Manteniamo la pluralità dell’ebraismo italiano

Enrico Fink, 51 anni, musicista e musicologo, dallo scorso novembre guida la comunità ebraica di Firenze. Anche a lui abbiamo chiesto di parlarci della sua comunità, e delle priorità dell’ebraismo italiano.

 Enrico Fink, per cominciare, che comunità è quella di Firenze?

È una comunità con meno di 1000 iscritti, un numero certo trascurabile a livello mondiale, ma di tutto rispetto in Italia, infatti siamo classificati come comunità di medie dimensioni. Da sempre rappresentiamo i nostri iscritti e garantiamo loro ciò che fa di una comunità un soggetto vivo: istruzione, servizi cultuali, assistenza, tutela della terza età (a Firenze c’è una casa di riposo). Inoltre siamo una comunità storica, che da sempre intesse relazioni con la società fiorentina e con le istituzioni locali, e che ci sente parte integrante della città. Direi quindi che, pur nel trend mondiale che non ci favorisce – il calo demografico, e la tendenza delle grandi comunità ad “attrarre” quelle minori – noi da sempre resistiamo.

Come incide la vocazione turistica della città?

Proprio nel senso che stavo dicendo. I flussi turistici – che speriamo presto riprendano l’andamento di sempre – hanno un impatto anche su di noi. Firenze attrae un gran numero di turisti, e i suoi centri di studio, musei, scuole e università, da sempre attraggono ricercatori e studenti, tra cui quelli ebrei e israeliani sono una presenza regolare. Siamo, per così dire, costantemente al centro dell’attenzione, e in ogni momento dell’anno ci sono in città molti ebrei non iscritti ma residenti anche di medio e lungo termine. Da questo punto di vista siamo un prototipo: a Firenze assistiamo a un lento fenomeno, per cui alla presenza secolare di una comunità stabile si affianca quella più fluida degli ebrei di “passaggio”. Ciò per certi versi garantisce la nostra sopravvivenza.

E invece, per quanto riguarda le difficoltà di amministrare una media comunità?

Certo il Covid non ci ha aiutato, e gli effetti negativi si fanno sentire. A esempio, la comunità dispone di un proprio patrimonio immobiliare, che in parte mette a rendita e in parte utilizza per finalità socio-assistenziali a favore degli iscritti: va da sé che la pandemia ha comportato una forte restrizione delle rendite; ad ogni modo, anche qui cerchiamo di resistere, sperando le cose migliorino presto.

Quali sono i rapporti con le istituzioni della città?

Come ho detto, siamo da sempre bene inseriti nelle città e dialoghiamo con il resto della società. Il Balegan Cafè, nato nove anni fa per una mia idea ma con il sostegno di tanta parte della comunità, quadri e volontari, è la nostra vetrina che attira non solo i fiorentini. Realizziamo una serie di attività che ci aprono a Firenze, pur mantenendo il cuore dell’attività nei servizi ai nostri iscritti.  Dal punto di vista politico, invece, rappresentiamo un unicum.

Cioè?

il recente consolato israeliano aperto a Firenze

Il rapporto con le istituzioni è molto positivo, c’è stabile e reciproco attenzione e interesse. Questo perché abbiamo da sempre lavorato per essere una parte della società fiorentina. Le faccio un esempio: quando si parla di Israele, Firenze, che da sempre è città prevalentemente di sinistra, mantiene uno sguardo più obiettivo, pur nelle differenze, che altrove. Qui non ci sono posizioni estremistiche o letture pregiudiziali. Non siamo mai all’angolo, anche nei momenti di difficoltà. Mi piace dire che la città tiene a noi, anche per un’idea di accoglienza radicata nella sua tradizione, fin dal dopo guerra, come quella dell’ex sindaco Giorgio La Pira. Inoltre, da decenni la comunità si è impegnata a mantenere i buoni rapporti con la comunità islamica e le altre minoranze religiose della città. La cosa non è sempre facile, ma finora abbiamo sempre trovato modo di lavorare insieme. Per esempio fin dalla prima ora siamo stati a favore della costruzione di una moschea a Firenze (ancora assente). Infine, lavoriamo molto con le scuole, e anche in tal modo dialoghiamo con la città.

Lei è un’artista musicista e studioso di musica ebraica. Come concilia la sua professione con il suo ruolo istituzionale?

Il balagan cafè da anni è una delle attrazioni culturali di Firenze

Non è sempre facile, in effetti. Gestire una comunità ebraica è molto impegnativo, tuttavia ritengo che ciò sia possibile. In generale, credo che nel consiglio di una comunità debbano essere rappresentate tante voci, e non solo quelle di chi, ad esempio, ha lasciato la vita lavorativa attiva. Per quanto mi riguarda, prima di essere eletto presidente ho partecipato alla vita del consiglio già alcuni anni fa, occupandomi di cultura.

In autunno il consiglio Ucei sarà rinnovato. Quali priorità dovrebbe darsi, secondo lei?

Firenze ha già eletto il suo rappresentate nella prossima Ucei, quindi noi siamo pronti. In generale, vedo tre priorità. La prima è il rapporto tra comunità grandi e le altre. Sono un grande estimatore dell’ebraismo romano, ma forse è vero che volte a Roma non ci si accorge che esistono altre realtà dell’ebraismo italiano che da sempre riescono a mantenere una vita ebraica piena e autentica. Gli ebrei fiorentini rappresentano una comunità media, e non per questo hanno meno esigenze, o un’identità che non meriti di essere altrettanto tutelata. Il secondo punto riguarda il ruolo di rappresentanza nella società italiana. È importante che l’Ucei svolga questo compito, anche perché ci aspettano tempi difficili, se penso alle tensioni che mai sembrano placarsi in medio oriente, e al nostro legame imprescindibile con Israele. Infine, dobbiamo sforzarci per collaborare insieme per la crescita di tutto l’ebraismo, e trovare quelle soluzioni e quei compromessi che tengano contro anche delle piccole realtà come la nostra.

Che intende?

gli ultimi stati generali dell’Ucei

Confido che la prossima Ucei trovi un buon punto di mediazione, anche con la rabbanut, ad esempio nella definizione di cosa sia una vita ebraica, concetto che nelle piccole comunità ha necessità di essere declinato con maggiore flessibilità; insomma, l’Ucei deve mantenere la pluralità dell’ebraismo italiano, perché il rischio di far scomparire le particolarità dell’ebraismo italiano nel mondo è concreta. Noi ebrei italiani non rientriamo in alcuna categoria applicabile altrove. Nell’epoca della globalizzazione, se non difenderemo le nostre tradizioni e la nostra identità, rischieremo di essere classificati in schemi rigidi che non ci rappresentano a pieno.

Questa è la sesta tappa del viaggio nelle comunità ebraiche italiane. In precedenza siamo stati a Torino, Venezia, Casale Monferrato e Trieste e Napoli (qui e qui)

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