A via Balbo insegno l’ospitalità e l’accoglienza

Rav Pino Arbib è da decenni il manihg di via Balbo. A Riflessi spiega come conciliare tradizioni diverse, nel segno del dialogo

Caro Maestro Joseph Arbib, sei nato a Tripoli ed avevi 12 anni nel 1967, quando sei arrivato a Roma; hai cominciato a frequentare il Tempio di Via Balbo e non lo hai più lasciato. Oggi ne sei il manigh, riconosciuto ed apprezzato da tutti. Il minagh dell’Oratorio Di Castro è italiano: non ti sembra strano che un tempio di rito italiano abbia un manigh tripolino?

No, non è così! È vero che sono nato a Tripoli, ma sono cresciuto a Via Balbo dove, praticamente, sono atterrato con la mia famiglia. Mio padre z.l. conosceva bene quella zona, per averla visitata tante volte durante i suoi viaggi turistici a Roma, ed ha deciso di stabilirsi lì, così come hanno fatto molte altre famiglie. Successivamente, la maggior parte si sono trasferiti in altre zone, ma noi siamo rimasti fedeli al quartiere ed al tempio di Via Balbo. A quel tempo il tempio era semi deserto; improvvisamente si è affollato di gente nelle serate feriali e, soprattutto, durante lo shabbat. Noi ci siamo assimilati subito agli usi e costumi del posto, probabilmente perché non c’era una alternativa.

Il rito, il minhag, è una serie di usanze che si tramandano di padre in figlio e di maestro ad allievo; sono usanze legate al luogo, al tempo, alle famiglie, diverse dai dinim sono le alachot che sono uguali per tutto ham Israel.

E delle usanze di Tripoli non è rimasto nulla?

rav Arbib con rav Yosef, rabbino capo sefardita in Israele

Certo quello che impari da piccolo non lo dimentichi più, ed io mi ricordo quando frequentavo il Tempio di Tripoli. Ho ascoltato quei canti fino a 12 anni e quando entro in un tempio sefardita mi ritornano tutti in mente. Poi devo dire che dentro casa prevale il rito tripolino: il kiddush, la hagadà, hanukkà, birchat hamazon e i canti dello shabbat sono tutti tripolini, quelli che appunto ho imparato dentro casa. Da ragazzo mi ricordo che non capivo perché i miei compagni cantassero l’hagadà in un modo diverso dal mio, il motivo è semplice: io non ero mai stato a fare il seder in una casa romana o in quello che organizzava la scuola.

La tua casa, scelta volutamente a pochi passi dal tempio, è sempre stata una casa aperta agli ospiti. Dopo la funzione dello shabbat e dei moadim, torni a casa a pranzo con persone singole e famiglie intere che inviti al Tempio. È questa una caratteristica maggiormente presente nei rabbini tripolini?

l’oratorio di via Balbo

L’ospitalità è una caratteristica dei sefarditi, gli askenaziti sono meno ospitali. L’ospitalità ce la insegna Avraham Avinu, che aveva la sua tenda aperta in tutti e quattro i lati in modo che tutti, da qualsiasi parte provenissero, potessero entrarvi con facilità, arricchisce chi la fa e chi la riceve. Lui addirittura andava incontro a chi si avvicinava alla sua tenda. Ospitare i forestieri è importante perché ti fa conoscere il mondo e le usanze dei vari paesi e scopri sempre cose interessanti, per esempio che gli ebrei sono uguali in tutto il mondo. Ricordo che una volta era Pesach ed ospitai due persone che venivano dall’Australia; dopo cena parlavamo ed emergevano comportamenti ed usanze uguali: anche loro facevano a gara a chi svolgeva il seder in tempi più lunghi. Gli ebrei del mondo sono tutti sulla stessa barca. E poi, conoscere persone diverse ti permette pure di organizzare meglio gli shiddukim.

Ne hai organizzati molti?

Molti fra stranieri, ma anche fra italiani e stranieri. Mi piace molto conoscere altri ebrei perché mi arricchisce sempre, e poi si tratta di una vera e propria halakhà. Adesso ci sono a Roma molti ristoranti kasher, ma fino a qualche anno fa non ce ne erano ed i turisti a Roma non sapevano dove andare a mangiare e non si può mangiare dove capita. È una mitzvà che fa aumentare l’amore all’interno del popolo ebraico, quello che viene chiamata ahavat Israel. Dobbiamo sempre ricordare che anche noi fummo stranieri in un posto straniero.

Da più di 15 anni organizzi degli incontri di studio ogni martedì sera. Nel gruppo chiamato “Binian Shelomò” fanno parte una settantina di uomini che provengono da ogni quartiere di Roma. La peculiarità è che ogni lezione si conclude con una cena molto apprezzata a base di piatti tripolini. Ritieni che questa fase finale contribuisca a fare gruppo e fidelizzare i partecipanti?

Sicuramente sì, il cibo è, come la cultura, un modo per socializzare ed aggregare. Si parla meglio dopo aver mangiato e davanti ad un bicchiere di vino, si sta bene insieme. Per esempio a teatro si fanno incontri interessanti e si può parlare di argomenti di interesse comune, nelle biblioteche è uguale, il cibo è il nutrimento del corpo e lo studio e la cultura sono il nutrimento dello spirito. Ho pensato di unire le due cose ed organizzare le lezioni seguite di solito da un dibattito insieme alla seudà e, devo dire, i risultati sono ottimi, il gruppo è molto unito e affiatato, siamo diventati una famiglia ed insieme festeggiamo feste e compleanni. Ormai il menù è cambiato perché la maggior parte dei presenti è romana. Diciamo arvit tutti insieme, poi studiamo un’ora e poi ceniamo insieme. Prima della birchat hamazon c’è un’altra lezione più breve. Effettivamente il gruppo è molto unito ed affiatato, tutti si sentono come a casa propria.

Il Tempio di via Balbo credo che sia uno dei più difficili da gestire, per la tipologia di utenza che potrei definire con una età media alta, molto attaccata alle tradizioni ma che tu riesci a domare con grande signorilità e capacità. Ricordo le polemiche per la sostituzione delle panche o delle vetrate, presto sedate. Qual è il tuo segreto per una pacifica gestione di così tanti ebrei?

È vero che è difficile gestire un pubblico eterogeneo, ognuno con le sue idee, ognuno con le sue esigenze e quando si parla di ebrei è ancora più difficile e Moshè Rabbenu ce lo ha insegnato. Per me è semplice: parto dal principio che tutti gli utenti devono sentirsi a casa loro e devono stare bene. Se stanno bene, tornano e ti ricambiano affetto e partecipazione. Certo devono rispettare le regole, altrimenti ci sarebbe il caos, ma nessuno si è mai lamentato di questo. Sappiamo che veammech qullam zaddikim (siamo tutti buoni) ed in ognuno di noi c’è una componente positiva che a volte si nasconde dietro a delle polemiche e dobbiamo sforzarci a far prevalere sempre il bene. Non ci sono segreti, il tempio non è una casa privata è la casa di tutti e bisogna frequentarlo nel rispetto delle regole.

Sono noti i tuoi ottimi rapporti con la Rabbanut Harashit di Israele e molti degli ultimi capi rabbini sefarditi di Israele hanno avuto il Tempio di Via Balbo come punto di riferimento a Roma. Che cosa pensano in Israele della Comunità ebraica di Roma?

l’oratorio dell’oratorio Di Castro al suo interno

La Comunità di Roma è una realtà unica al mondo ed ha oltre 2.000 anni. È sempre stata viva, è vero, con alti e bassi, però sempre viva e la scintilla dormiente ha permesso alle nostre scuole di riaccendere la fiamma. La Rabbanut Harashit di Israele è molto attenta a quello che succede in tutte le Comunità. Pensano che la nostra Comunità abbia avuto un buco nella crescita religiosa nel dopoguerra, ma riconoscono il potenziale di crescita che ha Roma. Per loro la cosa più importante è il ritorno alle radici, alla ricerca della propria identità religiosa o laica di appartenenza alla Comunità o pro-Israele. Quando visitano le nostre scuole e vedono così tante kippoth o quando vedono la crescita e lo sviluppo della casherut, o il sempre maggiore coinvolgimento di giovani e meno giovani nello studio della Torah nei kolelim o nelle numerose lezioni che Roma offre in tutte le salse, rimangono molto favorevolmente sorpresi. Vedono poi in quanti hanno fatto l’Alyà. In altre Comunità non c’è stato lo sviluppo che ha avuto Roma. Rav Amar ritiene che l’immigrazione dei tripolini sia servita da stimolo come in Francia è successo con l’arrivo dei marocchini o dei tunisini che sono stati allontanati dai loro paesi ed hanno incentivato l’osservanza della kasherut. È vero che prima del 1967 i templi erano meno frequentati e forse c’erano una/due macellerie casher. Con l’arrivo dei tripolini si sono aperti nuovi templi e nuove macellerie e ciò ha dato una grande vitalità all’ebraismo locale. Non dimentichiamo, però, che gli ebrei a Roma ci sono da oltre duemila anni, ogni pietra del vecchio ghetto è impregnata di storia ebraica e quindi lo sviluppo ci sarebbe stato lo stesso. L’identità ebraica della Comunità di Roma è fortissima e lo è sempre stata. Ancora mi domando come poterono costruire il Tempio Maggiore pochi anni dopo l’apertura del ghetto. Come e dove hanno trovato le risorse economiche e la forza di volontà, è per me un mistero.

Da anni sei il responsabile della shechità per la Comunità ebraica di Roma; recentemente una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che gli Stati possono approvare una normativa che preveda l’obbligo di stordimento degli animali prima della macellazione rituale e ciò, di fatto, renderebbe illegale la macellazione kasher. Lo stordimento garantirebbe meno sofferenza agli animali?

ancora rav Arbib all’oratorio Di Castro

Questo è un argomento di grande attualità e molto scottante. Premesso che, nonostante le macchine sofisticate, nessuno può stabilire il grado di sofferenza di un essere vivente durante la sua morte, posso dire per quello che ho visto nei vari mattatoi, che lo stordimento preventivo non allevia il dolore degli animali. Ogni morte è triste e dolorosa ma la shechità è basata su un principio fondamentale e cioè che gli animali devono soffrire il meno possibile e qualsiasi violenza esercitata sugli animali li rende taref e non più utilizzabili. Per esempio è vietato ucciderli con una ghigliottina perché è un atto violento, i coltelli devono essere molto affilati e devono scivolare senza mai fermarsi, con delicatezza e senza alcuna pressione o uso della forza eccessiva. Lo stordimento fatto con un colpo di pistola sulla nuca è un atto violento, non allevia la sofferenza ed il colpo successivo non li uccide e quindi gli animali soffrono molto. Noi, per evitare che gli animali percepiscano quello che sta succedendo, addirittura li isoliamo in modo che gli altri non vedano. Ho visitato tanti mattatoi ed ho assistito tante volte sia alla nostra macellazione che a quella non ebraica e ti assicuro che lo stordimento, prima dello sgozzamento, fa soffrire gli animali in maniera doppia.

Questa è la diciannovesima tappa del nostro viaggio nel rabbinato italiano.

Per leggere le altre tappe del viaggio:

Rav Arbib, Rav Della Rocca, Rav Momigliano (qui e qui), Rav Spagnoletto, Rav Dayan (qui e qui), Rav Di Porto, Rav G. Piperno, Rav Sermoneta, Rav Somekh, Rav Hazan, Rav Punturello, Rav Caro, Rav U. Piperno,  Rav Lazar, Rav Finzi, Rav Canarutto, Rav Ascoli e rav Di Martino

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