam Camerini da anni rappresenta, cantando e recitando, la tradizione ebraica italiana nel mondo. A Riflessi racconta un pò della sua vita e dei suoi prossimi progetti; compreso quello di diventare rabbino

Miriam, oggi sei forse una degli artisti del mondo ebraico italiano più impegnati all’estero.

Forse hai ragione. Sono appena tornata da Weimar, a un festival di musica klezmer e cultura yiddish. Sono nata a Gerusalemme e cresciuta a Milano, sento molto fortemente l’appartenenza all’Europa, più che all’Italia, e sono attratta soprattutto dall’Europa orientale e centrale, dai Balcani, dall’Asia minore e centrale: ho viaggiato in cerca di suoni e suggestioni letterarie sulla Transiberiana fino a Birobizhan, la regione che Stalin aveva “regalato” agli ebrei, ho seguito le orme de La Cotogna di Istanbul di Paolo Rumiz da Vienna a Sarajevo a Istanbul, sempre in treno, per appuntare idee, scrivere testi, registrare suoni e voci, odori e cibi. Viaggiare è uno dei miei modi di fare arte, da sempre.

La tua vita artistica è molto eclettica e varia. Ci puoi raccontare in breve come ti sei formata come artista?

Il teatro e la musica sono parte della mia vita da quando sono nata: mia madre ha sempre cantato nei teatri d’Opera, come corista; mia zia Mara Cantoni è stata autrice e regista di Dalla sabbia, dal tempo, Dybbuk e Ballata di fine millennio, ossia i primi spettacoli dedicati alla cultura ebraica ashkenazita, yiddish e mitteleuropea nell’Italia degli anni ’80 e ’90, quelli che hanno reso celebre Moni Ovadia, che in essi recitava e cantava. Da bambina e da ragazza ho assistito a quel lavoro, alle prove, alle “prime”, alle repliche: sedevo in teatro o nei capannoni gelidi in cui provavano Moni, Mara e la loro TheaterOrchestra per ore e ore, immaginandomi non tanto al posto degli attori, quanto a quello della regista. Ho sempre voluto dire agli altri che cosa fare, avere la responsabilità dell’intero risultato, di tutto il lavoro. Cultura ebraica e teatro sono dunque da sempre imprescindibili per me l’uno dall’altro: fin da piccola, il “mio” teatro era “ebraico”. Che cosa questo dovesse significare ho impiegato poi i successivi venti anni della mia vita a scoprirlo, e in qualche modo ci sto ancora lavorando. Ho lavorato come assistente, soprattutto nell’Opera lirica, con registi – estranei al mondo ebraico – che mi hanno insegnato tantissimo e aiutata a trovare la mia strada: Cesare Lievi e Lorenzo Arruga in particolare. Ho frequentato la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi a Milano e un Master in Studi teatrali all’Università ebraica di Gerusalemme, ma l’apprendimento vero viene dalla pratica: le scuole servono soprattutto a conoscere persone e testi ed esperienze, acquisire un bagaglio di conoscenze, farsi “dotti”.

Miriam Camerini in “Lo shabbat di tutti” (Foto © Luca Piva 2015)

Sei autrice di testi, sei attrice, ma anche cantante, e da ultimo insegnante, o comunque divulgatrice di cultura ebraica. Cosa unisce le tante anime del tuo percorso artistico?

Certamente la mia identità ebraica è in ognuna di esse; non è una scelta, succede e basta. Ogni volta che realizzo un progetto, l’approccio ebraico emerge. Se scelgo dei soggetti, sono ebraici. Ma anche quando mi è capitato di essere invitata a realizzare dei progetti diversi – come, ad esempio, di recente con Il flauto magico di Mozart, la mia lettura è comunque basata sul midrash: sullo studio dei testi biblici e rabbinici. In questo momento sento che le tre parole che maggiormente definiscono me, e di riflesso tutto il mio lavoro artistico, sono: ebrea, donna, europea. Europea significa per me anche “diasporica”, ossia molto più interpellata dal “goles”, dall’esilio, che non da Israele, al quale sono comunque legata – se non altro – dalla cittadinanza, dal fatto di esserci nata, ma con il quale sento una difficoltà dolorosa a rapportarmi. La storia ebraica che sento mia è quella intrecciata agli altri popoli, da sempre errante. Molti dei miei lavori esplorano il dolore e la fatica di questa relazione: Golem, Chouchani, la mia storia del Bund: Messia e Rivoluzione e il monologo dedicato alla poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler: Il Mare in valigia sono tutti spettacoli che indagano il rapporto tra ebrei, diaspora e terra d’Israele in maniera decisamente non appiattita sul sionismo politico. L’altro grande tema – inflazionato nella rappresentazione dell’ebraismo dei nostri decenni – è quello della Shoah: anche da esso cerco da sempre di tenere un po’ di distanza.

Noti una differenza tra un pubblico ebraico e uno non ebraico?

A dire la verità non molta. Oggi ci sono molti non ebrei che sono interessati alla cultura ebraica, di solito ai miei spettacoli vengono persone che hanno già un interesse specifico, che in qualche modo sono preparate sul tema, e desiderose di saperne di più: penso che sia un grande privilegio il “tempo che ci è stato dato in sorte”, per parafrasare Primo Levi; viviamo anni miracolosi, in cui essere ebrei è una fortuna e una gioia invece che una fatica, un pericolo e una difficoltà come in passato.

Come credi che l’ebraismo italiano sia visto dal resto del mondo ebraico? E noi, come vediamo il resto del mondo?

Dipende: sono stata a Weimar oltre un mese, è un festival fondamentalmente di musica Klezmer, poi cresciuto negli ultimi 20 anni, fino a diventare un festival di musica ebraica con influenze anche del Medio Oriente. Quest’anno ho svolto qui un corso di ebraismo, che evidenzia i riferimenti biblici e liturgici nella musica suonata, a volte sconosciuti anche a chi la esegue. Mi è capitato di avere varie conversazioni con musicisti importanti di cultura yiddish, ashkenazita, i quali cercano di scoprire qualcosa di più sul mondo musicale, culturale, teatrale ebraico-italiano: tra l’altro i primi testi di letteratura yiddish “non religiosa” sono stati stampati proprio a Venezia, nel ‘500. In sintesi, direi che c’è interesse per la cultura ebraica italiana, ma poche persone veramente esperte a cui chiederla. In Italia c’è Enrico Fink, ad esempio. Negli Usa c’è il musicologo Francesco Spagnolo. Per quanto riguarda invece il nostro modo di vedere il resto del mondo, direi che la società ebraica italiana è il riflesso del nostro paese: siamo piuttosto esterofili e un po’ provinciali. Spesso avvertiamo un complesso di inferiorità. Anche sul piano religioso, purtroppo, perché in realtà l’ebraismo italiano ha una storia gloriosa e personalità importantissime, spesso più conosciute all’estero che non da noi, mentre invece si rifà continuamente a Israele.

So che studi per diventare rabbino. Mi vuoi parlare del percorso che stai facendo?

Sono ormai più di dieci anni che nel mondo anglosassone e in Israele esistono scuole ortodosse che preparano le donne al rabbinato, in cui si fanno gli stessi corsi e gli stessi esami di quelli per gli uomini, visto che non c’è un divieto halakico che proibisca a una donna di acquisire il titolo di rabbino/a. A New York – per esempio – c’è da anni una scuola del genere, che si chiama Maharat: è stata la prima, solo per donne. Ovviamente si tratta di scuole che operano dentro il mondo modern-orthodox, non nella comunità haredì/ultra-ortodossa. Io frequento da 3 anni il Beit-Midrash Har’El, una scuola mista, di Gerusalemme, aperta a donne e uomini, fondata 5 anni fa dal Rav Herzl Hefter, di New York, che ha insegnato alla Yeshiva University e a Gush Etzion, allievo di rav Soloveitchik, un rabbino modern-orthodox, o – secondo la definizione israeliana – “sionista religioso”.

Anche tenendo conto di questo percorso, e contando il fatto della tua lunga esperienza all’estero, che impressione hai dell’ebraismo italiano?

Credo che le strutture comunitarie non siano sempre in grado di soddisfare i reali bisogni e desideri delle persone, soprattutto da un punto di vista religioso, culturale e spirituale: molto spesso è come se i rabbini italiani dicessero: “Se vuoi l’ebraismo, è come dico io, come te lo insegno io, se no sei fuori”. Mi sembra che nel nostro mondo ci siano molte persone che vorrebbero trovare un “luogo” e un modo dove esprimere la propria ebraicità, e che questo non sempre sia possibile, o facile. Credo invece che ci possano essere modi diversi, non concorrenziali, per vivere la propria appartenenza all’ebraismo, o il proprio desiderio verso di esso. Insegnare i testi, rendere le persone in grado di studiare, apprendere, conoscere, decidere, scegliere e pensare, coinvolgerle in esperienze anche semplici ma significative e comprensibili, come una cena di Shabbat o un seder di Pesach, è una delle cose che cerco di fare, che sento come la mia missione di ebrea “consapevole”, di donna, di artista, di forse futura rabbina. Andrei in questa direzione.

Che effetti ha avuto il Covid sul tuo percorso d’artista?

il Golem

È stato un tempo anche molto bello, perché mi ha dato maggior spazio per far le cose; è stato un tempo creativo. Ho unito performances artistiche, da remoto, a momenti di studio. Ho lavorato ad esempio con il Centro culturale Primo Levi di Genova, che mi ha commissionato un video a settimana, per mesi, in cui ho affrontato questioni legate all’arte e alla cultura ebraica, come i miti del Dybbuk e del Golem, per poi passare a 12 lezioni talmudiche, a una serie sulle ricorrenze ebraiche e una sui personaggi biblici, ancora in corso: tutto è su Youtube e sulla pagina FB del Primo Levi, a disposizione di chi vuole. Sono potuta andare in Israele, trascorrere tutta la II parte dell’anno nella mia yeshivah, a inizio pandemia ero invece in Canada, immersa nel mondo yiddish di Montreal, ancora vivo e attivo, e in compagnia (letteraria) del grande narratore del Québec ebraico Mordecai Richler. Da giugno a oggi sono tornata, come molti, a suonare e recitare anche dal vivo: il rapporto con il pubblico e con i compagni di scena è insostituibile, una gioia unica come la cena del dopo-spettacolo per smaltire l’adrenalina prima di tornare in albergo: piaceri che esistono solo dal vivo; vorrei però che si mantenessero anche le pratiche utili che in questo anno e mezzo abbiamo imparato: io non dormivo tanto dai tempi del liceo, credo. Il silenzio, la solitudine, la concentrazione: è stato bello.

Stai lavorando a un nuovo progetto, oggi?

Il lavoro sulla musica degli ebrei italiani mi sta appassionando: vedremo se diventerà un nuovo concerto. La Cotogna di Istanbul di Rumiz è un lavoro che mi insegue da quando ho letto il libro la prima volta, oramai sette anni fa, e credo che dovrà avere a che fare con l’Europa e con i treni, quindi meglio ripensarci quando viaggiare tornerà facile. Sul Bund voglio continuare a fare ricerca, così come sulle “voci di donne”, cui ho già dedicato un primo esperimento pre-pandemia. Infine il filone su cibo e seduzione, che parte dalla Bibbia e arriva a uno spettacolo nuovo, di musica e narrazione, si accompagna bene al mio libro dedicato a cibo e religione, Ricette e Precetti (con illustrazioni di Jean Blanchaert, ricette di Labna.it e prefazione di Rumiz, Giuntina 2019, n.d.r.), che sarà tradotto in tedesco e pubblicato in Germania nel 2022. Vedremo.

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3 risposte

  1. carissima mia Miriam
    ho letto con gioa il percorso della tua vita
    נולדת בירושלים
    אני מקווה שירושלים תדע לגמול לך ולהיות מספיק מושכת בשבילך
    שתוכלי גם לפעול בתוכה ומתוכה
    אני מבין שכעת זה לא ניתן
    את גילית לי אומנם את הדברים הטובים שיש בירושלים ושאני לא הכרתי
    אני עדיין מחכה שתגידי לי שמות של קהילה של צעירים איטלקים בירושלים
    ואולי בתקופות לימודייך בירושלים שיישאר פסק זמן לזקן חסר אונים וריכוז
    אבל מחכה לחיזוק ממך

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