Dai Rosselli al piccolo Edgardo Mortara, ecco la storia della mia famiglia

Elèna Mortara, docente di letteratura americana, racconta a Riflessi le origini italiane ed europee della famiglia, e che effetto fa vivere nella comunità di Roma  per un’ebrea di origini milanesi che ha vissuto a lungo in America

Cara Elèna, sono curioso di parlare con te del tuo incontro con gli Stati Uniti e con gli scrittori ebrei americani di cui ti sei occupata in profondità nei tuoi studi accademici. Ma prima di trattare di queste tue esperienze, potresti raccontare ai nostri lettori qualcosa a proposito della tua famiglia? È da lì che ci piace sempre cominciare in queste nostre conversazioni.

Elèna Mortara e suo marito Sergio Di Veroli

Volentieri. In effetti, come emerge anche da questo vostro ciclo su “Donne ed ebraismo”, vi è uno straordinario fascino e spessore che hanno nell’ebraismo le storie di famiglia, sia nella diaspora che in Israele. Credo che ciò dipenda non solo dall’importanza che ha la trasmissione della memoria di generazione in generazione nella cultura ebraica, ma anche dall’intensità dell’incontro tra le vicende delle singole famiglie con gli eventi della Storia, di pubblico interesse; è questo intreccio – così frequente per noi ebrei –, e, per così dire, questo coesistere di forte resistenza identitaria e di incontro con il mondo, che rende poi i ricordi di famiglia così significativi e affascinanti. Ciò vale anche per il mio variegato background familiare.

Veniamo allora alla tua famiglia.

Io sono la primogenita di tre fratelli nati da un ebreo italiano e un’ebrea viennese, incontratisi a Milano, poco prima della Seconda guerra mondiale. Mio padre, Alberto Mortara, veneziano di nascita, aveva alle spalle a sua volta un lascito di storie familiari importanti, intrecciate con la storia del nostro paese. Da parte paterna infatti proveniva dai Mortara del tristemente famoso “caso Mortara”. Sua nonna paterna era infatti sorella di Edgardo Mortara, il bambino ebreo di sei anni rapito a Bologna dalle guardie pontificie nel 1858, per un supposto battesimo segreto compiuto su di lui ad un anno dalla domestica cattolica, e mai più restituito alla famiglia, per volontà di Pio IX: un rapimento che suscitò uno scandalo internazionale e a cui la sorella assistette da bambina. In seguito, lei, Ernesta, sposò il cugino Eugenio Mortara: si può immaginare quanto il trauma di queste vicende fosse presente in famiglia. Edgardo, che crebbe nel totale isolamento e fu avviato alla carriera sacerdotale, dopo l’anno del sequestro poté rivedere la madre solo vent’anni dopo, nel 1878. Morì nel 1940, e anche mio padre ebbe modo di conoscerlo. Insomma, si trattò di una storia clamorosa, dall’esito non felice, ma vissuta in famiglia con la consapevolezza che essa contribuì al Risorgimento italiano, accelerando la fine del potere temporale della Chiesa e favorendo l’emancipazione degli ebrei, non solo italiani. La Alliance Israélite Universelle nacque a Parigi nel 1860 in seguito a queste vicende.

Elèna Mortara con Amelia Pincherle Rosselli

Sul piccolo Mortara vorrei tornare. Adesso però mi interessa conoscere qualcosa degli altri tuoi rami familiari.

Per quanto riguarda il lato materno della famiglia di mio padre, la sua nonna materna, nonna Anna, era invece una Pincherle, sorella maggiore di Amelia Pincherle, sposata Rosselli e madre di Alberto, Carlo e Nello Rosselli. Questo imprinting della famiglia Rosselli – Amelia e i figli, specie Carlo e Nello – ha avuto un profondo effetto su mio padre e anche su di noi. Mio padre era molto legato ai Rosselli, e la figura di Amelia – per noi zia Amelia – e dei suoi figli è molto presente in famiglia. Ti basti pensare che mio fratello si chiama Carlo, scelta certo non casuale.

E di tua madre, che mi dici?

Mia madre si chiamava Alice Feldstein. Il suo diminutivo austriaco era Lizzie, poi, da sposata, divenne per tutti Lisa Mortara. Suo padre proveniva dalla Galizia, sua madre, una Löwy, dalla Moravia, ma entrambi i genitori vivevano a Vienna dall’inizio del Novecento e la lingua parlata in famiglia era il tedesco. Mia mamma è cresciuta in una famiglia osservante nella Vienna ebraica, di cui ci ha molto raccontato. Aveva sempre frequentato le scuole ebraiche della città, dall’asilo al famoso Liceo ebraico di Vienna, lo Chajes Jüdisches Realgymnasium, e poi era andata a studiare Scienze Naturali all’Università di Vienna. Conosceva bene l’ebraico e aveva studiato un po’ anche l’arabo, e da convinta sionista quale era stava preparandosi per l’Aliyà. Nell’a.a. 1937-38, si trovava con una borsa di studio all’Università degli Studi di Milano per preparare la tesi, quando, nel marzo del 1938, ebbe luogo l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Fu così che lei non tornò più a casa a Vienna, né realizzò il suo sogno sionista, ma rimase a Milano, ove conobbe mio padre. Sopravvisse dando lezioni di tedesco, collaborando a giornali. Da Vienna riuscì a far arrivare anche i genitori e una sorella, mentre un fratello raggiunse la Palestina e l’altro riuscì ad arrivare in Svizzera. Poi durante la guerra si sparpagliarono: chi in Svizzera, chi in Francia e poi negli Stati Uniti, chi in Palestina.

la sede del Chajes Jüdisches Realgymnasium

In questo incrocio di storie e destini familiari, arrivi tu.

Sì. Io nasco in un momento storico particolare, a Firenze, nel periodo che cade tra l’8 settembre e il 16 ottobre 1943. Tramite i racconti dei miei genitori, ho “ricordi” di quell’epoca drammatica. Quando sono nata, I miei erano momentaneamente ospiti nella casa di campagna dei cugini Rosselli, alla “Apparita” sulle colline di Firenze, ma mio padre, antifascista e membro del Partito d’Azione, era quasi sempre in viaggio per l’Italia creando collegamenti nella Resistenza. Subito dopo, ci furono le vicende drammatiche del nascondersi, accolti dalla famiglia dei Riconda, la cui madre era stata bambinaia dei Rosselli. E poi, dopo il bombardamento della loro casa, nel maggio 1944 vi fu la fuga verso il Nord, dapprima a Milano e poi, con fortunosa traversata a piedi del confine, in Svizzera, ove vivemmo l’esperienza della vita da rifugiati, con mio padre in campo di lavoro. Qui, a Ginevra, è nato mio fratello Carlo Andrea. Nostra sorella Paola invece è nata nel dopoguerra a Milano.

Mi parli dei primi anni del dopoguerra? Che giovinezza è stata, la tua?

(Continua a pag. 2)

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