Avevo il piccolo Stefano al mio fianco

Alba Portaleone racconta la mattina del 9 ottobre al Tempio, e i ricordi di una mattina che doveva essere di festa

Alba, mi racconti come è iniziata quella mattina?

Un talled insanguinato sulla cancellata del tempio (copyright: Stefano Montesi)

Come tante altre. Era un giorno di festa e avevamo deciso di andare al Tempio. Eravamo tranquilli, non pensavamo certo che sarebbe certo ci sarebbe successo qualcosa! Ricordo che il tempo era buono, non pioveva. Al Tempio avevamo appuntamento con Tina Di Castro, la madre di mio marito. Dei miei tre figli, i due maggiori erano in Israele, mentre Bruno, il più piccolo, quel giorno invece non venne. Arrivammo con un poco di ritardo, come ci capitava.  Io mi sistemai di sopra, nel matroneo. Alla fine della preghiera ci fu la berakhà dei bambini.

E poi che è successo?

Lentamente ci siamo avviati verso l’uscita. Io ho sceso le scale col piccolo Stefano Gaj Taché al mio fianco. Sia io che Lello avevamo confidenza con la famiglia Gaj Taché e con Iossi e Jolanda (i genitori di Stefano e Gadiel); avevamo anche fatto qualche gita assieme.

Che ti ricordi di quei momenti?

Stefano era un bambino. Come tutti i bambini, scherzava. Mentre scendevamo, per giocare, mi diceva: “Stupidotta!”. La mamma non voleva e prese a rimproverarlo, ma io le dissi di lasciare stare: stavamo solo giocando, e andava bene così.

Cosa successe una volta usciti?

Siamo usciti sulla porta laterale, quella che dà su via catalana, dove adesso c’è la buca in corrispondenza dell’impatto della bomba. Ricordo che proprio in quel punto s’era messo Max Shamgar, che però poi si è spostato, e così pur rimanendo gravemente ferito si è salvato la vita.

Cosa ti ricordi dell’attentato?

scritte di rabbia degli ebrei romani dopo l’attentato

Ero rimasta là fuori, assieme a me c’era Jolanda Nahum, compagna di scuola di mio figlio Vito. I Taché erano vicino a noi. A un certo punto si è sentita la raffica di mitra, quella che colpirà Stefano, e poi una bomba a mano. È stata lanciata proprio dal portone di casa Toaff. Io l’ho vista arrivare, era grande come un melograno, ho alzato gli occhi in aria e l’ho vista arrivare. Subito dopo l’esplosione, Jolanda ed io siamo scappate.

Ricordi qualcosa della scena?

Ricordo il piccolo Stefano era a terra. Mentre noi scappavamo dissi a Iossi Taché di prenderlo in braccio e portarlo in ospedale. Noi due, Jolanda ed io, abbiamo trovato rifugio alla Casina dei Vallati. Mentre correvo sentivo che lanciavano altre bombe, alcune delle schegge in effetti mi hanno colpito sulle gambe e a un braccio. Poi, dopo l’attentato, siamo tornate indietro. È stato allora che ho visto Max Shamgar che entrava in una macchina, gravemente ferito. Così ho preso la mia cinta e gli ho legato il braccio.

E Lello, tuo marito?

Si era trattenuto dentro il Tempio e quando è potuto uscire è andato per prima cosa a cercare sua madre. L’ha trovata a sedere da Boccione è tornato subito indietro, a cercare me. Mi ha trovata e ha visto che sanguinavo da un braccio e soprattutto dalle gambe, e così sono stata portata al Fatebenefratelli.

Cosa ricordi dei soccorsi in ospedale?

un momento del giorno del funerale a Stefano Gaj Taché

Ricordo che mentre ero lì a parlare con la madre di Jolanda, Fortuna, è arrivato Sandrino Di Castro, avvolto in un impermeabile beige. Era chiaro che fosse ferito più gravemente di me, per cui gli diedi subito la precedenza. Ricordo che Emanuele Pacifici apparve subito uno dei feriti più gravi. Anche Nereo Musante, che non era ebreo, era ferito gravemente. Poi i feriti più gravi vennero traferiti al Regina Margherita.

Che ricordi della tua degenza?

In camera eravamo in sei. Con me c’erano Enrica Moscati, che portarono ad operare perché aveva una scheggia in gola; c’erano Renata Orvieto e sua figlia Shulamit, che ricordo voleva farsi accudire da me. Nathan Orvieto, pure lui ferito, era stato sistemato nella stanza vicino alla nostra. Poi vennero anche la moglie del rabbino Funaro ed Eliana Pavoncello, ferita alla testa. Rimasi al Fatebenefratelli tre giorni. In ospedale seppi che Stefano Taché non ce l’aveva fatta. Il particolare che mi ricordo era che all’inizio eravamo tutte senza nulla, eravamo arrivate in ospedale così come eravamo state colpite. Quando da casa mia arrivarono un paio di ciabatte, le divisi con le altre donne della stanza.

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Una risposta

  1. Che peccato che Emanuele (Pacifici) non ci sia più. Quante volte ho ascoltato direttamente dalla sua voce (e con dovizia di particolari) il racconto dell’attentato. Si commuoveva e poi con un sorriso ritrovava la voglia di raccontare. Quella che l’aveva accompagnato tutta la vita. Quella che gli aveva consentito di superare il dolore della morte dei genitori e di larga parte della famiglia Pacifici sterminati a Auschwitz perché ebrei. Molto toccanti le testimonianze di chi (purtroppo) fu vittima di un atto di crudeltà. Due volte vile -disse qualcuno- perché diretto contro dei bambini e delle persone inermi e perché diretto contro delle persone raccolte in preghiera.
    Ciao Emanuele! Ti vogliamo bene.

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