Gesù palestinese? Correggiamo l’ennesimo falso storico

Nonostante tanti anni di dialogo ebraico-cristiano, nelle scuole elementari italiane circolano ancora testi che contengono affermazioni sbagliate e pericolose, indice di pregiudizio e ignoranza ancora radicati

“La grande avventura”, sussidiario per la 5° elementare edito nel 2014 da La Spiga Edizioni (a cura di L. Allevi, M. Cappelletti e A. De Gianni), come ogni sussidiario tratta delle origini del cristianesimo e dei suoi rapporti con l’impero romano al tempo di Augusto.

Se venti o trenta anni fa in questi libri si poteva tranquillamente trovare l’accusa storica di deicidio nei confronti degli ebrei collettivamente ed indistintamente indicati, oggi, dopo il Concilio Vaticano secondo e dopo anni e anni di dialogo interreligioso, è molto più difficile; questo non significa tuttavia che non si nascondano altre “insidie”.

La terra di Israele al tempo della rivolta di Bar Kokhba

La novità negativa che si registra è infatti quella di definire Gesù “palestinese”, in quanto nato in Palestina, omettendo qualsiasi menzione esplicita alla sua identità ebraica.

Il falso storico è evidente ed enorme, in quanto all’epoca della nascita di Gesù semplicemente la Palestina non esisteva. Come è noto, nei Vangeli quel territorio, occupato dai Romani, viene chiamato Giudea, Samaria e Galilea e non compare mai il nome Palestina.

Anche sulle monete romane, che ricordano la vittoria sui nativi, è scritto “Iudaea capta” è solo dopo la seconda guerra giudaica l’imperatore Adriano volle cancellare il nome di Jerushalaim e della Giudea con i nomi di Aelia Capitolina e Palestina. Mentre il nome di Aelia Capitolina è caduto, quello di Palestina si è imposto fino al XX secolo.

Solo al termine della seconda guerra giudaica, combattuta tra il 115 ed il 117 era volgare, l’imperatore Adriano, dopo aver domato la rivolta del condottiero ebreo Bar Kokhba contro l’impero romano e dopo aver distrutto Gerusalemme, decise di cambiare il nome alla città, nella quale era proibito, sotto pena di morte, l’ingresso ai Giudei. Vi era la volontà di cancellare anche il ricordo di quella che era stata Eretz Israel e annientare ogni traccia della presenza ebraica con la sua storia, la sua cultura e la sua religione.

monete d’argento coniate dal Regno di Giuda nel I sec. e.v.

Solo dopo la sconfitta dei ribelli ebrei da parte dei romani, l’Impero chiamò Palestina la terra del popolo ebraico, per punirlo e per dare un segnale alle altre popolazioni sovversive. I romani cancellarono il nome ebraico “Giudea” e lo sostituirono con il nome di un antico nemico che gli ebrei disprezzavano. I Filistei, infatti, erano un popolo estinto dell’Egeo che gli ebrei avevano detestato per la barbarie e l’ignoranza.

In questo modo Palestina, nome che indicava le terre occupate dai Filistei, ha sostituito il regno di Giuda e Eretz Israel. Tale tendenza, in molti ambienti, perdura ancora oggi e si preferisce parlare di Terra Santa piuttosto che indicare le originarie denominazioni ebraiche.

Per diciannove secoli si è dunque sempre impiegato il nome Palestina, ma solo a partire dalla metà del XX secolo quella che era una designazione puramente geografica ha assunto un significato etnico.

particolare dell’arco di Tito

Proiettando all’indietro questo nuovo significato su tutta la storia precedente si ha come risultato che le vicende del regno di Giuda e del regno d’Israele, nonché tutta la storia biblica, ed in particolare ebraica, viene cancellata e sostituita da un’altra narrazione, secondo la quale quelle terre sono da sempre Palestina, e da sempre abitate da Arabi Palestinesi. In tale visione anche Gesù era Palestinese e così pure gli Apostoli e la prima Chiesa.

Coerente con tale visione è l’opinione, purtroppo oggi diffusa, che lo Stato d’Israele – “l’entità sionista” – non sia il risultato dell’autodeterminazione del popolo ebraico, ma rientri nella storia del colonialismo e del razzismo, dimenticando che la sua rinascita nel 1948 è stata frutto di una decisione dell’ONU.

A tale falso non si è sottratto neppure il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen che più volte nei suoi interventi di auguri per Natale ha definito Gesù di Nazareth “palestinese”, in un contesto che implicava l’esistenza di una persecuzione dei cristiani da parte dello Stato ebraico d’Israele.

Insomma, quando leggiamo di un “Gesù palestinese”, la nostra irritazione sale al massimo, perché ricordiamo bene le vignette satiriche in cui le sofferenze dei palestinesi sono accostate alle sofferenze di Gesù e l’accusa di deicidio, motivazione ideologica alla base di secoli e secoli di antigiudaismo cristiano, ritorna in chiave politica e discriminatoria.

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