Tuteliamo il patrimonio del Centro di cultura ebraica

Nella seconda parte della sua intervista, Bice Migliau spiega a Riflessi perchè è importante preservare il lavoro e il patrimonio culturale del Centro di cultura ebraica

Bice, ieri ci siamo lasciati sull’avvio dell’attività del centro. Che altro puoi dirmi di quegli anni?

Incontri al Portico d’Ottavia (depliant)

Abbiamo seminato in vari campi, indicando un metodo di lavoro, rompendo gli schemi. Per esempio organizzammo gli “Incontri a Portico d’Ottavia”, le feste in piazza, nel 1977- 1980, il primo ancora negli “anni di piombo”, con i divieti a manifestare voluti da Cossiga. Volevamo portare fuori la gente; perché riunirci intorno al Tempio solo per le emergenze? Fu, di fatto, quello l’avvio dell’attuale Giornata europea della cultura ebraica. Ricordo che l’organizzazione degli “Incontri” ci avvicinò alla vita del quartiere sia per il contatto con gli esercenti, che preparavano assaggi di cucina ebraica romana per il numeroso pubblico, che con i volontari della sicurezza. Contatto che fu di grande aiuto quando due mesi dopo, nel ferragosto 1977, mi trovai da sola con il segretario e tutta la dirigenza comunitaria in ferie, a dover gestire con il Comune la manifestazione contro la fuga di Kappler dal Celio.

Come si svolsero queste feste?

C’era il teatro giudaico-romanesco e gli stand, i concerti all’aperto e le mostre, perché mi sembrava giusto che la festa, molto partecipata, fosse sostenuta con attività culturali: le facemmo sul Ghetto di Roma e sulle Cinque Scole, frutto di ricerche storiche e urbanistiche. Trovai in archivio perizie, planimetrie della demolizione del quartiere e foto d’epoca.

Incontri al Portico d’Ottavia (pubblico)

In questa occasione rinvenni diviso in 30 frammenti l’Aròn di Scola Catalana del 1523, il più antico d’Europa in marmo, nei depositi della scuola: con la sovrintendenza l’abbiamo ricostruito dopo 10 anni di lavoro comune, e oggi fa parte del percorso museale. Inoltre al Museo ebraico c’è un tavolo interattivo, che ricostruisce il vecchio ghetto, progettato in gran parte sulla base del materiale raccolto allora.

Insomma, il Centro ha prodotto tanti frutti.

Sì. Occorre piantare dei semi che poi si sviluppano. Nel 1980, nella sede di via del Tempio l’attività del Centro rivolta ai giovani è stata potenziata e ampliata con la creazione del Coordinamento giovanile diretto da Sylvie Rossi.

L’Aròn di Scola Catalana ricostruito nel Museo ebraico

Un percorso importante si è iniziato a compiere con la valorizzazione dei beni culturali ebraici, le visite guidate del Centro, i primi contatti con i Comuni per la loro tutela. Ricordo che alla fine degli anni ’70 con Fritz Becker del Congresso mondiale ebraico, rav Toaff e Tullia Zevi feci parte della prima delegazione invitata da Cesare Colafemmina a visitare le catacombe ebraiche di Venosa, percorrendo il cunicolo appena sterrato piegati in due con le torce elettriche. Ci sono mostre che hanno lasciato un forte seguito: per il centenario del Tempio maggiore abbiamo ottenuto dei risultati che oggi sono custoditi nell’Archivio storico e nel Museo ebraico. E poi la mostra sulla Brigata ebraica con due allestimenti del Comune, nel 1993 e 2014, che ancora gira per musei  e biblioteche in tutta Italia. Infine, posso dire che il Centro ha prodotto anche effetti personali: nel 1980 ho conosciuto Massimo di Gioacchino che era venuto per collaborare all’allestimento della mostra. Ci sposammo a Genova nel 1983 alla presenza dei rabbini capo Toaff (Roma), Malki (Genova) e Khan (Livorno).

Nel tuo ruolo hai vissuto anche momenti drammatici. Mi parli del 1982?

(continua a pag. 2)

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