A un anno dalla elezione di Leone XIV

Massimo Franco esamina la “novità” Prévost nella complessa geopolitica mondiale

Dott. Franco, un anno fa il cardinale Robert Prévost veniva scelto dal Conclave come successore a Papa Francesco. Quali sono state, secondo lei, le linee più marcate del suo pontificato in questi dodici mesi?

Massimo Franco è editorialista del “Corriere della sera”

Credo che il mandato del Conclave sia stato quello di recuperare il più possibile l’unità della Chiesa dopo le divisioni e le tensioni traumatiche dovute sia alla rinuncia di Benedetto XVI sia al Papato rivoluzionario ma caotico e divisivo  di Francesco. È quello che mi pare Leone XIV stia cercando di fare, senza creare reazioni, almeno apparenti. Il secondo compito è di riequilibrare e governare le istituzioni della Chiesa, sfibrate e frustrate negli anni di Francesco. Il terzo è di riformare le finanze vaticane, rassicurando anche e soprattutto i donatori statunitensi, che non a caso con il “loro” Papa hanno ripreso a contribuire generosamente.

Almeno sul piano della comunicazione le differenze tra questo Papa e il predecessore appaiono evidenti. È solo una questione caratteriale? Si può individuare, a suo giudizio, una discontinuità tra i due pontefici?

Credo che parlare di continuità e discontinuità sia fuorviante. È un’altra fase, totalmente nuova, della Chiesa e del mondo. Leone XIV è altro da Francesco, come da Benedetto. Ha una sua agenda derivante dal Conclave, con elementi nuovi e insieme tradizionali nella storia della Chiesa. Parlo di multilateralismo, di difesa degli immigrati, di contrarietà alle guerre, soprattutto se guerre di aggressione.

Papa Leone XIV è stato eletto l’8 maggio 2025

Nelle ultime settimane hanno fatto scalpore gli attacchi ripetuti del presidente Trump, e in misura minore del Vicepresidente Vance, al Vaticano, con uno strappo diplomatico che la visita del Segretario di Stato Rubio a inizio del mese non è riuscito del tutto a ricucire. Come interpreta queste critiche? Sono la semplice reazione di un uomo che non sopporta l’ombra di un suo connazionale, o il dissidio esprime un conflitto politico tra gli Stati Uniti a trazione Maga (Make America Great Again, il motto di Trump) e il Vaticano?

Lo scontro è di Trump col Vaticano e non un conflitto. Molto nasce dall’esasperazione e dall’ignoranza di Trump e della sua cerchia, che non hanno capito o non vogliono capire che cosa è stato il Conclave e che cosa significa un Papa statunitense. Pensare che dovrebbe assecondare la Casa Bianca come cittadino americano segnala una grande incomprensione della Chiesa cattolica e delle sue dinamiche. Credo che gli attacchi a Leone nascano dalla paura che Trump ha di perdere a novembre le elezioni di elezioni di Midterm, ossia le elezioni di metà mandato che cadono esattamente a metà del mandato presidenziale; e dalla sensazione che la narrazione inclusiva di Leone sia una sfida alla sua, basata sulla logica dello scontro. Il Papa lo spiazza e dunque lo irrita. Ma sono attacchi e provocazioni-boomerang. A un anno dall’elezione, il Papa degli americani, direi delle Americhe, è Robert Prévost, non Donald Trump. E questa sensazione lo fa infuriare.

Donald Trump

Giorgia Meloni sembra in un momento di difficoltà, dopo il voto referendario del 23 marzo. Certo non l’aiuta lo scontro tra Trump e Papa Leone, dal momento che tutti i governi italiani tradizionalmente cercano la benevolenza sia degli Stati Uniti che del Vaticano. Se dovesse essere costretta a scegliere, secondo lei la premier chi sosterrebbe?

Se non altro per motivi elettorali, Giorgia Meloni sceglierebbe il Papa. Ma più che per i voti cattolici che un Papa porta, ormai pochi in Italia, per quelli che la vicinanza a Trump fa perdere a chiunque sia visto come suo alleato. Concordo che per Meloni è una situazione complicata dalla quale faticherà ad uscire.

Nel suo ultimo libro (“Papi dollari e guerre”, Solferino, 2025) lei evidenzia che la Chiesa di Roma è ormai sempre meno romana e italiana. Quanto conta il nostro Paese oggi per il Vaticano?

l’ultimo libro di Franco (Solferino, 2025)

L’Italia conta poco. L’episcopato è stato ridimensionato e in qualche caso umiliato da Francesco. Milano non ha un cardinale, per dirne una. In più è dal 1978 che non c’è più un papa italiano. E l’ultimo Conclave ha sancito non solo la fine dell’italocentrismo ma dell’eurocentrismo. Di italiana rimane la Curia, con tutti i chiaroscuri che la accompagnano da sempre. Ma Leone, al contrario di Francesco, non è un papa anti-italiano.

Un’ultima domanda. Papa Bergoglio, durante la guerra di Israele contro Hamas a Gaza, più volte ha mostrato una posizione estremamente critica verso lo Stato ebraico, al punto da compromettere lo stesso dialogo ebraico-cristiano. Papa Leone XIV sembra anche in questo più cauto. A suo giudizio qual è stata la linea tenuta dal Vaticano con Israele nell’ultimo anno?

Verso Israele Leone ha avuto fin dall’inizio un atteggiamento pragmatico e dialogante, senza pregiudizi,  fino all’indulgenza. Purtroppo la mia sensazione è che il governo Netanyahu renda più difficile dialogare con Israele e difendere le sue ragioni a causa della sua politica militare. E la mediazione e la buona disposizione vaticana finiscono per risentirne. Il timore che prevalgano anche in Israele gli estremismi è un ostacolo. In più alcuni atti contro immagini cattoliche da parte di soldati israeliani rischiano di alimentare un antisemitismo purtroppo già latente in Europa e Occidente.

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