La razzia del 16 ottobre fu realizzata grazie all’aiuto italiano

Michele Sarfatti, storico della persecuzione antiebraica italiana, spiega a Riflessi le responsabilità italiane nella razzia del 16 ottobre 1943

Professor Sarfatti, come era la situazione degli ebrei italiani in quell’ottobre del 1943?

Michele Sarfatti (foto: Giliola Chiste)

La situazione era determinata dal fatto che tra l’8 settembre e la metà di ottobre – cioè poco dopo la ricostituzione di un governo fascista [la Repubblica Sociale Italia, RSI, a Salò, n.d.r.], che ancora non era ben chiaro come avrebbe operato e come, perché non aveva ancora resa pubblica la propria politica sugli ebrei – il governo nazista a Berlino decise di procedere con una serie di azioni di arresto di ebrei in Italia.

E Mussolini?

Su questa linea di persecuzione Hitler aveva quello che noi oggi chiameremmo un silenzio assenso di Mussolini. Sebbene non esistano verbali al riguardo, infatti, certo Mussolini sapeva delle imminenti deportazioni; il mio parere era che lo sapesse, e che fosse d’accordo.

Mussolini annuncia le leggi razziali a Trieste, estate del 1938

Cosa sappiamo del piano di programmazione delle deportazioni in Italia?

Alla fine di settembre del 1943 c’è una circolare del ministero degli esteri di Berlino, che dice che gli ebrei italiani sono arrestabili ovunque in Europa. Sappiamo inoltre che per la fine di settembre si preparava una retata degli ebrei di Napoli, che non venne effettuata perché programmata negli stessi giorni in cui la città insorse contro i nazisti, di fatto salvando la vita agli ebrei napoletani. La retata del 16 ottobre dunque non doveva essere la prima, bensì la seconda, ma per via della liberazione di Napoli divenne la prima. Inoltre, sappiamo che nel frattempo erano iniziate le retate nella zona del Friuli-Venezia Giulia, che all’epoca faceva parte di un territorio denominato “litorale adriatico”, governato direttamente dal Terzo Reich. A Roma operò un reparto speciale, guidato da Theodor Dannecker, che aveva il compito di agire in tutta la penisola, esclusa le regioni di Trento e Trieste. Il suo primo obbiettivo, come detto, fu Napoli, e poi Roma.

Quando i tedeschi entrano a Roma, com’è la vita degli ebrei italiani, dopo 5 anni di leggi razziali e tre anni di guerra?

Theodor Dannecker era a capo del reparto incaricato di realizzare le deportazioni di ebrei in Italia

Gli ebrei romani, o comunque che abitavano a Roma, erano impoveriti e isolati, due cose che andavano di pari passo. Per 5 anni infatti avevano subito la persecuzione fascista, la persecuzione dei loro diritti realizzata con le leggi antiebraiche, che incidevano poi sulla loro vita. Voglio dire che, privati del lavoro, erano quelli in città con meno strumenti di sopravvivenza. A fronte dell’arrivo dei tedeschi, dobbiamo considerare che le persone più avvertite e senza familiari anziani malati, cominciarono ad allontanarsi per motivi di sicurezza. Gli ebrei cercavano case verso i castelli, verso il Molise e altrove. Tuttavia, dalla città non si allontanarono quelli che non potevano farlo: i più poveri, chi non aveva soldi, e chi aveva invalidi, o anziani. È un aspetto tremendo da valutare: peggio si stava, e più si rimase incastrati nelle maglie degli arresti. Se andiamo al di là del terribile numero degli arrestati, deportati e uccisi, e entriamo nella storia delle famiglie, scopriamo questa altra gravità. Molti sarebbero voluti andare via, ma non sapevano dove, o non avevano mezzi per andarsene. È un aspetto importante della tragedia da considerare.

Veniamo al ruolo svolto dalle autorità italiane nella deportazione del 16 ottobre.

La liberazione di Napoli salvò dalla razzia gli ebrei della città

Comincerei a parlare della Santa sede. Vari storici del mondo cattolico, pur senza malignità, sostengono che l’intervento del cardinale Maglione [segretario di Stato, ossia ministro degli esteri del Vaticano, n.d.r.] presso l’ambasciatore tedesco compiuto il 16 ottobre sia riuscito a evitare il prolungamento dell retata nella sua durata, o la sua ripetizione. Ma io credo sia un’induzione errata.

Perché?

Perché non tiene conto di due cose: la prima, che una volta sparsa la voce di quel che era accaduto all’alba del 16 ottobre, gli ebrei si nascosero e scapparono, almeno quelli che poterono. Quindi la retata comunque non avrebbe potuto essere ripetuta. Il secondo fatto da analizzare sono gli ordini e le direttive che il comando di Dannecker doveva eseguire. La consegna era: realizzare una razzia fulminea, città dopo città. Dopo Roma erano già state programmate Firenze, Bologna, Torino, Milano. Dai documenti tedeschi si ricava che Dannecker doveva fare la retata solo in quel giorno e poi spostarsi di città in città. Quindi non c’era uno spazio per un intervento del Vaticano che potesse cambiare le cose. Nella storia dobbiamo sempre analizzare i documenti, anche se pochi, dell’attore principale, in questo caso il comando speciale di Dannecker.

E per quanto riguarda le responsabilità italiane?

Mussolini costituisce la RSI a Salò dopo l’8 settembre 1943

Non solo c’è una responsabilità italiana per gli arresti che vanno dal 30 novembre 1943 in poi, data in cui la RSI emana un ordine di arresto verso tutti gli ebrei. C’è infatti una quota di responsabilità italiana anche per la retata del 16 ottobre.

Non fu dunque una iniziativa solo tedesca?

No, c’è una responsabilità anche italiana. Il primo punto è quello degli elenchi. Le amministrazioni pubbliche, a partire dalla questura, erano ricolme di elenchi di ebrei. Quali elenchi furono utilizzati dai nazisti? Quel che è certo è che Dannecker, con l’aiuto di Kappler, gli elenchi l’ha trovati in questura, e in più copie. Non basta. Questi elenchi, in ordine alfabetico, dovevano essere trasformati in indirizzari, dove andare a cercare gli ebrei. Bisognava trasformare gli elenchi di persone in elenchi di strade e numeri civici, per così dire. La retata si realizzò con un ritmo preciso, scandito dagli indirizzari ricavati da quegli elenchi. Noi non conosciamo i nomi di chi ha battuto a macchina, né se fossero consapevole di quel che stavano facendo, ma il lavoro è stato fatto certamente da italiani. E poi c’è un altro indizio che ci parla della responsabilità italiana.

Quale?

Michele Sarfatti è uno dei principali storici della Shoah in Italia

C’è una circolare del questore di Roma ai commissariati il 16 ottobre mattina. Dà disposizione per mantenere viva la sorveglianza sugli ebrei tedeschi. Perché si aumentò tale controllo, mentre i tedeschi arrestavano ebrei per lo più italiani? Il mio dubbio, sul quale indagare, è che sia stato possibile che, dal momento che i tedeschi non dovevano arrestare tutti gli ebrei, perché dovevano fare in fretta e poi spostarsi, scelsero gli ebrei italiani. Questo spiegherebbe perché il questore, che sapeva della razzia, decise di controllare gli ebrei tedeschi. Tutto ciò deve diventare materia d’indagine seria, è mia convinzione infatti che nel contesto del 16 ottobre c’è ancora da scavare.

Veniamo a oggi. A che punto è la consapevolezza della persecuzione e delle responsabilità italiane?

Oggi siamo molto più avanti di dieci anni fa, e molto meno di quanto lo saremo tra altri dieci. È difficile quantificare lo stadio esatto di percezione di quel che è avvenuto, perché è un processo che sta andando avanti, ma che ha ancora molta strada da fare. Certo non siamo ancora a un livello in cui possiamo dirci tranquilli, e sederci. Ci sono aree di questo paese in cui non si crede che la Shoah sia avvenuta in Italia, o che sia stata grave, o che ci sia una responsabilità italiana. Su questo dobbiamo continuare a ricordare cosa è avvenuto, a tenere ferma una consapevolezza. Da parte delle istituzioni c’è consapevolezza, e anche da parte della stampa. È nella società che ci sono aree di indifferenza e di rifiuto.

Quindi dobbiamo salvaguardare la memoria?

A me la parola memoria non soddisfa, mi piacciono invece queste: studio, conoscenza e consapevolezza.

Ha timori per la situazione odierna, con la recrudescenza della destra neofascista e con alcuni paesi europei xenofobi e dalle tendenze negazioniste?*

L’ultimo libro di Sarfatti (Il cielo sereno e l’ombra della Shoah, Viella)

Guardi, in Italia il fascismo c’è ancora. Basta andare a Predappio e vedere cosa viene venduto, ma anche a Salò. E a comprare i souvenir fascisti non sono ottantenni, ma persone di due e tre generazioni dopo. I fascisti ci sono, e la lotta è continuamente per contenerli, per questo dico che non è possibile sedersi e ritenere superata la fase storica in cui il fascismo era un pericolo. Forse l’Italia ha superato quella fase critica, ma certo non tutti gli italiani lo hanno ancora fatto.

*L’intervista è stata realizzata il giorno precedente l’assalto alla Cgil dell’8 ottobre, n.d.r.

 

 

 

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