Lottare contro tutti i radicalismi, fuori e dentro le comunità ebraiche

Dopo l’episodio per cui un giovane ebreo romano è stato incriminato per tentate lesioni a una coppia di iscritti all’Anpi, abbiamo chiesto un giudizio sul clima che si respira nelle nostre comunità a Giorgio Gomel

Come giudichi il clima sociale che si respira nel nostro Paese? Gli allarmi contro l’antisemitismo sono a tuo avviso fondati?

Giorgio Gomel, economista, è stato Direttore Studi e Relazioni internazionali della Banca d’Italia. E’ presidente per l’ Europa della rete dell’ Alleanza per la Pace in Medio Oriente

Il dibattito nel Paese è spesso primitivo, schematico, gravato da indignazione selettiva, talora ossessiva, dal persistere di vecchi pregiudizi e da profonda ignoranza di una storia quale quella ebraica, così complessa. La patologia dell’antisemitismo persiste, ricorre con pervicacia  ottanta anni dopo lo sterminio nazista, inquina vasti strati della società. Riesuma vecchi stereotipi quali il potere finanziario e politico  esercitato dagli ebrei, il fantasma mistificatorio di un complotto mondiale  ordito da loro .

Mi colpisce lo sguardo miope con cui i più radicali, a destra e sinistra, guardano alle vicende mediorientali, interpretate secondo schemi preconcetti. Da una parte, Israele è un Paese genocidario e illegittimo; dall’altra, i palestinesi sono tutti terroristi. Qual è il tuo giudizio sulla “maturità “ del dibattito nel nostro Paese?

È nostro dovere, pur in circostanze difficili, non “autoghettizzarci”, non  cedere alla tentazione del vittimismo, del culto della solitudine, del sentirci, in quanto vittime, eredi delle vittime o portatori primi dei valori della memoria delle persecuzioni, come isolati, disancorati dal resto della società, quasi fossimo gli unici a lottare contro il male dei totalitarismi e dell’antisemitismo.  Per noi ebrei di sinistra questa lacerazione fra  valori di libertà, diritti umani, antifascismo da un lato  e difesa del retaggio ebraico e delle ragioni di Israele dall’altro è molto dolorosa. È purtroppo il riflesso di una frattura più generale che  si è determinata fra il nostro essere “progressisti”  sui temi globali e allo stesso tempo  difensori di Israele. Una frattura che eccita e gratifica la destra ebraico-israeliana che  guarda agli ebrei di sinistra come traditori o ingenui visionari  e la sinistra massimalista e antisionista come il BDS  (acronimo di Boycott, Divestment, Sanctions, il movimento internazionale nonviolento lanciato nel 2005 da organizzazioni palestinesi, che mira a esercitare pressione economica e politica su Israele per ottenere il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, ispirandosi alla lotta anti-apartheid sudafricana, n.d.r.) che guarda a noi come apologeti nascosti e complici di Israele.

lo scorso 25 aprile un giovane ebreo dlela comunità locale ha esploso dei colpi ad aria compressa contro una coppia di iscritti all’Anpi

Al netto di pregiudizi e ignoranza, è però evidente che Israele rischia una torsione autoritaria. Tu che impressione hai?

Un profondo scisma attraversa e lacera  la società israeliana dalla formazione del governo in carica nel 2022. Lo dimostrano le proteste massicce di vasti settori dell’opinione pubblica, prima “depoliticizzati” o indifferenti rispetto al degrado antidemocratico del Paese, con forme di quasi “obiezione di coscienza” di accademici, vasti settori del business, reparti della riserva dell’esercito. In Israele, dove non vi è Costituzione scritta per ragioni complesse legate alla nascita del Paese, al conflittuale rapporto fra Stato e religione, e al groviglio della sua accidentata storia di settantotto anni, l’unico organo abilitato a valutare la conformità di atti di governo alle Leggi fondamentali è la Corte Suprema. I partiti al potere insistono per modificarne il potere consentendo ad una semplice maggioranza parlamentare di annullare eventuali sentenze della stessa a loro sgradite. Come la protesta di vasta opinione pubblica sottolinea, la “rivoluzione” giudiziaria in atto è soltanto un mezzo, il fine ultimo essendo l’annessione dei territori e la sovranità piena di Israele su di essi. Sotto l’influenza devastante dei partiti ultraortodossi e dei fondamentalisti del “Sionismo religioso” Israele non è più lo “Stato degli ebrei”, né tanto meno lo “Stato degli israeliani” come esso dovrebbe essere, una democrazia piena ed egualitaria per tutti i suoi cittadini, bensì uno “stato ebraico” sotto la spinta di una minoranza integralista. Già nel 2018 la Knesset aveva approvato la controversa “legge della Nazione“, una legge fondamentale con uno status quasi costituzionale, che sanciva nei fatti la transizione di Israele da “Stato ebraico e democratico”  ad uno “Stato ebraico”. La legge violava lo stesso spirito della Dichiarazione di indipendenza del ’48 che prescriveva “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”. Con Israele definito dalla legge “Stato-nazione del popolo ebraico” il diritto all’autodeterminazione è limitato agli ebrei. Ciò significa disconoscere il fatto che vi è in Israele un’altra nazione o etnia che nulla può dire circa il carattere dello Stato di cui i suoi membri – gli arabi – sono cittadini con pari diritti. Pari diritti individuali sì, ma non i diritti collettivi di una minoranza nazionale, che dovrebbe poter conseguire, attraverso strumenti legislativi e atti concreti, uno status non inferiore a quello degli ebrei israeliani.

Benjamin Netanyahu

Come conservare il carattere ebraico e quello democratico dello Stato?

Il dualismo fra “ebraico” e “democratico” esiste fin dalla nascita dello Stato di Israele; basti pensare alla Legge del ritorno che consente agli ebrei del mondo di diventare cittadini di Israele immigrando nel Paese. Che Israele sia uno Stato “ebraico”, non solo perché luogo di rifugio dalle persecuzioni di un popolo disperso, ma perché l’identità collettiva del Paese è impregnata di cultura ebraica (la lingua, le feste, il calendario, i simboli pubblici) è certamente legittimo. Ma non è accettabile che lo Stato favorisca il gruppo ebraico rispetto ad altre etnie. Israele è lo Stato degli ebrei, ma rispettoso dei diritti di tutti i suoi cittadini. La legge ha però codificato una discriminazione. Inoltre, uno Stato che non ha confini certi e riconosciuti come può definirsi? Se i territori palestinesi fossero annessi, come si configurerebbe Israele? Come lo Stato-nazione del popolo ebraico ? Si giungerebbe così anche formalmente ad uno Stato binazionale, ma non egualitario, non democratico, con diritti pieni solo per ebrei.

Bisognerebbe anche capire lo sguardo del mondo ebraico italiano. A me sembra che si faccia molta fatica a riconoscere la gravità della crisi che vive Israele. E che dietro la difesa d’ufficio del governo Netanyahu ci sia il sostegno alle sue politiche annessionistiche.  Questo mi porta a chiederti se oggi gli ebrei italiani si sono orientati definitivamente a destra.

numerosi ormai gli atti riminali compiuti da cittadini israeliani nei territorio della Cisgiordania

È del tutto illecito che parte dell’opinione pubblica, spesso nella sinistra, non distingua tra ebrei e Israele, accusando i primi di silenzio, criticando Israele in modo manicheo e chiamando gli ebrei a dissociarsi pubblicamente da esso in quanto correi. Un atteggiamento che ha avuto, inoltre, gravi conseguenze sul piano politico, inducendo parte del mondo ebraico, in Italia così come in altri paesi, a ricercare la protezione di alleati impropri e opportunistici nella destra politica o tra i cristiani integralisti, in nome del sostegno a Israele e della comune ostilità all’Islam. Infine vi è spesso nella retorica corrente uno slittamento lessicale e filosofico nel vieto stereotipo di vittime e carnefici. Ciò traduce una concezione essenzialista della storia umana per cui gli israeliani di oggi, tutti indistintamente, un che di collettivo, siano i figli, i nipoti, gli eredi degli ebrei di ottanta anni fa, vittime dello sterminio di massa e tramutati oggi in carnefici. È in effetti una accusa che viene ripetuta spesso. È una falsità evidente, come dimostra il dibattito sofferto che divide la società israeliana tra difensori della democrazia e militanti di una visione dello Stato che combina teocrazia e autoritarismo. In quei contesti il sionismo si è tramutato in una ingiuria, l’antisionismo conclamato come una copertura o difesa  dalle accuse di antisemitismo. Una manifesta distorsione della storia. Il sionismo nacque alla fine dell’Ottocento con l’intento di rimuovere l’eccezionalità della condizione ebraica, quella di un popolo disperso e perseguitato, assicurando agli ebrei un luogo di rifugio e la normalità dello “Stato-nazione”. Uno Stato ebraico non garantisce di per sé, come dimostra la cronaca funesta di questi anni, la sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione di quella condizione di precarietà: il diritto di Israele a una legittima esistenza è ancora oggi in dubbio. Non soltanto nella barbarie omicida di Hamas, ma anche in coloro che inneggiano a una Palestina libera e integra “dal fiume al mare”, negando così il diritto degli ebrei all’autodeterminazione e il principio di spartizione di quella terra contesa in “due Stati per due popoli”.

Dunque gli ebrei italiani vivono questo dilemma: è legittimo criticare Israele, soprattutto quando si rischia di essere “in compagnia” degli antisemiti?

manifestazioni antisemite si moltiplicano nel paese

Nel rapporto con Israele, gli ebrei in Italia, così come altrove, sono uniti nella difesa del suo diritto irrinunciabile di esistenza come popolo e come Stato, in pace e sicurezza, riconosciuto e integrato nella regione, ma si interrogano angosciosamente e spesso si dividono aspramente circa le azioni dei suoi governi. È importante liberarsi della falsa idea che lottare in difesa di Israele o contro l’antisemitismo esiga il sostegno acritico, indifferenziato alle scelte dei suoi governi. In molti ebrei vi è un istinto difensivo a negare a sé stessi che Israele sia colpevole di errori e malefatte nel conflitto che lo oppone ai palestinesi. La mia opinione è, invece, che gli ebrei della Diaspora, pur non essendo cittadini di Israele e votanti in quel Paese, abbiano il diritto-dovere di esprimere il loro dissenso allorché ritengano che la politica di Israele sia sbagliata o autodistruttiva per il futuro stesso del Paese. Per esempio, che sia necessario per Israele giungere a un accordo di pace con i palestinesi, pagando il prezzo che esso imporrà; che sia una necessità vitale per Israele sgomberare buona parte degli insediamenti in Cisgiordania e consentire la nascita di uno Stato palestinese anche per assicurare un suo futuro di Stato democratico a maggioranza ebraica. L’atteggiamento che propugno unisce rassicurazione e critica: rassicurazione al popolo e allo Stato di Israele della solidarietà fattiva della Diaspora, sebbene i governi e buona parte dell’opinione pubblica del Paese ritengano pressoché irrilevanti le opinioni del mondo ebraico diasporico; critica agli atti dei suoi governi, quando il rifiuto di un compromesso con i palestinesi e il ricorso al solo strumento della vendetta e dell’azione militare lascino presagire un futuro di perpetuo conflitto tra i due popoli.

L’ultima domanda non può eludere il fatto di cronaca del 25 aprile, con i colpi ad aria compressa sparati da un ragazzo della comunità di Roma contro una coppia di iscritti all’Anpi. L’episodio, gravissimo, secondo alcuni dimostra che nel mondo ebraico italiano sono presenti gruppi, più o meno organizzati, che esercitano una forma di violenza sociale. Senza giudicare il fatto specifico, anche tu, in passato, sei stato vittima di atti di intolleranza e violenza da parte di membri della nostra comunità. Oggi vedi una continuità tra quel passato e la situazione attuale?

Piazza Roma
La “Piazza”, da sempre ombelico della comunità romana.

Anni orsono, sul muro della scuola ebraica di Roma apparve una scritta offensiva a me dedicata, una scritta vistosa e disgustosa, esposta in un luogo destinato all’educazione al sapere, al confronto delle idee e al rispetto dell’altro. Per giorni insegnanti, studenti, residenti si saranno interrogati sull’identità di quell’individuo oggetto di tale “educato” epiteto e sulle ragioni di ciò. Ma non basta. In una notte comparve poi uno striscione lungo sei metri, sempre nello stesso luogo.

Come ti spieghi queste forme di violenza?

Le ragioni sono ovvie. Stanno nel fondo di intolleranza ideologica che inquinava e ancora inquina strati di questa Comunità. Lo osservo con personale senso di dolore ricordando come esattamente dieci anni prima, il 4 giugno 2001, fui insultato e aggredito davanti all’Ambasciata di Israele durante una veglia di solidarietà con il popolo di Israele dopo un attentato terroristico a Tel Aviv da membri di questa Comunità intolleranti di un articolo dal titolo “Fermare la follia”,  da me scritto su “Shalom”. Ero allora fra l’altro Consigliere della Comunità. Il Presidente propose una mozione di condanna che il Consiglio approvò. Sì, una certa continuità resta ed è visibile in alcune componenti della comunità romana.

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