L’identità ebraica nascosta in me

Mario Fortunato (1958), scrittore, giornalista, consulente editoriale, in questa intervista rivela la parte più segreta di sé: il lato ebraico della sua famiglia. Ma anche di come ha portato in Italia i romanzi di Yehoshua, del conflitto israelo-palestinese, della nuova letteratura israeliana

Perché hai scritto “Sud”?

Prima di tutto c’è un motivo anagrafico. A sessant’anni capisci che la vita, il tuo futuro, risiede più nel passato che nel futuro. E soprattutto hai come il bisogno di ricalibrare il rapporto con il passato. Rifuggo per molte ragioni da atteggiamenti di nostalgia, ho provato a parlare al passato in forma un po’ più attiva. Il passato è ciò che diventi, perché si diventa ciò che si era. Questo è un motivo più generale. C’era un piccolo motivo molto strambo e banale a anche al limite un po’ cretino: da anni sognavo di poter finire un libro con la battuta: “Balliamo?”. Adoravo questa idea e in qualche modo mi sembrava che tutto il libro doveva arrivare lì. Quindi c’era questo motivo un po’ infantile, un po’ sciocco. E poi c’è forse un terzo motivo che riguarda la geografia, cioè il sud appunto. Ma questo non era all’origine, emergeva mentre ci lavoravo. Il sud e in particolare la Calabria sono sempre stati raccontati in termini di contadini, di mafia, cioè o c’è il modello Verga, diciamo così, i cafoni, oppure c’è il discorso delinquenziale, mafia, camorra, ndrangheta, insomma quelle robe lì. L’idea era invece di raccontare un sud borghese, anche politicamente molto impegnato, e anche intellettuale, era in fondo qualcosa che mi eccitava molto, anche perché era anche la storia della mia famiglia, non è che me lo dovevo inventare o cercare in qualcosa che non so. Era qualcosa che ho visto, vissuto, qualche volta patito, qualche altra gioito, ma faceva parte di me, quindi mi faceva piacere liberare il sud da questi stereotipi sempre così identici, sempre così pesanti, e anche così fasulli, perché poi alla fine la realtà…Mi ha colpito che in quest’anno in cui il libro è uscito tante persone mi hanno detto : “Mi è piaciuta questa cosa di vedere un sud borghese, perché in fondo anche la mia famiglia era così.” Forse sono queste tre cose sono state all’origine del libro.

Nel tuo romanzo c’è questo lato ebraico della famiglia di cui tu parli e che esiste realmente. Come lo vivi adesso, in questo momento?

Non lo so bene in realtà, è un tema molto strano per me, anche piuttosto interessante ma anche abbastanza strano, perché la coscienza, la consapevolezza di questa radice, di questa origine, è piuttosto tardiva nella mia vita, io non ne avevo la più pallida idea che nella famiglia di mia madre fossero degli ebrei. Un po’ perché hanno vissuto in maniera laica. Io ho ricevuto una educazione molto laica, per esempio a scuola la religione cattolica non l’ho mai studiata, venivo sempre esonerato. Io pensavo per ragioni di laicità per principi paterni, dopo mi sono reso conto che c’era un doppio motivo. Solo che io questo non lo sapevo, anche perché nessuno l’ha mai tematizzato. Non c’erano discorsi. È curioso che nel momento in cui ho scritto questo libro mia sorella, con cui io non avevo mai parlato di questo tema, improvvisamente mi ha detto: “Sai mi ha fatto molto piacere che tu hai tirato fuori questo lato della nostra famiglia.” “Perché tu ci…?” “Beh, sì, io lo sapevo, però sai era una cosa un po’ così”. Era curioso, non ne abbiamo mai parlato, ne abbiamo parlato dopo l’uscita di questo libro. Non lo so, c’è stato uno strano fatto nella mia vita, e cioè che negli anni, cioè fin da quando ero un ragazzo, di diciotto o diciannove anni, ho sempre avuto molti amici ebrei. Pensavo sono delle persone con cui mi trovo bene, sono simpatiche, poi sono anche ebrei, chi se ne frega insomma. L’atteggiamento era questo. Adesso è chiaro che ci penso in una maniera un po’ diversa, cioè mi dico: ma forse c’era come un riconoscimento interno?

L’ultimo romanzo di Fortunato è ambientato in Calabria

Puoi farmi un esempio di una persona ebrea che hai incontrato, dove l’ebraismo non sembrava importante però…

Per esempio una mia amica che adesso non vedo da moltissimo tempo, che ho conosciuto che avrò avuto diciannove anni, ero all’Università. Lei non italiana, ebrea canadese che però abitava a Londra. Loro avevano un casale in campagna, ci siamo conosciuti in Italia. Io ho conosciuto lei e poi tutta la sua famiglia, aveva una sorella che viveva in Israele (ora è morta). Erano molto ebrei, alcuni erano proprio religiosi. Questo rapporto con loro era molto strano, perché c’era qualcosa di familistico in cui io entravo e stranamente mi trovavo come un po’ a casa. Però sai, senza pensarci…

Io ho pensato per esempio a questa cosa del venerdì, per cui nel tuo libro tra parenti si vedevano il venerdì.

Beh, sì, è vero.

Un’altra cosa che ho pensato è questa cosa del pesce che tu metti come elemento simbolico, mitico. Per esempio nella kasherut il pesce spada può essere kasher o può non esserlo, a seconda se ha le squame o se non le ha, a seconda da che mare viene, se dall’Atlantico o dal Mediterraneo. Per cui questa cosa dell’ambiguità del pesce spada è interessante. Mi è venuto in mente. L’ho pensato perché non so mai se posso comprare il pesce spada e cucinarlo o no.

Fortunato ha diretto dal 2000 al 2004 l’Istituto italiano di cultura a Londra

Non lo sapevo. Sì, evidentemente ci sono degli elementi che non sono squisitamente culturali come in generale noi tendiamo un po’ a pensare, almeno io per formazione tendo sempre a pensare che gli esseri umani hanno una fortissima connotazione culturale. Ci sono forse degli elementi che prescindono dalla cultura e che passano attraverso i geni in una maniera silenziosa, un po’ misteriosa, obliqua magari, ma passano e arrivano. Aggiungi a questo un’altra cosa, e cioè il fatto che in qualche modo, e poi scrivendo questo libro me ne sono reso conto, l’identità ebraica ha in qualche modo forgiato dentro di me il concetto di diversità. Cioè di non essere tutti uguali. C’è qualcuno che è diverso e che è diverso profondamente.

L’ebraismo ti ha fatto pensare a questo?

Sì. È stato come una specie di vettore. Quella cosa per esempio di mia madre rispetto ai tedeschi, lei che non ha vissuto nessun problema [era terrorizzata].

Però questo nella comunità ebraica romana è fortissimo. Mia madre, che mi ha mandato a studiare il tedesco alle medie, non mi poteva sentire parlare tedesco.

E vedi, appunto. Mia madre, che non ha vissuto niente di traumatico diretto, nel momento in cui io ho detto “Vorrei andare a studiare in Germania perché studio filosofia”, ho capito che le avrei fatto proprio male.

Poi hai deciso di non andare?

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