Siamo i custodi di una tradizione millenaria

Elio Carmi, presidente della comunità di Casale Monferrato, ci spiega cosa significa presidiare un territorio con forte memoria ebraica, e quali sono le sfide dell’ebraismo di domani

Presidente Carmi, lei guida la comunità di Casale Monferrato dalla scorsa estate. Può descrivere ai lettori di “Riflessi” cosa significa vivere in una piccola comunità ebraica oggi?

Le piccole comunità italiane, sono una parte consistente dell’Italia Ebraica. Oltre alla gestione ordinaria delle quotidianità, alla relazione con il rabbinato, al mantenimento delle relazioni istituzionali, si trovano ad essere molto spesso una sorta di avamposto culturale (rispetto a Roma e Milano), e sono dei “Custodi” nel senso che custodiscono e mantengono in vita una relazione millenaria con i loro territori geografici.

 Nel suo curriculum c’è anche l’esperienza di amministratore comunale. Inoltre, nella sua professione, è da oltre 40 anni alla ricerca di cose “buone, belle e utili”. A suo avviso, c’è un modo ebraico di impegnarsi nella vita pubblica?

Mio Padre è stato amministratore pubblico, ho fatto anch’io la mia parte nel passato, e recentemente anche mia figlia è stata Assessore. Credo che ciascuno debba fare la sua parte di Tikkun Olam. Non necessariamente nella funzione pubblica.

 Tutti gli esperti sono convinti che il Covid cambierà le nostre vite anche in futuro, e che il mondo non sarà più quello di prima. Lei che previsioni si sente di fare per il nostro paese?

La specie umana non può continuare a “consumare”, viviamo da sempre in un tempo presente in continuo divenire spesso non affrontando il domani. Questo tempo del Covid ha evidenziato molti errori, debolezze, urgenze. Il nostro Paese è una parte del mondo globale a cui siamo connessi. Sarà attraverso una diversa cultura dei bisogni collettivi che si produrranno le modifiche necessarie, ma tutto ciò fallirà se non si farà crescere una diversa cultura dei desideri.

 E per l’ebraismo italiano? Quest’anno si svolgeranno le elezioni per il rinnovo dell’Ucei. A suo avviso, per rafforzare l’ebraismo italiano, su quali temi il nuovo consiglio dovrà concentrarsi?

Ritengo che il consiglio precedente abbia fatto un ottimo lavoro nonostante le divergenze. Ha affrontato con efficienza il Covid, affiancando le Comunità locali, agendo con le istituzioni dello Stato, e le relazioni con Israele. Ha fatto molto ma non è riuscito ad agire su un versante oggi fondamentale: la Comunicazione. Lì c’è molto molto lavoro da fare.

Immaginazione, progettazione e creatività mi sembra siano le linee su cui è orientato il suo cammino professionale e umano. Mi sembrano anche parole importanti per guardare al futuro. A “Riflessi”  ci siamo già occupati di giovani: come vede il futuro per i giovani ebrei italiani?

Gli ebrei di tutto il mondo uniscono in sé due aspetti strutturali e identitari: il primo è la Religione come modello universale, culturale, filosofico e soprattutto come pratica di vita. Ma c’è ovunque ci sia una cultura diasporica, l’aspetto della Tradizione derivata dalla commistione con il territorio ospitante. Nel nostro caso non è solo italiana, ma spesso è locale, provinciale, comunale. I giovani ebrei italiani perderanno il legame con queste tradizioni e sarà un impoverimento culturale. Se però si sostituirà con una visione più connessa, globale e universale dell’ebraismo tutto ciò avrà risvolti positivi. Bisogna coltivare la consapevolezza i nostri valori fondamentali, proprio perché il futuro si arricchisca dei ciò che noi siamo con le nostre distintività, differenze, e speranze per contribuire come giovani ebrei ad un mondo migliore.

Questa è la terza puntata del viaggio di Riflessi nelle comunità ebraiche italiane. La prima puntata è stata a Torino, e la seconda a Venezia. Seguiteci!

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