Educazione, dialogo, tenacia: ecco il mio modo di essere ebrea

Clotilde Piperno, protagonista di una lunga e prestigiosa carriera universitaria, è stata anche una figura molto impegnata nella nostra comunità. A Riflessi racconta un pò di sé, della sua famiglia  e delle sue tante esperienze

Cara Clotilde, tu sei una figura storica della nostra comunità. Ci vuoi parlare innanzitutto della tua esperienza professionale?

Uno dei volumi pubblicati da Clotilde Pontecorvo

Sono una pedagogista e psicologa. Nella mia carriera, dopo aver vinto il concorso a cattedra di Psicopedagogia, ho fondato e poi diretto per tre volte il Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e di Socializzazione, che accorpava la psicologia sociale, dello sviluppo e dell’educazione; inoltre per sei anni ho diretto anche la scuola di specializzazione per la formazione degli insegnanti delle sette università del Lazio. Naturalmente, ho insegnato per buona parte della mia vita, per più di quarant’anni.

In questa carriera così brillante, il fatto di essere donna è stato un handicap?

Devo dirti che non ho mai incontrato particolari difficoltà, salvo qualche frase maschilista. A dire la verità, può avere inciso anche il fatto che sono entrata all’università solo dopo aver vinto il concorso a cattedre, abbastanza giovane rispetto agli altri vincitori di quella mandata. Mi sono laureata in filosofia politica, poi ho insegnato nei licei storia e filosofia. Ricordo che a quel tempo insegnavo a Sessa Aurunca (a quasi due ore di treno da Roma). Partivo da casa alle 7 del mattino e nel pomeriggio ritornavo a Roma per stare con le figlie. Ho pubblicato libri e articoli e su questa base ho sostenuto e vinto il concorso universitario in psicopedagogia. Avevo già completato la specializzazione in psicologia all’Ateneo Salesiano insieme a mio marito.  Se ce l’ho fatta, un grande merito va anche a Maurizio [Pontecorvo, n.d.r.], che mi ha sempre aiutato tantissimo, in un’epoca in cui non era affatto scontato che gli uomini sostenessero le mogli, né in casa né nella professione. Lui si orientò all’aspetto clinico, divenendo psicoterapeuta infantile, seguendo il corso organizzato a Roma dalla clinica Tavistock di Londra. Quando mi si aprì la prospettiva di entrare in università, invece rimasi un po’ indecisa: mi preoccupavo per la formazione dei miei studenti.

Nella tua esperienza professionale, puoi dire di avere utilizzato un approccio ebraico?

Clotilde Pontecorvo in un’immagine di alcuni fa

Un po’ sì. Devi sapere che il mio libro più importante è Discutendo si impara. Ho sempre creduto e praticato il dialogo e la discussione: a scuola, tra gli allievi e gli insegnanti. E credo che questo orientamento l’abbia desunto dall’ebraismo. Non avevo a quel tempo una competenza molto approfondita, perché i miei studi ebraici sono solo più recenti, però avevo letto Buber – che ritengo un autore fondamentale –, e poi ho studiato molto Vygotskij, che perseguiva l’idea di “pensare insieme” e sviluppare il ragionamento. Sono convinta infatti che le persone crescono così: ragionando insieme agli altri.

Mi parli della tua famiglia?

Mio padre (morto prima della mia nascita) aveva lavorato nell’azienda di famiglia e si era occupato dell’orfanotrofio Pitigliani. Mia madre rimase vedova a 35 anni, incinta di me, ed è stata sempre una figura presentissima nella mia vita. Era molto autorevole, sempre vestita di nero. Proveniva dalla piccola borghesia, da una famiglia di otto figli. Dopo il diploma dell’istituto magistrale, volendo andare all’università, durante l’estate studiò greco, sostenne la maturità classica e fu ammessa alla facoltà di lettere. Non ha completato gli studi perché, avendo conosciuto mio padre, si sposò. Mi raccontava che in casa mangiavano 1 pollo in 10 persone; aveva sofferto molto. Abitavamo a via Arenula, ma con la persecuzione nazista ci rifugiammo nel convento delle suore svedesi dii Santa Brigida a piazze Farnese, con le famiglie di due sorelle di mia madre.

il convento di S. Brigida, dove i Pontecorvo con altre famiglie ebraiche trovarono rifugio durante la guerra

Gli adulti non uscivamo mai, le donne del mercato di Campo dei fiori sapevano che mia mamma era lì, ma non dissero mai nulla. Io invece continuai ad andare a scuola in santa Maria in Trastevere con mia cugina coetanea Noretta. Una volta mia madre fu chiamata dalla madre superiore che voleva sapere chi eravamo veramente. Ufficialmente infatti eravamo degli sfollati napoletani. Quando seppe che eravamo ebrei ci consigliò di mangiare nella nostra stanza e non dirlo alle altre suore. Tuttavia noi bambine andavamo in chiesa tutti i pomeriggi all’ora delle benedizioni; la mia unica paura era che mi volessero dare l’ostia da inghiottire. Quando mi chiedevano quando avrei fatto la prima comunione, rispondevo sempre: dopo la liberazione. In realtà ero abbastanza spaventata dalla guerra, soprattutto temevo le bombe.

E finita la guerra?

un’immagine del Pitigliani al’inizio del secolo scorso

Dopo la liberazione ho studiato l’ebraico. Subito dopo la guerra, infatti, mia madre fece imparare ai miei fratelli più grandi a leggere e a cantare l’Haggadah, ed io pure l’ho imparata. Sai, mia madre non aveva mai festeggiato Pesach, ma dopo la guerra cominciò a farlo; che vuoi, anche noi siamo stati liberati. È stata mia madre a insegnarmi a studiare e a ricordare. Nel ‘44 mia mamma organizzò degli incontri settimanali con altre signore, che con le macchine da cucire facevano coprifasce per gli orfani del Pitigliani. La mia famiglia sentiva molto la tzedakà, come atto di giustizia nei confronti dei poveri. In generale, penso di avere avuto la fortuna di avere una famiglia molto aperta, che mi ha consentito di studiare.

Il fatto che tu sia ebrea ha inciso nella tua carriera?

(continua a pag. 2)

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Una risposta

  1. Sono felice di conoscere fin dall’infanzia la Dottoressa Pontecorvo abbiamo passato insieme momenti belli e brutti.Ci siamo rincontrare dopo molti anni ma mi è sembrato di averla lasciata il giorno prima.Posso augurare a Lei alle figlie e ai nipoti ogni bene ww

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