Piero Terracina Lorella Ascoli

Rompiano il silenzio, entriamo nel cuore della memoria

Dal 2005 Lorella Ascoli, ebrea romana, gira per le scuole per parlare di Shoah. Ecco cosa ci ha raccontato della sua esperienza.

Lorella, come hai iniziato?

Lorella Ascoli
Lorella Ascoli

Dunque è iniziato prima accompagnando i sopravvissuti e in particolare Piero Terracina con cui mi lega un rapporto sia di famiglia che di testimonianza. Poi nel proseguire dei mesi e degli anni, mi è stato richiesto di raccontare la storia di mio padre che, appunto, è strettamente collegata a quella di Piero, e ho iniziato, su richiesta e tramite Progetto Memoria ad andare nelle scuole.

Vuoi raccontarci la storia di tuo padre?

Mio padre è stato arrestato il 17 Aprile 1944 al Quadraro, la storia è nota: il Quadraro era un quartiere in cui trovavano rifugio dissidenti, politivi ma anche ebrei, e in quel caso lui fu coinvolto nel rastrellamento e deportato all’inizio a Fossoli e poi a Ratibor e poi ad Hannover. Proprio a Fossoli, ha incontrato la sua famiglia, la famiglia di Piero e praticamente in quella circostanza fu proprio il padre di Piero, Giovanni Terracina a impedire a mio padre di unirsi al loro gruppo. Questa circostanza mi è stata resa nota solo da Piero stesso perché mio padre ovviamente come molti altri sopravvissuti non ha mai, mai parlato di questi avvenimenti. L’unica cosa che lui aggiungeva nella direzione di Fossoli, raccontando appunto che aveva cercato di inserirsi nel settore dove erano detenuti gli ebrei, che fu proprio una persona che stava nel campo di Fossoli, una donna che gli intimò di tornare sui suoi passi e gli disse lapidariamente: “Tu sei un pazzo, cerchi di raggiungere quel gruppo, ma domani quelli saranno tutti morti“.

Piero Terracina (1928-2019)

Allora visto che stai parlando di Piero, che purtroppo non c’è più, ce ne vuoi dare un ricordo dal tuo punto di vista?

Il ricordo è forte, perché oltre a essere un testimone, è una persona che mi manca in modo particolare per la sua umanità, la sua ironia e anche per la sua vicinanza alla mia famiglia. Ecco fu proprio in circostanza di questo tipo che Piero per la prima volta. Era accaduto un episodio particolarmente sgradevole in una scuola frequentata dalle mie figlie e Piero venne immediatamente per fare una testimonianza. Questo coinvolse 800 ragazzi e in quella circostanza mi resi oggettivamente conto che se questo avvenimento non fosse accaduto, probabilmente io non mi sarei impegnata, come ho fatto poi. Io ritengo che entrare nelle scuole e parlare con i ragazzi, sia l’unico modo per debellare alla radice l’inizio dell’antisemitismo, perché sui giovani, e questo me l ha insegnato Piero, che noi dobbiamo puntare. Sulle nuove generazioni.

Mi ricollego a quello che hai detto, ti chiedo più nello specifico, come si può raccontare la Shoah ai ragazzi? Che età hanno i ragazzi, i bambini?

la Casina dei Vallati, sede della Fondazione museo della Shoah di Roma

Dunque, è chiaro che io riferisco la mia esperienza. Io credo che, con le dovute cautele, bisogna sempre iniziare un discorso calibrandolo con l’età. Ovviamente se uno fa riferimento a bambini molto piccoli, non deve eccedere nel dettaglio dell’orrore, questo è chiaro. Come del resto non lo facevano i sopravvissuti: Piero stesso evitava di entrare nel dettaglio. La mia esperienza ha due tipi di origini. Per molti anni ho collaborato col Museo Ebraico, quindi ho avuto la possibilità di incontrare tantissimi ragazzi, di tutte le età. Avendo una formazione da psicologa, penso che sia importante entrare nel cuore della Memoria, cioè parlare oggettivamente di fatti, che vanno inquadrati in una cornice storica precisa e delineata. Ma quando si parla della memoria della propria famiglia, che è il bagaglio che noi abbiamo, si punto al cuore di chi ascolta. Perché la Memoria è qualcosa che si fissa strettamente sulle emozioni. e noi questo lo sappiamo, quando una esperienza è stata particolarmente coinvolgente non la dimentichiamo mai. Usando questi strumenti si riesce a aprire un canale di comunicazione e spesso i ragazzi ne sono entusiasti. Negli ultimi tempi ho notato, però, il riemergere di persone che ostacolano, boicottano e chiaramente noi sappiamo individuarli bene fin dall’inizio.

Ci sono persone che boicottano, intendi insegnanti, presidi?

un viaggio della memoria di studenti romani

No, non tanto gli insegnanti. Io faccio parte di Progetto Memoria, che è un’associazione che da anni ha rapporti stretti con le scuole in tutta Italia, con le Istituzioni, con le parrocchie, con qualsiasi tipo di associazione faccia richiesta di parlare della Memoria. e non solo il 27 Gennaio. Negli ultimi anni, si vedono ragazzi che da una parte sono completamente disinteressati e lo capisci dal loro atteggiamento o altri che cercano di entrare con domande irrilevanti oppure con domande provocatorie se non con degli atteggiamenti di disconferma diciamo cosi. Io li chiamo i “cranietti rasati”, li vedi già entrare in sala con il bomber, con l’atteggiamento di quello che non ha intenzione di partecipare.

Infatti ci sono stati episodi anche di recente, penso al bambino ebreo di 13 anni che è stato insultato da una coetanea. Come vedi questa attrazione per il fascismo da parte dei giovani, e secondo te quali sono le cause?

Scolaresca davanti alla Sinagoga Nel momento in cui entrano, e li vedi in un incontro non bisogna nasconderli ma anzi a propria volta identificarli e provocarli. Nel senso” ho capito, tu sei qui non sei interessato, quella è la porta puoi anche uscire e andartene”. Questo serve per rafforzare invece il legame, e una spaccatura che si crea con gli altri che sono ovviamente interessati e sono disponibili all’ascolto. Quando succede questo, non hanno possibilità di replica, è molto importante. Secondo: che è chiaro che l’ignoranza. Esiste un vuoto che è creato dalla mancanza di conoscenza da una parte e dall’altra, invece dalla fascinazione per quello che è il periodo del fascismo ma soprattutto del nazismo. Ci accorgiamo che molti ragazzi vedono nella figura del nazista o del fascista uno stereotipo di forza di violenza ma addirittura affascinante. Ecco proprio se nella narrazione, nei fatti storici e nelle memorie personali si calca la mano sul fatto che i nazisti fossero in realtà degli assassini, dei ladri e non facevano riferimento alla fedeltà e all’onore ma anzi al contrario erano persone che si sono approfittate, hanno esercitato la violenza sui deboli e indifesi è un modo per destrutturare questo cliché. Ma sicuramente quando ti rivolgi a un gruppo di giovani e anche di non giovani, non devi puntare solo sulle persone che non voglio ascoltare ma su quelle che ascoltano, meditano e a loro volta sono propositivi, e sono la maggioranza.

Trasmettere la Memoria è comunque un dovere…

Particolare del Yad Va Shem

Lo dobbiamo fare noi per tanti motivi, il primo è il silenzio. Il silenzio ci ha pesato, ha pesato moltissimo sulle famiglie soprattutto per noi testimoni di seconda generazione e sappiamo che quanto non detto è stato determinante nella relazione con i nostri genitori. Ma soprattutto perché il silenzio è ciò che si auguravano gli stessi aguzzini, gli stessi perseguitori, perché non avremmo avuto modo di parlare. E questo silenzio va progressivamente smantellato, proprio per dare voce alle persone che non possono più parlare. Se lo facevano i testimoni a maggior ragione dobbiamo farlo noi. Faccio un esempio di un episodio che mi è capitato proprio con Piero. Io ho delle resistenze ad andare nei luoghi come Auschwitz, nei campi di sterminio, è una cosa che mi riesce difficile da fare. Spiegavo una volta in un sms a Piero le varie motivazioni. Lui mi rispose con due sole parole che sono rimaste scolpite nella mia mente: “figurati io!” e da questo punto io ho capito che se per loro è stato difficile e quasi impossibile valicare il muro del silenzio e parlare e dare testimonianza, chi siamo noi per non farlo?

Qualcuno sta paragonando la situazione di questi anni venti in Europa agli anni Venti del secolo scorso, è un paragone ardito o ci possono essere dei pericoli?

Dunque diciamo che io questa risposta non sono in grado di darla perché non sono uno storico, io parlo della mia esperienza . Però posso dire che come sapevano perfettamente i sopravvissuti, ci sono state tante condizioni che hanno portato alla persecuzione, e bisogna ricordare che la Shoah non ha riguardato solo gli ebrei, questo va spiegato dettagliatamente negli incontri, perché pure essendo noi i testimoni più in prima linea dobbiamo coinvolgere gli altri in questo sforzo di testimonianza. Però tornando alla domanda iniziale, ci sono condizioni che possono portare all’inizio e all’evolversi dell’antisemitismo e non solo, mi spiego meglio. Riferendomi alla mia generazione, delle persone nate alla fine degli anni ’50 inizi ’60, noi abbiamo vissuto riguardo all’esperienza e alla Memoria della Shoah sotto un cappello protettivo, i nostri genitori non ci hanno raccontato, come sappiamo lo hanno fatto anche per proteggerci. Ora i testimoni sanno scomparendo: ci troviamo impreparati, e lo dico anche per me, con un senso di sgomento, andando a cercare nelle scuole di parlare ed è chiaro che non abbiamo la stessa forza e la stessa potenza delle loro parole e questo deve essere un motivo per cercare di affinare le tecniche, affinare la frequenza degli incontri, usare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, dai social, dai gruppi eccetera, per iniziare quella che è una battaglia. Perché questa battaglia andrà avanti per le future generazioni. L’emergere dell’antisemitismo è una spia sui tempi futuri. Noi prima eravamo tranquilli, con le parole “Mai più”, non sarebbe mai successo, ma invece vediamo che questo Mai più è indebolito.

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