Canto la mia identità e la mia anima

Evelina Meghnagi, artista eclettica, da anni canta le melodie del Mediterraneo, da Tripoli alla Spagna, rinnovando la memoria della cultura ebraica sefardita

Evelina, da quanti anni sei in Italia?

Dal 1967, come la maggior parte degli ebrei di Libia.

Che ricordi hai della tua terra d’origine?

La città vecchia di Tripoli

Il mio rapporto con la Libia è legato innanzitutto ai ricordi dell’infanzia: le passeggiate sul lungomare con mia madre, gli amichetti al corso di shabbat, il caffè dove mio padre si incontrava con gli amici, e io che lo raggiungevo, a volte con un senso di proibito perché entravo nella sala dove gli uomini giocavano a biliardo. Poi, arrivata in Italia, con gli anni ho recuperato anche un altro rapporto: intendo un certo modo di essere ospitali e di cura per chi ti viene a trovare, un certo tipo di cibi. Per esempio, stasera, per shabbat, ho cucinato piatti tripolini per i miei ospiti.

E poi c’è a lingua. Che rapporti hai con l’arabo?

Particolare. A casa, l’arabo era la lingua che parlavano i genitori per non farci capire a noi bambini, ma che in realtà noi capivamo. In casa entrava l’arabo, sia pure nel dialetto degli ebrei di Libia, e per chi frequentava la scuola italiana, l’italiano, la lingua colta. Io oggi l’arabo un po’ lo parlo, di più lo capisco, ma soprattutto lo canto.

Dunque arrivi in Italia che sei ancora una bambina. Avevi già in testa di diventare un’artista?

Giovanna Marini

In realtà mi è sempre piaciuto cantare. Andavo dietro mia sorella maggiore, che sentiva la radio, e insieme cantavamo dappertutto, passeggiando, o in casa. Lo spettacolo, in generale, mi è sempre piaciuto e interessato. Al liceo, per dire, spiavo i laboratori teatrali delle altre classi. Ho approfondito lo studio del canto però da adulta, quando scoprii Giovanna Marini e la sua scuola di canto popolare a Testaccio, mentre studiavo antropologia culturale all’università. Ho capito allora che la musica mi apriva alle tante dimensioni che vivevano dentro di me: ero ebrea, ero tripolina, ero italiana, insomma appartenevo a una serie di universi, e allora provai il desiderio di scoprirli ed elaborare queste varie culture. Dalla Marini si cantavano i dialetti italiani, ma il senso di quel che si faceva era lo stesso di quello che avvertivo io: dare spazio alla poliedricità, alle tante voci. Cominciai così a studiare anche il canto classico.

E la musica sefardita quando arriva?

La scoprii per caso. Al primo folk festival della musica ebraica, Sylvie Rossi, segretario della CER, mi chiese se volevo partecipare, cantando musica sefardita. Io non ne sapevo nulla e mi procurai il materiale. Sentii immediatamente una tale emozione che compresi subito che c’era piena corrispondenza tra me e quelle melodie e quelle parole. Da lì è nata la mia passione e il mio godimento nel cantare quelle musiche, dove ogni volta ritrovo una parte di me.

Che caratteri ha la musica che canti?

Il mio repertorio è soprattutto sefardita, in judio espanol, e arabo ed ebraico. Io canto melodie, canzoni, musiche per lo più di tradizione orale, che si trasmettono di voce in voce, (anche se ora alcune le ho scritte e composte io.) Sono inoltre melodie mediterranee, e trattano temi tipici della tradizione popolare: l’amore, la lode all’ospite, la nascita, la morte, il ciclo della vita; insomma, canto la liturgia domestica.

Attraverso la musica ricerchi anche un avvicinamento spirituale?

Direi che attraverso la musica ho conquistato un percorso personale nella mia ebraicità, ho recuperato gran parte della mia cultura. Certo, canto anche canti religiosi.

È un punto immagino delicato. Si può cantare in pubblico il nome divino? Tu come hai risolto la questione?

Be’, ho chiesto ai rabbini. In generale, non c’è un divieto per chi canta. Soprattutto perché io, ogni volta che canto, sento di realizzare non un semplice spettacolo, ma un vero rito, mi dedico interamente al canto e al pubblico che ascolta.

Diventata cantante, non ti sei più fermata. Mi parli della tua esperienza di attrice?

Luca Ronconi (1933-2015)

All’inizio è nato tutto per caso. Durante un concerto mi vide un’attrice che preparava un testo con Roberto de Simone, in cui servivano attrici cantanti; mi propose un provino, e de Simone mi prese subito. Scoprii così che mi interessava molto recitare, per cui feci un corso di recitazione – con cui ho migliorato la mia dizione tripolina! – e da lì ho cominciato. Ho avuto il privilegio di lavorare con grandi registi: Luca Ronconi, con cui ho fatto tra l’altro Medea e Il pasticciaccio, in cui recitavo in romanesco; e, poi Bolognini, Scaparro, e altri. Con Medea ho ottenuto anche una nomination per il premio UBU (il più importante premio teatrale italiano, n.d.r.). Ho lavorato con la Melato e Michele Placido. In tempi recenti ho fatto non solo concerti ma spettacoli in cui intreccio parola e canto: uno spettacolo, ‘Di Gracia, la Senora’ che racconta la storia di una donna, un’ebrea spagnolo-portoghese, Gracia Nasi, vissuta nel 500, che porta i marrani in salvo dall’inquisizione, e che ho molto amato, o ‘Canterò per il re’, scritto per me da Franca de Angelis, ispirato alla mia storia personale, dalla Libia all’Italia….

E il cinema?

una scena di Oci Ciornie (1987)

È arrivato per ultimo. Ho sempre recitato piccole parti, ma bellissime: sono stata diretta da Nikita Mikhalcov, Liliana Cavani, Paolo Benvenuti, e di recente da Corrado Guzzanti e Giuseppe Battison. Ho lavorato anche all’estero, in Francia, con Tavernier, Besson, Coline Serreau. Con Oci Ciornie sono andata a Venezia, dove quest’anno ritorno con un cortometraggio di una marca di aperitivi.

Che reazione c’è, se c’è, da parte del mondo dello spettacolo verso una cantante e un’attrice ebrea?

Io entro in quel mondo da attrice e da cantante. Poi, capita che le persone si interessino, e apprezzino questa mia identità. Di recente nel film di Battiston ho cantato musica ebraica. Per Ronconi, in Medea, ho mescolato melodie ebraiche e aramaiche. Qualche volta, invece, ci sono stati dei momenti per così dire delicati.

A cosa ti riferisci?

Giuseppe Battiston

Per esempio ho recitato per Albertazzi in Memorie di Adriano. So benissimo che Adriano è stata una figura tragica per gli ebrei, tuttavia come artista ritengo giustificata la mia presenza. Con Mel Gibson, durante La passione di Cristo, sono stata più decisa. Partecipavo come insegnante di aramaico e latino per gli attori, e contestai la scena in cui la croce veniva costruita nel cortile del Tempio, dimostrando che era un falso storico; la scena in effetti fu tagliata. Quando poi Gibson mi propose di utilizzare delle mie musiche, lasciai cadere il discorso.

Trovi differenze tra i tuoi pubblici?

Paradossalmente il pubblico non ebraico è più incuriosito, mi chiede spiegazioni, c’è una grande curiosità e un grande senso di scoperta, perché molti non si aspettano musica così coinvolgenti, per esempio che si può addirittura ballare. Venti giorni fa ho chiuso un convegno di psicanalisti lacaniani, e nella terrazza dell’albergo li ho visti tutti ballare. È stato molto bello. Il pubblico ebraico è invece più consapevole, più attento, forse anche più critico!

Che effetti ha avuto sulla tua vena d’artista il Covid?

All’inizio l’ho vissuto come un momento di raccoglimento personale. Ho risistemato le mie cose, ho riguardato lavori del passato, insomma ho approfittato del tempo che ci veniva concesso per raccogliermi in me stessa. Nella seconda fase, dove tutto era più confuso e complicato – nel frattempo ho continuato a tenere lezioni online sulla voce – mi è venuta voglia di lavorare. Ho ricercato allora nuove collaborazioni, ho provato a elaborare versi nuovi, senza cambiare il mio repertorio, ma con voglia di rinnovare e rinfrescare.

I tuoi progetti a breve?

Sto terminando un CD con nuove canzoni e nuovi arrangiamenti. E poi spero di tornare presto a fare concerti e cinema.

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