Dalla Piazza… a piazza Grande

Rav Alberto Sermoneta, 60 anni, è rabbino capo a Bologna. In questa intervista ci spiega cosa significa per un romano verace vivere in una piccola comunità ebraica, ma anche della sua formazione e dei suoi maestri, soprattutto uno: rav Toaff, z.l.

Rav Sermoneta, da quanti anni è a Bologna?

Da 24 anni. Assieme ad alcuni altri – penso a rav Locci, a Padova, o a rav Piattelli, a Verona – sono stato uno dei primi rabbanim romani che hanno “sfatato” quel mito per cui un rav romano era “inamovibile” dalla sua comunità.

Cosa l’ha convinta?

Piazza Maggiore a Bologna

Dopo essermi laureato rabbino nel 1995 fui contattato dalla comunità bolognese; all’inizio confesso di avere avuto delle perplessità, soprattutto all’idea di lasciare una grande comunità per andare in una piccola, poi però riflettendoci meglio accettai, e così da allora sono qui.

Ci può descrivere la vita comunitaria a Bologna?

Diciamo innanzitutto che si tratta di una piccolissima comunità, con meno di 200 iscritti, cui si aggiungono altri non iscritti, ad esempio gli studenti israeliani. Da sempre infatti l’università di Bologna ha legami e rapporti con le università israeliane, qui c’è una tradizione importante, ad esempio in certi momenti, negli anni ’70, a Bologna si è arrivati a registrare circa 1000 presenze di studenti provenienti da Israele; oggi la cifra, prima del Covid, si aggirava a circa 250. C’è però da dire che questi studenti fanno poca vita comunitaria, anche se per i moadim la presenza in generale dei frequentatori del tempio è alta. Nella vita quotidiana la comunità è aperta tutti i giorni, fino a poco tempo fa c’era un dopo scuola, che si occupava della fascia d’età che va dal gan alla preparazione al bar mitzvà; poi il Covid ha impedito ogni attività in presenza. Però non ci siamo fermati, grazie alla tecnologia ad esempio io faccio 3, 4 lezioni a settimana. Quanto al tempio, oggi è aperto nel pieno rispetto delle misure di scurezza. In generale, i numeri fotografano la realtà: i matrimoni sono pochi, l’anno scorso ci sono stati alcuni bené mitzvà, quest’anno, grazie a D., abbiamo fatto e faremo altri bené mitzvà e dei brith milà. Dal 2000 al 2015 sono nati a Bologna circa 30 ragazzini, sebbene oggi molti si trovino all’estero per studio, specie in Israele, Canada e Inghilterra, dove poi non è raro che rimangano anche dopo la laurea. Direi inoltre che i matrimoni misti sono pochissimi, e che certo c’è stato negli anni un calo demografico, ma che questo è un problema generale dell’ebraismo italiano. Ad ogni modo, si cerca di realizzare iniziative comuni con le comunità a noi più vicine, come quelle di Modena e Ferrara, ma anche di Venezia e Padova.

Il tempio di Bologna

E gli ebrei bolognesi? Ce li può descrivere?

Mah, io credo che in fondo gli ebrei si assomiglino un po’ tutti. Intendo dire che, in generale, l’ebreo è sempre un tipo riservato, a volte quasi diffidente. Qui a Bologna gli ebrei rispecchiano poi il carattere generale della città, e dunque sono un po’ chiusi, fanno vita ritirata, sono isolati, sparsi nella città; a volte sanno essere molto critici. Anche io, che sono il loro rabbino capo da quasi un quarto secolo, ho familiarità e buoni rapporti con molte famiglie, ma non con tutte. Se posso fare una battuta, direi che la luna di miele è finita presto, e ogni tanto qualche scintilla non manca. D’altra parte, le divergenze caratteriali si trasmettono. Direi però che comunque qui a Bologna c’è un clima abbastanza cordiale.

Senta Rav, lei è chiaramente un ebreo romano, come si sente dal suo accento inconfondibile. A suo avviso esiste una tradizione rabbinica romana? E se sì, cosa la caratterizza?

Be’, cominciamo col dire che Roma è comunità forte e viva, dove cioè l’ebraismo lo si percepisce anche da lontano, nella vita quotidiana, nel ritrovarsi in Piazza la domenica, o nell’andare nelle stesse località del litorale romano d’estate. Per quel che riguarda le tradizioni rabbiniche romane, sono convinto, ad esempio, che non esista in Italia altra hazanut come quella romana. A Roma la tradizione del canto è ancora viva, fa parte di noi, della nostra identità, mentre nelle altre comunità, purtroppo, questo elemento si è perso, o comunque è molto più debole. Insomma, non voglio essere per forza campanilista, però è vero che noi rabbini romani nasciamo dall’attrazione che abbiamo per la hazanut e per il Tempio, elemento assai caro a tutti gli ebrei romani.

Quali sono stai i suoi maestri nel percorso che l’ha portata a diventare rav?

rav Nello Pavoncello (1922-1999)
rav Vittorio Della Rocca (1933-2021)

Ne indico tre: rav Toaff, il Morè Nello (rav Nello Pavoncello, n.d.r.), e rav Vittorio Della Rocca, maestro innanzitutto di vita e poi al collegio rabbinico. Di questi, rav Toaff è stato quello che ha lasciato una traccia indelebile nella mia formazione.

Ce ne vuole parlare? Ai nostri lettori piacerebbe molto ricordare rav Toaff.

Certo. Credo che chiunque sia cresciuto alla “corte” di rav Toaff porti con sé la sua impronta indelebile. Direi che il suo insegnamento principale è stato: non solo teoria, ma anche pratica, costantemente. Mi spiego: grazie a lui, ho cominciato a insegnare ai ragazzi per il bar mitzvà quando io stesso ero solo un adolescente, (oggi ho ancora i nipoti di quegli studenti che mi chiamano per matrimoni e mishmarot). Grazie a lui, sono entrato molto presto nel bet din, e ho avuto le esperienze più varie (come ad esempio chiedere a un giudice istruttore di scarcerare un ebreo che doveva andare al funerale del padre…). Vede, rav Toaff era una persona dal carattere molto forte, se si arrabbiava con te – e succedeva spesso, mi creda! – significava che ti aveva preso a cuore, in qualche modo ti aveva prescelto. Da rav Toaff io ho avuto molte strigliate, ma gli sono per questo molto riconoscente.

Può farci qualche esempio?

rav Elio Toaff (1915-2015)

A proposito di hazanut, lui ci teneva moltissimo che fosse perfetta. Una volta che di shabbat uscivano 2 parashot molto difficili, me le fece leggere sia al tempio italiano che allo spagnolo, così feci 4 letture in una mattinata, perché si fidava di me! Se non gli piacevi, o non lo soddisfacevi, semplicemente non ti considerava. Aveva un carattere estremamente forte. Una volta, ricordo, si era sotto Pesach: mi fece stare di domenica al forno delle matzot, poi di lunedì al tempio, svolgendo il servizio della mattina, e feci 2 errori di lettura della Torà. Be’, mi sospese per 1 mese. La volta dopo, che lessi bene, gli dissi: “così va bene?” E lui: “hai visto che ti ha fatto bene la punizione?”. Insomma, era un comandante che si assumeva le responsabilità per tutti, e che però condivideva i meriti con tutti, un grande maestro.

Vorrei chiudere questa chiacchierata chiedendole quali sono a suo avviso le priorità su cui dovrà concentrarsi il prossimo consiglio dell’Ucei.

La priorità è una sola: i giovani. Sono il nostro futuro e dovremo fare di tutto per sostenerli. Dobbiamo fare investimenti, trovare le risorse ad esempio per mandarli nelle piccole comunità, in modo che possano diventare un polo d’attrazione per chi altrimenti rischia di smarrirsi. Forse non bisogna più pensare alle comunità legate a singole città, ma a territori più ampi. E poi occorre sorreggere i giovani nel formare una famiglia. Abbiamo bisogno di ebrei che vivano l’ebraismo fin da giovani, e puntare su di loro, perché il nostro futuro è nelle loro mani. Basta parlare, bisogna fare cose pratiche. L’Unione deve fare di tutto, magari tralasciando altri aspetti, come la cura delle relazioni esterne, per concentrarsi su di loro.

Questa è l’ottava tappa del nostro viaggio nel rabbinato italiano.

Per leggere le altre tappe del viaggio: Rav Arbib, rav Della Rocca, rav Momigliano (qui e qui), Rav Spagnoletto, Rav Dayan (qui e qui), Rav Di Porto, rav Piperno

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