L’economia israeliana e il volo del calabrone, di Aviram Levy

Come tutti sanno, l’economia israeliana è da alcuni anni oggetto di studio e di ammirazione in tutto il mondo per il suo primato nel settore high-tech: il numero elevato di start-up e di società quotate al Nasdaq le sono valse il soprannome di ‘start-up nation’; l’ultimo exploit è quello della società israeliana di ‘brokeraggio e trading finanziario online’e-Toro, che sta per quotarsi negli USA ed è stata valutata a oltre 10 miliardi di dollari (nel 2013 Google acquistò l’israeliana Waze per 1 miliardo di dollari).

Questa forte propensione a innovare è stata spiegata in molti modi (le ricadute di un settore militare molto tecnologico, la presenza di buone università e di fondi pubblici) ma rimane in parte un enigma. Un altro enigma che caratterizza l’economia israeliana è la sua “resilienza” all’instabilità politica e al sistema elettorale israeliano. Numerosi studi hanno dimostrato che i paesi con un sistema politico frammentato e instabile, che spesso si associa a un sistema elettorale proporzionale, tendono ad avere una performance economica peggiore.

Questo fenomeno si accentua quando il sistema elettorale prevede, come in Israele e in Italia, che i parlamentari siano scelti dai partiti, con liste predefinite, e non dalle preferenze degli elettori. Come si spiega invece il fatto che la classe politica israeliana, così frammentata, litigiosa e, ultimamente, particolarmente ‘miope’ perché in perenne campagna elettorale, si comporti in modo così responsabile e lungimirante in campo economico, senza avere neanche un “vincolo esterno”, come le regole dell’Unione europea e dell’eurozona.

In fin dei conti sono questi stessi parlamentari che votano le leggi di bilancio dello Stato e fungono da ministri e sottosegretari. Da un lato, la classe politica israeliana è forse consapevole che un paese in guerra non può permettersi un’economia debole e, di conseguenza, dipendente dall’estero.

In secondo luogo i governanti israeliani hanno probabilmente capito che un’economia, come quella israeliana, di ridotte dimensioni e che non fa parte di un blocco economico o monetario di sostegno, non può permettersi politiche economiche eterodosse o “avventuriste”, pena una crisi valutaria e una fuga di capitali, con tutto quello che ne consegue (si guardi la Turchia). Ne è l’esempio lampante la crisi da “iperinflazione” che colpì Israele negli anni 1982-85, con un tasso di inflazione che arrivò al 1000% e trasformò le banconote in carta straccia, come nella Germania di Weimar; questo trauma, che scaturì da scelte infelici di politica economica, è rimasto impresso nella memoria collettiva e nella classe politica.

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