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Protestiamo per salvare la democrazia israeliana

Jonathan Sierra è uno dei tanti attivisti che da settimane menifesta in Israele contro la riforma della giustizia voluta dal governo Netanyhau. A Riflessi racconta cosa anima le tante voci di protesta

Jonathan Sierra, tu sei uno dei tantissimi attivisti che in queste settimane partecipa alle continue manifestazioni che in tutto Israele protestano contro la riforma della giustizia del governo Netanyahu. Ci puoi dire, innanzitutto, chi organizza le proteste?

qui e sotto: alcune immagini delle proteste in Israele contro la riforma della giustizia avanzata dal governo Netanyhau

Vorrei dire che qui esprimo solo un’opinione personale, perché non sono portavoce di nessun gruppo o associazione; sono infatti un semplice attivista. Questo però già mi dà modo di rispondere alla tua domanda. Non c’è infatti un solo portavoce e una sola organizzazione dietro le proteste, nel senso che esse nascono da tantissime piccole organizzazioni, tutte caratterizzate dalla spontaneità. Tutte queste forme di mobilitazione – lo scorso sabato sera siamo arrivati a 400.000 manifestanti – si sviluppano in più luoghi, anche se i centri principali sono tre: Gerusalemme, Haifa e in modo particolare Tel Aviv, dove confluiscono molte persone di tanti altri centri, anche più lontani.

Dunque è una protesta non organizzate, diffusa.

Certo. Ci mobilitiamo attraverso le chat di WhatsApp – io stesso ne seguo una quantità tale da non poter più leggere tutto quello che viene scritto – che sono interessanti per capire questa protesta, perché ogni gruppo ha le sue priorità, il suo linguaggio, le sue richieste.  È una protesta diffusa per una serie di motivi. Innanzitutto perché ci si organizza per professioni e attività: protestano i soldati, protestano i riservisti, protestano gli infermieri, protestano gli insegnanti, e così via. Sottolineo che, comunque, non si passa mai per le associazioni organizzate, come i sindacati, ma è tutto realizzato in forma spontanea, dal basso. Quindi non c’è una centralità, una regia vera e propria delle proteste. Detto questo, poi c’è un’iniziativa maggiore da parte di una serie di gruppi che poi riescono a trascinarsi dietro molti altri. Anche le forme della protesta cambiano: naturalmente le manifestazioni del sabato sera sono le più partecipate, ma poi si protesta anche durante la settimana, o per eventi speciali – come la partenza di Netanyahu verso Roma – oppure si organizza la “giornata dei disguidi”, in cui si tenta di creare appunto dei disguidi, come ad esempio dei blocchi stradali che poi creano degli ingorghi che a loro volta creano un effetto domino. Dunque, per sintetizzare, direi: tutta la protesta nasce spontanea, dal basso, anche se poi c’è una forma di coordinamento tra gruppi un po’ più grossi.

Queste manifestazioni si riconoscono su una piattaforma comune?

Alla luce di quello che ti ho detto, non è possibile pensare che tutti questi movimenti che si ritrovano insieme abbiano anche una piattaforma comune.  Forse è possibile che da qui nascerà qualcosa in futuro, ma oggi no. Direi che c’è solo una unica base comune: fermare la riforma nella sua forma proposta dal Ministro Levin e da Bibi. Come sai l’attuale processo legislativo è in corso, una parte delle leggi in esame sono passate in prima chiamata, ma serve ancora una seconda e una terza chiamata e poi la firma del presidente Herzog. La richiesta è fermare l’iter ed eventualmente cominciare una trattativa che consenta o meno di avere dei cambiamenti; ammesso questi cambiamenti che servano. Comunque, per rispondere alla tua domanda, direi che c’è una parte significativa della protesta che vuole lo stop alla riforma, senza mediazioni, e un’altra parte che chiede di arrivare a una riforma condivisa. È evidente che se si dice solo di bloccare tutto, il governo reagisce a sua volta irrigidendosi, per cui io credo che bisognerebbe trovare il modo di avviare un dialogo.  Al momento purtroppo registro che il governo ha molta fretta di votare la riforma, con una velocità sospetta e del tutto inusuale per questo genere di leggi, a maggior ragione in una situazione così conflittuale. Ora ha proposto una pausa in questa settimana, ma siccome c’era la festa di Purim comunque i lavori sarebbero rallentati, per cui non è stata certo un’apertura. Tra queste due posizioni c’è molta poca comunicazione, nessuna delle due parti vuole arrivare a una negoziazione. La mia impressione è che però la riforma spieghi solo in parte questa contrapposizione. Questo scontro nasce da lontano, da tutto quello che è successo nel paese nel corso di molte diecine di anni. Ci sono tante emozioni diverse, tante rabbie da entrambe le parti, che nella riforma hanno trovato la scintilla per divampare.

il presidente di Israele, Isaac Herzog

Questa riforma secondo te è alimentata anche da interessi personali; in altre parole, quanto è vero che Netanyahu è mosso dalla necessità di cautelarsi per i processi che lo vedono imputato?

Questo tema non entra nel dibattito giuridico intorno alla riforma; naturalmente però resta sullo sfondo. Se tu chiedi a me personalmente cosa ne penso, per quel poco che vale il mio giudizio, sicuramente la vicenda giudiziaria di Netanyahu ha un’influenza, perché lui vuole togliersi i processi dal groppone e future ulteriori inchieste. Però la protesta nasce soprattutto da altre cause: solo una minoranza si lamenta per motivi esclusivamente legati alla riforma della giustizia. Il resto nasce dalle emozioni e anche dai cliché usati dalle due parti che si scontrano, il linguaggio è spesso troppo roboante, tracotante. Io credo invece che ci sarebbe bisogno di entrare nel merito, e capire perché c’è bisogno di una vera riforma, che non può essere certo quella presentata dal governo.

Yair Levin, ministro della giustizia

Tra chi protesta si sentono molte voci secondo cui se passasse questa riforma Israele smetterebbe di essere una democrazia o comunque una democrazia liberale, assomigliando piuttosto a quella democratura che c’è in Ungheria o in Polonia o in Turchia.

Sull’immediato no. Però è vero che questa riforma getta le premesse per arrivare, nel corso del tempo, a una cosa di questo genere. Come sai, una democrazia si basa su tre pilastri, e se il potere legislativo neutralizza il potere giudiziario non c’è più un meccanismo di checks and balances e nel giro di un tempo relativamente breve si potrebbe arrivare a una situazione in cui e il potere politico di turno influenza tutto il sistema. Per questo sì, in generale penso che ci sia questo pericolo.

In questo scontro tra, diciamo, il governo e le proteste nel paese, l’opposizione politica che ruolo gioca?

Netanyhau e Orban

L’opposizione parlamentare si dà da fare, certo, però non in modo efficace. Oggi l’opposizione chiede innanzitutto di fermare i lavori prima di cominciare a dialogare sul merito della riforma. Il che comporta un muro contro muro, perché il governo e la maggioranza è contraria.  Ad ogni modo, chi è nella Knesset cerca anche un dialogo con chi è in piazza, una sponda, ma la mia impressione è che la protesta di piazza è significativamente autonoma da quello che avviene in parlamento e non si sente necessariamente rappresentata dall’Opposizione parlamentare.

Secondo te quello che sta avvenendo in queste settimane, a prescindere poi dagli esiti, può essere anche l’inizio di un nuovo laboratorio politico per una nuova classe dirigente?

Il governo guidato da Netanyhau

In questo momento direi di no. In generale, nel paese c’è una forte assenza di leadership, soprattutto nell’opposizione, che ha portato ai risultati delle elezioni che conosciamo. Le elezioni infatti hanno mostrato che la sinistra non ha perso per mancanza di un elettorato, ma per una forte disorganizzazione e battibecchi interni, cosa comune a molte sinistre nel mondo. Per tornare a Israele, la mia sensazione personale – per quello che vale, di un semplice attivista e non un’analista – è che si è in cerca di nuove leadership. Me ne accorgo da quello che osserva alle manifestazioni: se prendi le figure che salgono sul palco, ci sono parlamentari, ex parlamentari e altri che non lo sono mai stati. Se mi sforzo di vedere il bicchiere mezzo pieno, direi che in questa situazione è possibile paradossalmente che questa frammentazione e questa spontaneità in alcuni casi portino a delle novità, anche a un incontro di gruppi diversi, almeno tra i due caratteri dominanti. Se, ipotizziamo – e sottolineo ipotizziamo – sta emergendo all’interno del movimento una forma di leadership, allora questa è da ricercare nei due gruppi più sostanziosi.

La Corte suprema israeliana

Quali sono?

Potremo parlare, per comodità, di “modello Gerusalemme” e “modello Tel Aviv”: due forme di protesta molto diverse.

In cosa sono diverse?

A Gerusalemme, da dove ti parlo, la partecipazione è nettamente inferiore che altrove, ma ha un carattere unico: qui c’è l’incontro tra religiosi e laici, tra destra e sinistra. Le manifestazioni che vengono regolarmente e organizzate il sabato sera si tengono di fronte alla casa del presidente dello Stato, senza la presenza di politici: quando sono venuti, a turno Ganz e Lapid, non sono stati fatti salire sul palco. Il carattere gerosolimitano della protesta è questo: siamo partiti dal mettere insieme destra e sinistra, i religiosi e i non religiosi, cosa come sai per niente semplice; questa è la nostra particolarità.

E a Tel Aviv?

Protesta ad Ha-bima

A Tel Aviv la protesta invece è molto più dura e molto più intransigente, nel senso che lì si chiede di fermare ogni tipo di riforma. Le persone si incontrano in almeno 2 o 3 punti della città – piazza Rabin o davanti al teatro Ha-Bima – da cui partono cortei che si uniscono e mischiano, per esprimere una totale contrarietà alla riforma.

Un’ultima domanda: come si valuta, da Israele, l’insieme di iniziative di cittadini israeliani all’estero, di protesta contro questa riforma e che si terrà anche a Roma, oggi?

In Israele si sta osservando con curiosità e spesso con soddisfazione quello che avviene, ovviamente. Si stanno tenendo in effetti manifestazioni un po’ dappertutto: L.A., Seattle, Roma. Tuttavia occorre precisare: si tratta di manifestazioni organizzate da israeliani che vivono all’estero, non da ebrei della diaspora.

qui e sotto: Netanyhau e sua moglie ieri sera, in visita privata al tempio spagnolo. Oggi il premier israeliano incontrerà Giorgia Meloni

Sì, ma uno degli obiettivi è far partecipare anche gli ebrei della diaspora.

Lo so, ma non credo che sia una buona idea.

Perché no?

Perché questa è partita che riguarda tutti gli ebrei, ma pubblicamente va giocata solo dagli israeliani. Per questo dico che è un errore.  Capisco i cittadini israeliani che stando fuori esprimono la loro frustrazione, disagio, rabbia, ma credo che questi messaggi vadano espressi direttamente al Governo e a Netanyahu in visita; non in piazza davanti ai media non israeliani. Infatti l’attenzione dei media italiani potrebbe fornire un ulteriore argomento di critica a Israele, che non fa bene a nessuno. Oggi non è possibile paragonare Israele alla Polonia e all’Ungheria, anche se è vero che il governo tende in quella direzione, e invece temo che passi questa identificazione. Chi critica sempre Israele ne trarrà vantaggio, molti daranno per scontato che già ora Israele non è più l’unica democrazia del Medio Oriente. Per questo secondo me è un errore che partecipino gli ebrei non israeliani. So che molte persone non sono d’accordo con questa mia interpretazione, ma questo è il mio timore principale, nel caso le proteste si dovessero estendere anche nella diaspora.

Leggi anche:

Israele è un paese diviso

La riforma di Netanyhau

Le proteste in Italia

3 risposte

  1. Intervista molto interessante, ben guidata da Massimiliano Boni e ben illustrata da Jonathan Sierra: tratta un tema di fondamentale importanza. La salvaguardia della vera Democrazia e del corretto equilibrio tra i tre Poteri istituzionali è questione rilevante non soltanto per chi vive in Israele, ma per tutti coloro che in ogni parte del mondo identificano nell’Ebraismo ed in Israele i due “valori”assoluti nei quali identificarsi e da difendere strenuamente. Ecco, quindi, che vanno osservate con attenzione e rispetto tutte le iniziative di protesta alla denunciata “riforma”, all’interno di Israele ed all’estero.

  2. Mi sembra che Sierra abbia dato delle risposte
    Con estrema lucidità ( al di là della propria opinione)
    Sono anche assolutamente d’accordo sul fatto che debba essere solo ed unicamente un fatto degli israeliani , perché come dice Sierra tanti potrebbero prendere spunto da questo X essere contro Israele
    Shabbat Shalom

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