L’attentato mi ha impresso il senso di precarietà

Rav Benedetto Carucci Viterbi racconta a Riflessi il giorno dell’attentato del 9 ottobre, e cosa è rimasto di quella mattina

Rav Carucci Viterbi, come è iniziata quella sua mattina del 9 ottobre?

Avevo passato la notte a casa di Sandro Di Castro. Lui abitava al Portuense, io a quel tempo più lontano; per cui ci eravamo messi d’accordo di partire da casa sua e andare al tempio. Partimmo al mattino, e arrivammo in perfetto orario per l’inizio della tefillà.

Chi c’era quella mattina officiare il rito?

Ricordo che rav Toaff quella mattina era a via Balbo. Di sicuro tra i cantori c’era rav Vittorio Della Rocca, ma credo anche altri, che ora però non ricordo.

Cos’è successo alla fine della tefillà?

Ricordo che Sandro ed io siamo usciti tra gli ultimi. Non eravamo soli, perché ci unimmo a un gruppo di nostri coetanei. Come sempre ci si incontrava fuori e ci si fermava a chiacchierare. Così facemmo anche quella volta. Sbucammo su via del Tempio, dall’uscita centrale e restammo lì.

E poi?

Poi ho sentito degli scoppi, che all’inizio ho pensato fossero dei mortaretti. Nella mia memoria infatti questi rumori non sono mai delle deflagrazioni violente. E ricordo anche l’immagine di due persone che stanno correndo via per allontanarsi. Poi c’è un punto di vuoto totale. Ricordo solo che mi sono ritrovato a terra.

Cosa ha provato in quei momenti?

Anche a terra, secondo me non avevo ancora percepito esattamente cosa fosse successo; non all’inizio, almeno. Fino a che mi accorsi che una persona vicino a me, anche lei caduta, stava recitando lo shemà. Ricordo che la cosa mi colpì molto. In quel momento ho capito cos’era successo.

Chi era quella persona?

Si trattava di Nathan Orvieto. Ricordo che era vicino a sua madre.

Cosa è successo quel punto?

Ero ferito, ma non ho percepito particolari dolori; ancora una volta, credo che la mia mente abbia rimosso i traumi più gravi. Ricordo invece che immediatamente dopo accorse gente. Qualcuno forse propose di sollevarmi, ma uno dei hazanim, un medico, si accorse che sanguinavo non solo dalle gambe, ma anche dalla schiena, per cui disse che non dovevo essere toccato, in attesa dei soccorsi. Immagino che temesse lesioni alla spina dorsale. Alla fine arrivò l’ambulanza, e fui trasportato al Regina Margherita, a Trastevere.

Che situazione c’era in ospedale?

Molto concitata. Vidi anche lì Nathan Orvieto, sua madre, anche altri. Si trattava certamente di un’emergenza mai arrivata prima in pronto soccorso.

Provava paura per sé?

Non ero spaventato, piuttosto stordito e incredulo. Ricordo poi una cosa che mi colpì molto. A causa dello shock, si produsse a quel punto un effetto fisico per cui  cominciai a tremare in modo irrefrenabile. Mi stupivo per l’impossibilità di riuscire a interrompere il tremito. Poi l’infermiere che mi assisteva disse che era normale, era l’effetto del trauma. Mi prese la mano, perché quello era un modo per attenuare lo shock.

Che ferite ha riportato?

A parte una frattura al malleolo, ero stato colpito da centinaia di schegge contenute nelle bombe lanciate. Quella più grande era nell’articolazione del piede, e fu l’unica che riuscirono a estrarre. Tutte le altre erano così minuscole da rendere impossibile un intervento. Da allora, queste centinaia di schegge me le porto dietro nella gamba. Rimasi ricoverato 8 giorni, poi fu dimesso con un gesso alla gamba. Ovviamente non potei partecipare al funerale di Stefano Gaj Taché.

Com’era la sua vita prima dell’attentato?

Ero uno studente di lettere di 22 anni, e facevo l’educatore a Pitigliani.

L’attentato ha inciso sulla sua decisione di diventare rav?

La prima pagina del Corriere della Sera del 10 ottobre 1982

No, semmai l’ha ritardata. Avevo già preso questa decisione, ma per effetto delle ferite cominciai a studiare solo l’anno successivo.

Pensa mai agli attentatori?

Sinceramente non so cosa dire; la verità è che non mi sono mai soffermato a pensare a loro.

Cosa le resta di quel giorno, dell’attentato?

Mi resta un senso essenziale di precarietà, molto profondo. Voglio dire che una cosa nella norma, come quella per cui un ebreo va al tempio per una festa, non comprende nella previsione interiore l’ipotesi che possa capitare una cosa del genere. Oggi forse è diverso, perché ci siamo abituati a quello che è successo, però a quel tempo nessuno poteva davvero credere che fossimo in pericolo. Almeno io, non avevo alcuna preoccupazione, e non vivevo quel periodo come particolarmente a rischio, in quanto ebreo. E continuo a credere che nella vita di un ebreo che va al tempio non debba essere scontato pensare di essere a rischio di diventare oggetto di un attacco. Ecco che invece quel giorno la mia esistenza, che credevo normale, si svelò improvvisamente precaria.

Vedi anche: intervista a Rav Carucci Viterbi ferito in ospedale

(si ringrazia: Giuseppe Dell’Ariccia)

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