La Biennale di Venezia e Israele
Maurizio G. De Bonis, critico artistico, esprime il suo parere sul tentato boicottaggio del padiglione israeliano a Venezia
Scrivo queste note su quanto avvenuto alla Biennale d’Arte di Venezia 2026 otto giorni prima della sua apertura al pubblico, prevista per il 9 maggio.

La vicenda, emblematica ed esecrabile, che ha riguardato nelle ultime settimane questa importante istituzione culturale italiana (il cui valore è di portata mondiale) si è conclusa nell’unico modo possibile: le dimissioni di tutti i componenti della giuria internazionale, l’annullamento della cerimonia di apertura e la totale riformulazione del metodo di attribuzione dei premi conferiti ai Padiglioni nazionali che, per questa edizione, verranno assegnati dal voto (libero) dei visitatori.
Ma ritorniamo all’inizio di questa terribile disavventura culturale e, a mio avviso, morale. Il 23 aprile 2026 la giuria internazionale, composta dalla brasiliana Solange Oliveira Farkas (Presidente), dall’australiana Zoe Butt, dalla spagnola Elvira Dyangani Ose, dalla statunitense Marta Kuzma e dall’italiana Giovanna Zapperi, comunicava che i Padiglioni di Russia e di Israele sarebbero stati esclusi dalle valutazioni per l’assegnazione dei premi, in quanto i go-vernanti di questi Paesi erano accusati dalla Corte penale internazionale di aver commesso crimini contro l’umanità.
Immediatamente si è compresa l’enorme portata politica di questa presa di posizione ed è emersa, a uno sguardo attento e obiettivo, l’incredibile scorrettezza della quale i giurati si assumevano la responsabilità. Si trattava, con tutta evidenza, di un provvedimento problematico e molto discutibile che faceva irrompere nell’ambito Biennale di Venezia la posizione politica e ideologica di cinque addetti ai lavori il cui compito non era certo quello di ergersi a giudici dei vertici dei Paesi in questione, ma semplicemente di verificare, con correttezza professionale e competenza, la qualità artistica dei Padiglioni nazionali (e solo quella).

Secondo la giuria, a pagare le conseguenze di spinose e tragiche questioni internazionali (belliche e geopolitiche) avrebbero dovuto, dunque, essere gli artisti, russi e israeliani. Una decisione che non aveva alcuna ragione d’essere e che prefigurava un atteggiamento di ostracismo che andava ben al di là dei poteri degli esperti chiamati a valutare i Padiglioni.
Su quest’ultimo aspetto si è in un primo momento focalizzato il dibattito. Se da una parte la Fondazione Biennale di Venezia specificava come la giuria fosse autonoma e indipendente per quel che riguarda le sue decisioni, dall’altra non veniva rintracciata in alcun regolamento la possibilità da parte della stessa di escludere per principio, e per fatti estranei ai conte-nuti artistici, alcuni Padiglioni dai premi.
A smuovere le acque, che stavano diventando stagnanti e mefitiche, ci ha pensato, a mio avviso giustamente, lo scultore israeliano Belu Simion Fainaru.

Fin dal primo momento, l’artista, che aveva (ed ha) la responsabilità dell’allestimento del Padiglione di Israele, si è ribellato con forza e determinazione sostenendo che il provvedi-mento in questione, oltre a essere culturalmente iniquo, prefigurava una vera e propria discriminazione nei suoi confronti, in quanto applicata solo a causa della sua cittadinanza israeliana. Anche il Ministero degli Esteri di Israele protestava vigorosamente per questo provvedimento fuori misura ed emarginante, come testimoniato anche da un post pubblicato il 26 aprile 2026 sull’account ufficiale della diplomazia israeliana sul socialnetwork X (@israelMFA). A ciò ha fatto poi seguito una diffida legale inviata dagli avvocati di Fainaru e indirizzata alla Fondazione Biennale di Venezia, al Ministero della Cultura e (per conoscenza) alla Presidenza del Consiglio in Italia.
Ma la giornata decisiva è stata quella del 29 aprile, quando sono arrivati a Venezia per eseguire dei controlli presso la Biennale, gli ispettori inviati dal Ministro della Cultura Giuli (anche per la questione relativa alla riapertura del Padiglione russo), il quale nella stessa serata aveva una conversazione telefonica diretta con Belu Simion Fainaru. Il resto è noto: il 30 aprile 2026 la giuria internazionale annunciava le dimissioni dopo una riunione con il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco.

Con tutta probabilità, i giurati indicati dalla Fondazione si sono resi conto, durante l’incandescente incontro con Buttafuoco, della possibilità di andare incontro a conseguenze legali molto serie, soprattutto per aver operato al di là dei poteri loro conferiti dalla nomina.
Tutta la vicenda ha rappresentato un terribile sconquasso per la Fondazione Biennale di Venezia e un’autentica scossa tellurica per la cultura internazionale, ancor di più perché veni-va colpita, incredibilmente, una figura inattaccabile come quella di Belu Simion Fainaru. Scultore e curatore, Fainaru ha speso tutta la sua esistenza umana e artistica a favore del dialogo tra cultura ebraica e cultura araba, anche all’interno dei confini dello Stato di Israele.
La sua profonda e sincera vocazione di pontiere tra popoli e religioni è peraltro potentemente testimoniata dall’ideazione e co-fondazione nel 2015, da parte sua, dell’Arab Museum of Contemporary Art and Heritage, istituzione culturale collocata nella città araba israeliana di Sakhnin, nella Bassa Galilea , a circa 23 chilometri a est di Akko, il cui scopo centrale è sempre stato quello di agevolare e promuovere il dialogo tra arabi, ebrei e artisti internazionali.

Estromettere un autore come Fainaru dalla valutazione per i premi è stato un errore gravissimo, si è configurata come un’inspiegabile ingiustizia e un’atroce emarginazione, in base alla cittadinanza, che niente aveva a che fare con l’arte espressa da questo autore.
Tale fatto mette in luce due elementi di straordinaria portata e importanza. Il primo: il boicottaggio in ambito artistico e culturale è un’iniziativa sbagliata e controproducente che non aiuta in nessun modo a risolvere delicate problematiche internazionali e che non porta con sé alcun senso di giustizia.
Il secondo: l’embargo nei riguardi degli artisti israeliani è un atto spropositato, scellerato e inquietante, poiché proprio questi ultimi sono i rappresentanti di quella parte lucida, aperta e vivace della società del Paese, sempre in prima linea quando si tratta di manifestarsi, con coraggio e coscienza, come voce critica di un popolo.
L’increscioso episodio relativo al Padiglione di Israele della Biennale Arte rimarrà un evento esemplare sulla fallacia, sull’illogicità, sull’assurdità di un ragionamento perverso che in-tende trasformare la cultura e l’arte in territori ideologici, di scontro politico e di attribuzione arbitraria di colpe a individui che devono rispondere solo ed esclusivamente dei contenuti delle loro opere e non dei comportamenti delle figure istituzionali che guidano i loro Paesi.

p.s. Venerdì 8 maggio l’organizzazione ANGA, Art Not Genocide Alliance, ha coordinato una manifestazione contro il Padiglione di Israele. I partecipanti hanno cercato di raggiungere l’interno dell’Arsenale, dove è allestita la proposta artistica israeliana, ma le forze dell’ordine l’hanno impedito. Si sono veri-ficati scontri che hanno di fatto inquinato il clima culturale dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia.
I manifestanti accusavano Israele di utilizzare l’arte per ripulire la propria immagine. Con tutta evidenza, chi protestava non conosceva minimamente la storia dell’israeliano Belu Simion Fainaru e cercava, per principio e in modo antidemocratico, di impedire che un artista, sempre impegnato per la pace e il dialogo, potesse esporre la propria proposta creativa.
Allo stesso tempo uno sciopero del personale e dei lavoratori del settore culturale determinava la chiusura temporanea di alcuni Padiglioni nazionali men-tre altri Padiglioni decidevano autonomamente di serrare i propri spazi come forma di protesta antisraeliana. Tra le aree espositive rimaste inaccessibili segnaliamo quelle di Spagna, Slovenia, Irlanda, Turchia e Qatar.
Si è trattata di una giornata molto difficile che ha mostrato l’ennesimo increscioso e ingiusto tentativo di emarginazione del movimento artistico israeliano la cui produzione intellettuale, e chi conosce Israele lo sa perfettamente, non può essere, di certo, confusa con le scelte del governo del Paese.
Leggi tutto il numero di Riflessi maggio 2026-2