Abbiamo un patrimonio ricchissimo da tutelare

Annie Sacerdoti, una vita spesa per tutelare il patrimonio culturale dell’ebraismo italiano, racconta a Riflessi i suoi anni napoletani, quelli alla fondazione beni ebraici il suo impegno attuale

Dottoressa Sacerdoti, lei da sempre si interessa alla tutela del patrimonio artistico dell’ebraismo italiano. Comincerei allora col chiederle a quale parte dell’Italia ebraica appartiene.

Appartengo a una famiglia proveniente dalla comunità di Napoli. Mio padre, Enrico, era infatti un ebreo napoletano, mentre mia madre, Wanda Finzi, era di Torino. Mio padre aveva studiato a Torino e così si erano conosciuti, poi si trasferirono a Napoli nel 1937, subito dopo il matrimonio.

Il 1937 è l’anno primo delle leggi razziali.

Sì. Proprio a seguito delle leggi razziali, gli uomini della comunità di Napoli, fino all’età di 30 anni, vennero mandati ai lavori coatti in un paese del casertano, Tora e Piccilli, poco distante dal monastero di Monte Cassino. Nell’autunno del 1942 mio padre andò lì con una trentina di uomini, e siccome era una zona ritenuta tranquilla, agricola, anche le famiglie si traferirono lì, pensando tra l’altro di potere avere più cibo e più sicurezza dalla guerra. In effetti il paese accolse queste famiglie, proteggendole dai tedeschi, senza mai rivelare loro reale identità; successivamente so che il paese ebbe una medaglia al valore, proprio per l’aiuto dato agli ebrei.

Lei è nata dopo la guerra?

Tora e Piccilli

Durante! Mia madre, che di nascosto la sera sentiva radio Londra, venne arrestata e portata in carcere mentre era incinta di me. Nel frattempo – era dopo l’8 settembre del 1943 – gli uomini, all’arrivo dei tedeschi, lasciarono Tora e Piccilli e scapparono verso Roccamonfina, tra le foreste. Fu la loro salvezza, perché i tedeschi, ritirandosi verso nord, fecero saltare in aria le case, per ostacolare gli Alleati; una delle case abbattute fu proprio quella in cui vivevano i miei e le mie sorelle, che quindi vissero in grotte alcuni mesi. Nel frattempo infatti mia madre era stata liberata, e così, quando a novembre del 43 venne il momento del parto, io nacqui nella casa dei baroni Falco, i signori locali.

Quanto tempo rimaneste via da Napoli?

militari alleati a Napoli nel 1943

Quando gli Alleati arrivarono a Napoli liberata, furono informati che una parte della comunità era in quel paese, e così ecco che un giorno si presentò la Brigata palestinese, parte dell’esercito inglese, che riportò a Napoli donne e bambini, mentre gli uomini, come le ho detto, erano ancora nelle montagne.

Mi può parlare dei suoi anni napoletani?

Napoli era una comunità in cui ci conoscevamo quasi tutti, perché relativamente piccola. All’epoca, quando ero bambina, rabbino era Isidoro Kahn, un rav molto attivo e simpatico, coinvolgente anche verso i giovani. Eravamo pochi, festeggiavamo a Cappella vecchia le feste e tutti i momenti di incontro. Io frequentavo per lo più i miei cugini, perché mio padre aveva altri 12 fratelli, e poi gli altri ragazzi della mia età. Insomma, ricordo una comunità accogliente, a Purim e Pesach c’era sempre una bella atmosfera di amicizia, le famiglie si conoscevano un po’ tutte. Ricordo che il bat mitzvà l’ho fatto insieme alla madre dell’attuale presidente dell’Ucei, Noemi Di Segni, che di cognome era una Sacerdote.

Come vivevate la vostra identità in una comunità così piccola?

Il tempio della comunità ebraica di Napoli

Il tempio si frequentava durante le feste e per qualche sabato. Soprattutto, a quel tempo c’era un fortissimo senso di solidarietà verso Israele. La sua nascita, nel 1948, riuniva fortemente la comunità. Ricordo che mia madre lavorava per l’Adei, e si facevano di continuo collette per Israele, l’atmosfera era molto partecipe e con forti ideali di solidarietà con lo Stato ebraico. Certo, il fatto che la brigata palestinese ci avesse riportato a Napoli aveva una sua forte influenza. Molti di quei sodati israeliani rimasero a Napoli e sposarono ebree napoletane, alcuni rimasero e altri tornarono in Israele. Per il resto, naturalmente le difficoltà erano enormi nel dopoguerra. Non c’era una scuola ebraica e soprattutto non si parlava di Shoà, nonostante entrambi i miei genitori avessero subito delle deportazioni in famiglia. Solo mia madre, in età anziana, mi raccontò qualcosa. Per il resto, si rifiutarono sempre di affrontare il tema.

Veniamo alla sua “carriera” nella tutela del patrimonio culturale ebraico.

Mi sono laureata a Napoli in scienze politiche, con una tesi di geografia economica, e intanto ho fatto un’esperienza all’estero, perché sentivo l’esigenza di uscire da una comunità molto piccola. Ho studiato in Francia e in Inghilterra, poi ho fatto dei corsi di perfezionamento economico a Roma. Qui ho conosciuto Lia Levi e Luciano Tas, che a quel tempo già si occupavano di Shalom. Ho cominciato così a collaborare con loro. Avevo una mia rubrica – “Ebraismo dove” – che raccontava i luoghi in cui nel passato c’erano ebrei. Infine mi sono trasferita Milano, nel 1970, e lì ho iniziato a lavorare per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, fino a che ne sono diventata direttrice, per 20 anni. In effetti il giornalismo era quello oche m’interessava di più in tutto quello che facevo.

E si è interessata di arte ebraica?

Sì. In quegli anni ho cominciato a scrivere delle guide sull’Itala ebraica. La prima che feci, per Marietti, fu alla fine del 1986. Da lì ho avviato un nuovo percorso, spingendomi a fare delle ricerche. Così è nata la primissima guida al patrimonio ebraico. Andavo per i luoghi ebraici scoprendo non solo gli ebrei locali, ma anche tantissimi non ebrei che si interessavano del patrimonio ebraico italiano – per esempio i guardiani dei cimiteri. Ho avuto anche chi mi offriva di comprare locali un tempo usati da ebrei per pregare. C’erano molti luoghi in cui le sinagoghe erano abbondonate. Così, come le ho detto, è nato il mio primo libro. A quel punto altri mi hanno sollecitato ad approfondire la cosa. Per esempio Tullia Zevi mi mandò in Europa a rappresentare l’Unione; con lei ho avuto un bellissimo rapporto, perché eravamo entrambe interessate al patrimonio artistico. Nel tempo ho scritto volumi sull’arte ebraica regionale per Marsilio, diventando alla fine direttrice di collana. E così che ho collaborato con Bice Migliau, che ha scritto la guida sul Lazio.

Tullia Zevi (1919-2011)

Attualmente come si interessa del nostro patrimonio artistico?

Attualmente mi occupo della Fondazione beni culturali: sono una dei vicepresidenti, e seguo anche i problemi legati a restauri.

A che punto è lo stato di conservazione del patrimonio ebraico italiano?

C’è ancora moltissimo da fare. Il patrimonio artistico delle nostre comunità è abbastanza ben curato, dove le comunità sono forti; mentre dove non ci sono più comunità c’è molto abbandono. Quelli che stanno peggio sono i cimiteri, e non solo quelli delle piccole comunità. C’è una necessità di restauro notevolissima, in modo che non si perdano beni che non possono considerarsi che unici.

Come si dovrebbe intervenire?

Il problema è che mancano soldi, e ce ne vogliono molti per fare restauri seri, e poi per assicurare le manutenzioni, che sono fondamentali per mantenere il bene in uso. Comunque vedo che l’Italia è molto attenta nella difesa del patrimonio, infatti a livello europeo veniamo considerati un buon esempio, e non solo per la ricchezza del nostro patrimonio.  Ad esempio pensi al Piemonte ebraico, dove molto si è salvato delle vecchie comunità.

la sinagoga di Biella, di recente restaurata

So che lei ha partecipato anche alla istituzione della Giornata europea della cultura ebraica.

Sì. Andò così: nel 2000 si inaugurò il museo ebraico di Parigi, io ero andata a rappresentare l’Ucei. Al termine dell’incontro ufficiale, Ruth Zilkha, che faceva parte dell’ECJC, propose una tavola rotonda con me, rappresentanti dell’ebraismo spagnolo e francese per discutere le modalità di diffusione della conoscenza del patrimonio ebraico europeo. Venne fuori l’idea di creare una giornata di porte aperte, con la possibilità di far conoscere il patrimonio artistico ebraico, rivolto al grande pubblico. L’unica esperienza era quella fatta a Strasburgo, dove avevano aperto al pubblico piccole sinagoghe e cimiteri, con un grandissimo successo di pubblico. E così nacque la cosa. Al mio ritorno ne parlai con Amos Luzzatto, e decidemmo di partecipare all’iniziativa della giornata. Oggi, dopo 20 anni, organizziamo la giornata e altri itinerari, come decisi dall’AEPJ [European Association for the Preservation and Promotion of Jewish Culture and Heritage, n.d.a.]; si tratta di un grande successo, perché oggi quasi tutta l’Europa ebraica partecipa alla giornata. Anche per l’Italia si è rivelata una grande successo, grazie all’impegno di Sira Fatucci, responsabile per l’Ucei. Pensi che partecipano una settantina di località, anche dove non c‘è più una comunità. Così ogni anno facciamo conoscere al grande pubblico l’ebraismo italiano.

Quest’anno quale sarà il tema della Giornata?

Quest’anno il tema è Rinnovamento.

Nella sua attività di studio e conservazione, si è mai occupata dei beni trafugati durante la guerra?

Non direttamente. Tuttavia ricordo che nel 1988 avevo coordinamento la mostra “Meraviglie del ghetto” che si sarebbe tenuta a Ferrara, e lì avevamo pensato a una sezione sul tesoro ebraico di Praga. Consideri che nel 1988 c’era ancora il muro di Berlino e la cortina di ferro. Tuttavia riuscii ad andare a Praga un paio di volte, per scegliere alcuni oggetti da portare alla mostra. Ricordo che quando visitammo i sotterranei della sinagoga locale rimasi sbalordita. Ci trovammo davanti a una quantità incredibile di oggettistica ebraica. Si trattava dei beni che il nazismo aveva trafugato da tutta Europa, con l’obiettivo di organizzare il museo della razza estinta. Fu un’esperienza di forte impatto emotivo.

Un’ultima domanda: che cosa serve per continuare a tutelare e conservare il nostro patrimonio artistico?

Dobbiamo avere più giovani che si occupino del nostro patrimonio! Spero che sia la Fgei che l’Ucei si attivino perché i nostri giovani prendano il nostro posto. Io stessa sento molto forte la necessità di avere collaboratori giovani, di cui sono in cerca. È necessario che i nostri giovani capiscano l’importanza del nostro patrimonio e lo difendano; devono sapere che se prendono questa strada hanno davanti a sé anche  un  mestiere, quello del turismo culturale. Per cui faccio appello ai giovani: sono loro che devono portare avanti il nostro lavoro.

Per la serie “Donne del mondo ebraico”, leggi anche:

Edith Bruck

Evelina Meghnagi

Miriam Camerini

Simonetta Della Seta

Celeste Piperno Pavoncello

Nathania Zevi

Rotem Fadlon

Laura Raccah

Myriam Silvera

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