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Yehudà e la vendita di Giuseppe: la creazione della luce del Messia

Cosa impariamo dal ciclo delle parashot su Giuseppe e i suoi fratelli, appena concluso? Una lezione di rav Gianfranco Di Segni ci insegna ad avere fiducia nel futuro

qui e sotto: dipinti e affreschi raffiguranti alcune scene della storia di Giuseppe e i suoi fratelli (qui: Giuseppe Gimignani)

Le parashot che abbiamo letto nei sabati passati, Va-yiggash e Va-yichì, mostrano la consacrazione di Yehudà, il quarto figlio di Giacobbe, come leader del nascente popolo di Israele. Piuttosto che al primogenito Reuven e agli altri due figli, Shimon e Levì, tutti inadeguati per un motivo o per l’altro, tocca a Yehudà prendere in mano le redini della situazione nel durissimo scontro con il viceré d’Egitto (che altri non era se non suo fratello Giuseppe, sotto mentite spoglie), ergendosi a protettore di Beniamino, fratello prediletto di Giuseppe.

Yehudà aveva già mostrato di essere un potenziale leader, come abbiamo visto nella parashà di Va-yeshev, letta due settimane fa. In quella parashà Yehudà è protagonista di due episodi apparentemente distinti e scollegati, seppur giustapposti. La vendita di Giuseppe (Bereshit, cap. 37) e la storia di Tamar (ivi, cap. 38).

Nel primo episodio Yehudà, per salvare Giuseppe che era stato gettato dai fratelli in un pozzo senza cibo né acqua, suggerisce loro di venderlo come schiavo a una carovana di Ismaeliti che si stava avvicinando: “Quale guadagno ne trarremo se uccideremo nostro fratello e ne nasconderemo la morte? Orsù, vendiamolo agli Ismaeliti…” (ivi, 37: 25-28). E i fratelli, dice la Torà, lo ascoltarono.

affresco di P.F. Mola

Alla fine del mio precedente articolo sulla relazione tra Chanukkà e la vendita di Giuseppe a commento del legame tra la parashà di Va-yeshev e la festa di Chanukkà, avevo posto la domanda se Yehudà potesse essere lodato per il suggerimento di vendere Giuseppe come schiavo o piuttosto biasimato. Indubbiamente la vendita di Giuseppe ebbe come conseguenza che il giovane sopravvisse, ma ciò avvenne al prezzo di dure e dolorose prove a cui Giuseppe fu sottoposto. Non c’erano alternative?

Il Talmud dà una risposta netta (almeno così pare) alla nostra domanda. Nel trattato Sanhedrìn è insegnato: “Rabbi Meir afferma: Chiunque benedica Yehudà per aver detto ‘Quale guadagno (bètza’) ne trarremo se uccideremo nostro fratello e copriremo il suo sangue? Orsù vendiamolo agli Ismaeliti…’ commette un’azione blasfema, e a lui si applica il versetto ‘Chi benedice l’avido (botzèa’), commette un’azione blasfema verso il Signore’ (Salmi 10:3)” (Talmud Bavlì, Sanhedrin 6b). Come spiega Rashì a commento di questo passo della Ghemarà, Yehudà avrebbe dovuto dire ai fratelli: “Riportiamolo a nostro padre”. Infatti, le parole di Yehudà venivano recepite dai suoi fratelli.

dipinto di Peter Von Cornelius

Rabbi Meir Simcha ha-Kohen di Dvinsk (1843-1926), nel suo commento Mèshekh Chokhmà, spiega che visto che Giuseppe se la intendeva con i quattro figli delle concubine di Giacobbe (Bereshit 37:2 con Rashì), essi non si sarebbero opposti a far tornare Giuseppe sano e salvo da Giacobbe. D’altro canto, fra i sei figli di Lea presenti in quell’episodio (fra cui lo stesso Yehudà), Reuven aveva già manifestato l’intenzione di salvare Giuseppe (fu proprio lui a suggerire di buttare il giovane nel pozzo, per poi andarlo a riprendere), e comunque Reuven non era presente nel momento della vendita. Per cui, se Yehudà si fosse opposto alla vendita, ci sarebbe stata una maggioranza a favore di Giuseppe (5 contro 4), e il ragazzo non sarebbe finito schiavo in Egitto. Ecco quindi che il destino di Giuseppe era nelle mani di Yehudà, che però non andò fino in fondo, non lo salvò dalla schiavitù. Benché dal male uscì un bene, e alla fine, dopo alti e bassi, Giuseppe riuscì ad assurgere alla carica di viceré d’Egitto garantendo così alla casa di suo padre la salvezza dalla carestia e dalla fame, Yehudà non può essere lodato per aver venduto il fratello come schiavo. (C’è tuttavia chi interpreta il passo del Talmud in senso favorevole a Yehudà, come il Maharshà e Barukh Halevi Epstein nella Torà Temimà, che considerano la vendita di Giuseppe un male minore, l’unico compromesso accettabile dagli altri figli di Lea – il termine botzèa’ vuol dire anche “dividere a metà”).

Giuseppe gettato nel pozzo

La vendita di Giuseppe è considerata nella storia ebraica un vulnus ancora non sanato. Afferma il Midrash: “Rabbi Avin dice: In ogni generazione il peccato della vendita di Giuseppe persiste ancora. Rabbi Yehoshua ben Levi sostiene: I dieci Maestri uccisi dal potere romano [‘asarà harughè malkhùt, fra cui Rabbi Akivà, Rabbi Yishmael, Rabban Shimon ben Gamliel ha-Zaken] sono da imputare a quel peccato commesso dai fratelli nei riguardi di Giuseppe” (Midrash Mishlè 1:13, secondo l’edizione di Venezia del 1547; Yalkut Shimonì Mishlè cap. 929).

Anche l’episodio nella Torà immediatamente successivo alla vendita di Giuseppe, quello che riguarda Tamar, fu una sorta di punizione in cui Yehudà inciampò (Bereshit cap. 38). Secondo le parole del Mèshekh Chokhmà, che cita un detto dei Pirkè Avot, “una trasgressione trascina con sé un’altra trasgressione” (’averà goreret ’averà). Tamar era la nuora di Yehudà, rimasta vedova di entrambi i figli di Yehudà. Yehudà, da poco vedovo anche lui, si rifiutò di dare in sposa Tamar al suo terzo figlio Shelà, come avrebbe dovuto fare secondo la regola del levirato, o in seconda istanza sposarla lui stesso. Un giorno, in viaggio di affari, Yehudà incontrò Tamar a un bivio per la strada, ma non la riconobbe perché si era coperta il volto. Yehudà, pensando si trattasse di una prostituta, ebbe un rapporto con lei, da cui sarebbe nato il progenitore del re David e quindi del Messia. Anche qui, da un’azione negativa derivò un bene. Ma Yehudà non può essere lodato per questo.

qui e sotto: Rav Berti (Bernardo) Eckert

La connessione tra i due episodi, la vendita di Giuseppe e la vicenda di Tamar, è evidenziata da una particolare espressione usata dalla Torà, hakkèr nà (“riconosci deh…”). Quando i fratelli consegnano al padre Giacobbe la tunica insanguinata di Giuseppe, gli dicono: “Riconosci questa tunica? È quella di tuo figlio o no?” (Bereshit, 37:32). In egual modo, quando Tamar fa vedere il bastone, il sigillo e il cordone che Yehudà le aveva dato in pegno come compenso per essere stato con lui, la donna dice al suocero, che la voleva condannare a morte per prostituzione: “Riconosci di chi sono questo sigillo, il cordone e il bastone?” (ivi, 38:25). Yehudà li riconobbe e ammise di essere colpevole nei confronti di Tamar perché non l’aveva data in sposa a suo figlio Shelà ed esclamò: “Ella è più giusta di me” (ivi, v. 26).

Forse anche a causa di queste colpe di Yehudà, sostiene il Meshekh Chokhmà, il rituale espiatorio del giorno di Kippur si svolgeva nel punto più interno e sacro del Tempio di Gerusalemme, presso il Kodesh ha-Kodashim, che si trovava nel territorio della tribù di Beniamino, e non nell’area del cortile del Tempio, situato nel territorio di Yehudà. Infatti Beniamino fu l’unico dei fratelli che era assente nell’incontro con Giuseppe e che non ebbe alcun ruolo nella sua vendita e nelle altre angherie a lui inflitte (Mèschekh Chokhmà, Vayikrà 16:30, in fondo; vedi anche Talmud Bavlì, Yomà 12a; Sifrè Berakha 33:12).

Su tutta questa vicenda c’è un altro midrash favoloso, che più di cinquant’anni fa ascoltai dalla bocca di rav Berti Eckert z.l. in un memorabile seminario durante un campeggio del Benè Akivà sulle Alpi e che aprì per me, all’epoca quindicenne, un mondo ancora sconosciuto. Il midrash così dice:

Rabbi Shemuel bar Nachman esordì: Io conosco bene i progetti che ho fatto per voi, [dice il Signore, progetti di pace e non di sventura], per darvi avvenire e speranza (Geremia 29:11). I capostipiti delle tribù [ossia i figli di Giacobbe] erano occupati per la vendita di Giuseppe, Giacobbe stava vestito di sacco e in digiuno [per il lutto di Giuseppe, presunto morto], Giuda si occupava di prendere moglie, ed il Santo, Egli sia benedetto, si occupava di creare la luce del Messia. (Bereshit Rabbà 85:2, trad. in italiano a cura di Rav Alfredo Ravenna, Utet, Torino 1978, p. 709, di prossima riedizione presso la Giuntina).

In un’altra versione di questo midrash, nell’elenco di quanti erano occupati nei propri affari c’è anche Reuven, pure lui vestito di sacco e a digiuno per essersi comportato male verso il padre (vedi Bereshit 35:22, 49:3-4), e persino Giuseppe, che si veste di sacco e digiuna a causa della sofferenza per la separazione dalla casa paterna. Secondo un altro midrash, Giuseppe, che nella casa del padrone egiziano Potifar stava avendo successo, era indaffarato a mangiare e bere e farsi bello, “arricciandosi i capelli” (Tanchumà, Va-yeshev cap. 8). Tutti indaffarati e preoccupati per le loro cose, mentre il Signore Iddio preparava la venuta del Messia. Grandioso.

Questo midrash fu una rivelazione per me, schiudendomi le porte dell’analisi del testo biblico. Imparai che il senso piano del testo è solo uno dei tanti possibili. Imparai che fra le righe del testo e dietro le lettere ci sono altri testi. Non tutto è scritto nero su bianco, c’è anche il bianco sul nero. Come dicono i Maestri, la Torà primordiale era scritta con “fuoco nero su fuoco bianco”, ma anche lo spazio bianco fra le lettere ha significato (Ramban – Rabbi Moshe Nachmanide, introduzione alla Torà, sulla base del Talmud Yerushalmi, Shekalim 6:1, in fondo, a nome di Rabbi Shimon ben Lakish; Midrash Tanchuma Bereshit 1; Maharshà – Rabbi Shemuel Eidels, 1555-1631, su TB, Eruvin 13a).

E nello specifico del nostro argomento, imparai che le traversie, le sofferenze, le catastrofi e gli eventi tragici e luttuosi, come anche quelli positivi, della storia del popolo ebraico e del mondo hanno uno svolgimento a noi per lo più oscuro, almeno mentre li viviamo. Solo con il senno di poi gli uomini di fede riescono a decifrare (forse) la mano della Provvidenza divina che vi si nasconde dietro: forse, ma non certamente, perché, come dice il profeta Isaia, “i Miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le vostre vie non sono le Mie vie, afferma il Signore, ma come i cieli sono più alti della terra, così le Mie vie sono più alte delle vostre, e i Miei pensieri dei vostri pensieri” (Isaia 55:11-12).

Dedicato alla memoria di Rav Berti (Bernardo) Eckert z.l. (Gorizia 1915-Kibbutz Yavne 2006), laureatosi al Collegio rabbinico italiano, vice-Rabbino di Milano dal 1937 al ’39, anno in cui fece la aliyà in Eretz Israel. Nel 1941 fu tra i fondatori e le colonne portanti del Kibbutz Yavne, a sud di Rechovot. (Su Rav Eckert si veda il volume della Rassegna Mensile di Israel, LXX1,n. 1, 2005, a lui dedicato in occasione del suo novantesimo compleanno, con numerosi saggi e una sua biografia curata da Federica Francesconi; la foto di lui da giovane, insieme a molte altre, è tratta da questo volume).

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