All’ebraismo italiano serve un nuovo modello, seguendo le nostre tradizioni

Rav Michel Ascoli incoraggia a guardare ai maestri e a quello che avviene in tutto il mondo ebraico, per trovare le risposte al nostro futuro. Senza paure.

Rav Ascoli, cosa fai oggi in Israele?

Sono un ebreo romano, vissuto a Roma fino a 33 anni, quando poi ho deciso, insieme a mia moglie, di venire in Israele. La mia formazione rabbinica è perciò italiana: ho preso la Semichà a Roma nel 2004. Subito dopo sono andato in Israele per tre anni, per poi tornarci dal 2010. Nella mia vita professionale sono infatti un ingegnere meccanico: ho lavorato in Italia per 8 anni, adesso sono Projects manager in un’azienda israeliana. Questa oggi è la mia attività lavorativa principale, come del resto è quasi sempre stato da che mi sono laureato, nel 1996.

A Roma hai lavorato anche come rabbino.

una vista dall’alto di Haifa

Sì, dal 2007 al 2010. Ho avuto l’opportunità, in quei tre anni, di lavorare all’ufficio rabbinico, come assistente del rabbino capo. L’esperienza è nata dalla considerazione che dopo i primi anni in Israele, volevo svolgere un ruolo attivo per la mia comunità. Quando poi ho deciso di tornare in Israele è perché è stato più forte il bisogno di vivere là, altrimenti avrei proseguito, perché lavorare al fianco del rav è stato interessante e appassionante. È prevalsa però in me la componente sionista.

Però non hai interrotto i rapporti col mondo ebraico italiano

Certo che no! Ancora oggi sono infatti legato all’ebraismo italiano: collaboro tra le altre cose al Progetto Talmud, insegno a distanza al corso di laurea in studi ebraici.

Visto da Israele, che ti sembra dell’ebraismo italiano?

Il volume Ta’anit, del Progetto Talmud, è stato curato da rav Ascoli

Adesso lo vedo a distanza, non solo perché sono in Israele, ma anche perché, rispetto ai tanti ebrei italiani in Israele, io ho una posizione defilata. Vivo infatti ad Haifa, dove la presenza italiana è scarsa. Detto questo, la mia impressione è che dobbiamo metterci d’accordo su cosa s’intende quando parliamo di ebraismo italiano. Nel corso della storia la definizione è infatti cambiata.

Che intendi dire?

Spesso siamo portati a pensare che noi ebrei italiani rappresentiamo una realtà particolare e differente da tutti gli altri; io invece credo che siamo dentro l’ebraismo mondiale, come una sua espressione. Abbiamo tratti peculiari? Sì, certo, non solo in riferimento a minaghim e tefillot, ma probabilmente e soprattutto per un certo modo di affrontare e di vivere l’ebraismo e di affrontare i problemi della nostra esistenza. Tuttavia credo che dovremmo riscoprire quelle correnti dell’ebraismo italiano che ci mettono in contatto con quello che succede oltre confini.

A che modello ti riferisci?

Personalmente penso a una delle possibili espressioni dell’ebraismo italiano, quella che riconduco a Shadal, ossia Shmuel David Luzzatto, fondatore nella seconda metà dell’Ottocento del Collegio rabbinico, quello in cui, oltre un secolo dopo, mi sono formato. Tale modello ha un approccio col mondo, non è affatto chiuso e referenziale. Mi riferisco a un modello che guarda sia all’ebraismo europeo, sia al mondo fuori dell’ebraismo. È un modello che non ignora le sfide della critica e della scienza, pur rimanendo bene ancorato alla tradizione.

Cosa si ricava da questo modello?

Rav Shmule David Luzzatto (1800-1865), fondatore del Collegio rabbinico italiano

Questo modello è oggi poco rappresentato in quello che definiamo l’ebraismo italiano. Io credo che invece dovremmo riscoprirlo, e che ci dovremmo spingere a unirci più verso quello che a livello mondiale si definisce modern orthodox. Mi riferisco al mondo dell’ortodossia moderna, che fa capo a istituzioni come la Yeshiva University americana, o si richiama a rabbanim come rav Soloveitchik, o rav Lichtenstein. Oppure pensiamo a una figura come quella di rav Sacks. Questi sono tutti modelli differenti da quelli del rabbinato israeliano.

Eppure mi sembra che, oggi, l’ebraismo italiano, e in particolare il rabbinato, perlomeno quello istituzionale, guardi più a Israele che all’Europa o agli Stati Uniti.

È vero, perché siamo un ebraismo diasporico, fatto di piccoli numeri, e invece che guardare all’Europa tendiamo a seguire il modello israeliano. Eppure il rabbinato israeliano non è corpo monolitico, ha tante sfumature; noi conosciamo solo i rabbanim più politicizzati, che però non necessariamente sono quelli più significativi.

E allora cosa bisognerebbe fare?

Il progetto “929” è curato da rav Benny Lau

Io parlo facile, perché non ho incarichi ufficiali. Capisco perciò la possibile critica alle mie parole, vista ad esempio la difficoltà poi di farsi riconoscere i ghiurim da un’autorità israeliana. Eppure la mia posizione è un po’ differente da quella oggi preponderate nel rabbinato italiano. È una posizione, quella del rabbinato italiano, che deriva da un atteggiamento di chiusura, di protezione. Si teme cioè di perdere il riconoscimento del rabbinato centrale israeliano, essenziale per una comunità ebraica italiana che purtroppo sta perdendo peso, almeno numerico. Detto questo, penso però che si dovrebbe prestare più attenzione per movimenti come Tzohar, che sta pienamente nell’ortodossia avendo un’apertura maggiore verso il mondo non osservante, o per figure come rav Lichtenstein z”l, assolutamente sconosciuto in Italia, o rav Benny Lau, con il suo progetto 929. Ci sono cioè modelli alternativi dentro l’ebraismo religioso ortodosso, che non sono sufficientemente considerato nell’ebraismo italiano e dal rabbinato europeo in generale.

Insomma che destino ha l’ebraismo italiano secondo te?

La sede della Yeshiva University, a New York

Criticare il rabbinato italiano dall’esterno è troppo semplice, me ne rendo conto. In realtà, ripeto, siamo condizionati da un problema numerico. Se i nostri numeri fossero diversi, probabilmente avremmo più coraggio nel prendere posizione. Abbiamo quindi bisogno di fare più figli, di mandarne di più alle scuole ebraiche, ma anche di avviare più ebrei agli studi rabbinici; non necessariamente con la finalità di farne rabbini, ma per aumentarne la cultura e la consapevolezza. Dobbiamo allora rafforzare il movimento dei gruppi di studio di Torà per adulti. Dobbiamo proporre un modello per cui lo studio di Torà va fatta in modo regolare. Non solo: dobbiamo dare opportunità ai ragazzi, che studiano l’università, di affinare lo studio della Torà. Dobbiamo leggere, studiare, tradurre di più. Questo potrebbe portare a migliorare la quantità di persone competenti, nonché poi di rabbini, che può anche consentire di avere più coraggio e autonomia.

Quanto siamo lontani dal modello che auspichi?

Oggi è già un miracolo se si riesce a coprire i buchi che abbiamo. Ti faccio un esempio: anni fa c’era stato un certo interesse rispetto alla riscoperta delle presunte radici ebraiche del sud Italia. Oggi vedo che questa è una cosa tralasciata completamente, credo perché non si hanno le forze per seguire queste strade. Ci sono cioè dei potenziali che non vengono sfruttati; non gli viene data una possibilità perché non ce la facciamo ad arrivare fin lì, e così poi lì arrivano altri, che intercettando quella domanda, pur non avendo alcun ruolo nelle istituzioni ufficiali dell’ebraismo italiano.

In questo percorso, pensi che l’ebraismo italiano debba confrontarsi anche con il movimento reform?

(continua a pag. 2)

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2 risposte

  1. Interessante intervento
    Se ho ben capito, i progetti cui Michel Ascoli fa cenno puntano su formazione culturale ebraica personale a vasto raggio, anche con studi a livello del Collegio Rabbinico Italiano …
    Nel passato – dai secoli che conosciamo fino al XIX – in effetti i capi famiglia più importanti erano al contempo uomini d’affari e conoscitori profondi della cultura religiosa ebraica; cultura cui pensavano anche di dare diretti contributi …oltre a curare le schole , le cerimonie e i minian.
    E’ una realtà che emerge dalla ricerca storica, rappresentata in Italia da molti studi e almeno tre riviste di storia a livello scientifico …la RMI, Materia Giudaica e Zakhor Rivista di storia degli ebrei d’Italia.

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