Dario Calimani, 75 anni docente di letteratura inglese, da alcune settimane è il nuovo presidente della comunità ebraica di Venezia. Prosegue con lui, dopo Torino, il viaggio di Riflessi nell’ebraismo italiano

 

Professor Calimani, lei ritorna alla presidenza della comunità di Venezia dopo quindici anni dall’ultima volta. Com’è cambiata la sua comunità in questi anni?

Siamo invecchiati. Siamo 430 iscritti, e negli ultimi vent’anni il calo demografico non è stato grave, grave invece è l’invecchiamento della comunità, i giovani che lasciano la città in cerca di lavoro. A colpirci poi, in modo sempre crescente, è il grado di assimilazione. La presenza al Tempio è un punto di crisi della nostra vita comunitaria, ma lo è da decenni. Molti anni fa si era proposto un turno concordato per non far mancare il minian. Ma anche l’attività sociale della comunità si è sfaldata non poco. La sfida, se si vuole che ci sia un futuro, sta nell’impegnarsi in un’opera di riaggregazione, cercando di riavvicinare gli iscritti alla vita comunitaria, non solo con qualche pranzo saltuario, ma anche toccando i diversi temi dell’ebraismo che più sono vicini ai molteplici modi di sentire della comunità nel suo insieme. La comunità ebraica italiana è comunità di diversi: non ci unisce un uguale grado di religiosità o il sentire sionista o il pensiero ebraico o i libri ebraici che possediamo, ma un po’ di tutto questo in proporzioni diverse. Al di là della retorica, siamo una comunità poliedrica e assimilata, ma possiamo cercare ugualmente di mantenere viva la nostra identità senza vergognarcene. Se vogliamo continuare a essere comunità dobbiamo sforzarci di guardare all’altro senza distanza o sussiego, convincendosi che l’altro ci serve, e non solo al momento del minian fisico: ci serve anche per il nostro minian ideale. Dobbiamo prendere coscienza della nostra crisi e superare quell’indifferenza che ci fa vivere il nostro ebraismo un po’ annacquato come una cosa acquisita e sufficiente in sé, e dobbiamo superare le divisioni e i contrasti che ostacolano il nostro stare insieme.

La comunità ebraica di Venezia è una delle più antiche in Italia e non solo, per secoli cresciuta in una delle città più cosmopolite d’Europa. In effetti, i veneziani sono abituati da sempre ad avere contatti con il resto del mondo. Ci può descrivere, se esiste, il carattere dell’ebreo veneziano?

L’ebreo veneziano è un ebreo turisticizzato. D’estate siamo invasi da folle di visitatori che frequentano la nostra sinagoga. Il turismo permette di rimpolpare abbondantemente il nostro minian striminzito, ma ci fa anche sentire un po’ uno zoo di animali in mostra. Facciamo folclore. E il turismo di passaggio non lascia proprio nulla, se non il disagio entusiasmante e fugace del suo passaggio. Mi spiace non riuscire a fare retorica dell’ottimismo, ma sarebbe più utile che riuscissimo a concentrarci sulla nostra crisi sociale e culturale, anziché sugli obblighi che ci derivano dal turismo e che ci pongono al centro di un’attenzione che nulla contribuisce alla nostra salvezza di comunità che sta per scomparire.

La pandemia ha provocato una profonda crisi, sociale ed economica, nel tessuto di molte città. Venezia ha dovuto fare a meno dei suoi turisti. Quali sono stati gli effetti del Covid sulla sua comunità?

La pandemia ci ha riportato alla realtà. Sparito il turismo, abbiamo dovuto aprire gli occhi: per fare un minian dobbiamo organizzarci, raccogliere adesioni, chiamarci a vicenda. Si è risvegliato un po’ di spirito di collaborazione e la disponibilità a esserci, anche fra diversi. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Speriamo di ricordarcelo anche dopo il Covid.

Quest’anno si svolgeranno anche le elezioni per il rinnovo dell’Ucei. A suo avviso, per rafforzare l’ebraismo italiano, su quali temi il nuovo consiglio dovrà concentrarsi?

L’UCEI, ma anche il rabbinato, deve ripensare il proprio ruolo in relazione ai numeri. Le piccole comunità sono schiacciate fra le due grandi realtà ebraiche di Roma e di Milano. Qualcuno sta pensando di poterle sacrificare sull’altare dell’omologazione: tutti ebrei milanesi o romani. A noi non piace troppo questa indolente proposta di suicidio. L’assimilazione ci colpisce più di quanto non faccia con altre realtà maggiori. A Venezia stiamo cercando di reagire con un progetto che coinvolge coppie di giovani con problematiche diverse di assimilazione. Sono stati avviati corsi di cultura e di lingua ebraica: non siamo ancora a regime, e non abbiamo ancora raggiunto un’organizzazione ideale. Ricordiamo anche che da anni, con fatica e scarso risultato, si propone una collaborazione a livello nazionale fra rabbinato e comunità. Bendarsi gli occhi davanti alla realtà non serve. Stiamo chiedendo aiuto e le nostre implorazioni ricevono solo la risposta del silenzio. Il muro contro muro ci porterà solo alla riforma. Qualcuno ne sarà felice, qualcun altro ne soffrirà. E l’ebraismo andrà avanti così, sempre più diviso.

Può descriverci la giornata tipo del presidente della comunità ebraica di Venezia?

Non esiste una giornata del presidente. Esistono però le ansie e le angosce del presidente. Grondaie che crollano, minian cui manca il decimo (ma anche il nono), impianti elettrici da mettere a norma, caldaie da reinstallare, museo in restauro, ristorante da riaprire, conti che non tornano mai, e infiniti incontri con le autorità. L’unica speranza è che ne valga la pena. E saranno solo i nostri giovani a dirlo, domani.

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