Dolore e sgomento, ecco il mio 9 ottobre

Lello Anav, quella mattina, era al Tempio. Una scheggia rimasta a fianco del cuore è la sua eredità dell’attentato

Lello, mi parli di quella mattina?

Quella mattina, come sai, eravamo raccolti nel Tempio per la festività di Sheminì Atzeret. Il Tempio era abbastanza affollato per la berakhà che il Rabbino usa dare ai bambini al termine della funzione.  All’uscita non c’era alcuna sorveglianza, anche il portiere, Gino (cattolico), si era assentato. Dopo che tutti erano usciti, mi trattenni a parlare, dentro il Tempio ormai vuoto, con Rav Vittorio Della Rocca, z’l, e con Carlo Valabrega che aveva con se uno dei suoi bambini di circa 4 anni.

Talled insaguinato sulla cancellata del Tempio

E poi?

A quel punto sentimmo degli spari continui come di mitra, e subito dopo detonazioni. Come puoi immaginare ci spaventammo e tentammo di uscire, ma non dalla porta centrale, dove ci trovavamo e che era socchiusa. Pellegrino Moscati, lo shammash, infatti ci impedì di uscire di lì, e ci indicò invece la porta su Via Catalana.

Usciste da lì?

No, perché appena mi affacciai sulla porta sentimmo altri colpi nella nostra direzione. Lì per lì non mi accorsi di nulla, per l’agitazione e la concitazione del momento, ma fu allora che restai ferito. Di nuovo lo shammash chiuse la porta e ci indicò la porta sul Lungotevere, da dove effettivamente uscimmo al termine degli spari.

Che cosa facesti a quel punto?

Appena fuori, noi cinque ci disperdemmo, e la mia prima preoccupazione fu quella di cercare subito mia madre e mia moglie (i miei due figli più grandi erano invece in Israele, mentre il terzo non era venuto), per cui svoltai a destra verso l’ingresso principale del Tempio.

Cosa trovasti?

rabbia e disperazione davanti al Tempio (foto: La Repubblica)

Ricordo i corpi distesi a terra. E ricordo il mio comportamento, che puoi capire se pensi che ero animato solo dallo spirito di conservazione e dall’ansia per i miei cari: quello che feci, in effetti, non fu pensare a soccorrere i feriti, ma solo a cercare mia madre e mia moglie. Per cui, purtroppo, mi trovai a scavalcare i corpi distesi che mi trovavo davanti.

E ritrovasti tua mamma e Alba?

Sì. La prima fu mia madre. Siccome sapevo che dopo la preghiera andava sempre da Boccione, mi diressi lì. In effetti mia madre si trovava come svenuta e incosciente, su una sedia all’interno del negozio. mentre chi gli stava attorno cercava di rianimarla con un po’ d’acqua. Lo shock che ricevette quel giorno fu tale che poi ebbe bisogno di cure psichiatriche.

E tua moglie?

Rincuorato di aver visto che mia madre non era stata ferita, andai in cerca di Alba. La ritrovai che arrivava dalla Casetta dei Vallati, con le gambe entrambe insanguinate. Una macchina la portò con altri feriti al Fatebenefratelli. Mentre arrivavano le ambulanze e i soccorsi, io pure andai, mi sembra a piedi, all’ospedale. Ed è lì che ho scoperto di essere stato anche io ferito.

Dove?

La prima pagina della Stampa sull’attentato

Una scheggia di granata mi colpì e mi penetrò nel petto per fermarsi a due cm. dal cuore. Come ti ho detto, deve essere successo quando, da dentro il Tempio, mi affacciai sulla porta di Via Catalana. In ospedale mi accorsi infatti di avere la camicia insanguinata. Quella scheggia, del diametro di circa 4 millimetri, da allora me la porto con me.

Alba in che condizioni era?

Era stata ferita soprattutto alle gambe, con varie schegge di granata, che la colpirono mentre correva verso la Casetta dei Vallati. Rimase ricoverata tre giorni, fino a che fu dimessa.

Mi racconti che aria si respirava in ospedale?

Al Fatebenefratelli arrivavano i casi tra i più gravi: i due fratellini Taché, Emanuele Pacifici, Nessim Hazan, Sandro Di Castro. Quelle che mi sono rimaste impresse sono però altre scene.

Me le racconti?

Joseph Taché, durante il funerale al piccolo Stefano Gaj (foto: Corriere della sera)

Ricordo Iossi Taché disperato, perché il piccolo Stefano era già moribondo e anche l’altro, Gadi, era molto grave ed era stato trasportato in elicottero altrove. Ricordo poi Emanuele Pacifici, z.l., che era già stato dato per morto ed era stato coperto da un lenzuolo, quando fu salvato dall’arrivo di Rav Toaff. Rav Toaff infatti scoprì il lenzuolo e si accorse che Emanuele ancora respirava. Gridò a un medico di intervenire, Emanuele fu portato subito in sala operatoria. C’è poi anche la storia di Nereo Musante. Era un funzionario di banca che da tempo voleva convertirsi e perciò veniva tutti gli shabbat al Tempio. Il ghiur però non arrivava. Poi ci fu l’attentato, e Musante rimase gravemente ferito, per cui Rav Toaff gli disse che era diventato ebreo per il sangue versato.

Tu, dopo che Alba fu ricoverata, che facesti?

Tornai a casa. Erano più o meno le 15,30. Ricordo che mi imposi di andare a dormire. Dopo due ore tornai in ospedale a visitare mia moglie e gli altri.

Cosa successe subito dopo l’attentato?

Ricordo che la stessa sera dell’attentato si doveva svolgere la solenne cerimonia del Chatan Torà, per l’ingresso di Simchà Torà. Marco Calò era stato scelto come Chatan. Dopo quello che era successo, però, tutti pensavamo: “la Cerimonia si farà ugualmente?”. Rav Toaff decise. Disse che la cerimonia doveva comunque essere fatta; non solo. Mentre tutti gli anni passati i Sefarim giravano solo dentro al Tempio, quella sera i Sefarim uscirono fuori, furono trasportati proprio lì dove poche ore prima c’era stato l’attentato.

Mi parli del giorno del funerale?

un altro momento del funerale a Stefano Gaj Taché (foto: Corriere della sera)

Come è noto, Pertini telefonò a Toaff, dicendo che sarebbe voluto intervenire ai funerali, ma il Rav gli rispose che non si assumeva responsabilità sulla reazione della piazza, perché Pertini in precedenza non si era espresso favorevolmente su Israele. Pertini però insistette, e allora il Rav ordinò il massimo silenzio. Chi ci fu invece molto vicino fu Giovanni Spadolini, Segretario dei Repubblicani. Ricordo che quello fu un funerale silenziosissimo, senza esclamazioni. La salma passò davanti al Tempio e davanti a un mare di gente, tutti in silenzio. Io stesso non provavo rabbia, ma solo dolore e disperazione. Eravamo tutti avviliti e disfatti.

Lello, cosa ti resta del 9 ottobre?

Due immagini che ti ho già raccontato: io che scavalco i corpi dei feriti a terra alla ricerca di mia madre e mia moglie; e poi io che decido di tagliare i ponti con tutto quel dolore e che per due ore mi impongo di riposare.

 

Leggi anche: 

Le ragioni di questo viaggio (Livia Ottolenghi)

9 ottobre: intrico di Stato? (Miguel Gotor)

Gli anni sospesi della memoria (Eliana Pavoncello)

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