L’Hashomer Hatzair per l’Ucraina

Giulio Piperno è uno dei tanti giovani che si è prodigato in aiuto dei bambini profughi dall’Ucraina. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualche impressione a caldo, al ritorno dal suo lavoro di volontariato, svolto a fine aprile, e a circa tre mesi dall’inizio dell’invasione russa

Alcuni milioni sono i rifugiati ucraini usciti dal loro paese

La guerra in Ucraina ha sconvolto tutto. Il tabù della guerra in Europa è stato spazzato via in pochi giorni. E può capitare, di fronte all’immensa portata degli avvenimenti storici, di sentirsi impotenti. A volte però può presentarsi l’occasione di non limitarsi ad essere spettatori passivi, e poter agire. Far sì che la filosofia del Tikkun Olam (Riparazione del Mondo, ndr) non rimanga pura retorica. E tale occasione mi si è presentata grazie all’Hashomer Hatzair mondiale, la quale si è prontamente attivata sin dai primi giorni del conflitto. In questi mesi, questo Movimento ha infatti tenuto aperto, presso la città di Premzyl, un asilo e un centro giovanile per i profughi ucraini.

Per chi non avesse mai sentito nominare questo posto – il cui nome si pronuncia shemesh, curiosamente simile alla parola “sole” in ebraico – è la seconda città più antica della Polonia. In passato ha costituito un importante centro di scambio fra popoli e culture in cui convivevano polacchi, ucraini, ebrei, russi, tedeschi. A una manciata di chilometri dal confine con l’Ucraina, è la stessa città dove è andato in visita l’Onorevole Salvini, per intenderci.

Matteo Salvini contestato in Polonia

Si trova in Galizia, luogo di origine dell’Hashomer: qui è stato aperto uno dei primi kenim (nidi=sedi, ndr) che negli anni Trenta contava più di 300 membri (numeri che oggi in Italia si raggiungono a malapena sommando gli iscritti di Roma e Milano). I due conflitti mondiali hanno spazzato via sia la comunità ebraica che la natura cosmopolita della città, oggi abitata quasi esclusivamente da polacchi.

Con lo scoppio della guerra Russo-Ucraina, l’Hashomer è tornata, rivolgendosi al suo pubblico naturale, ovvero i bambini e i ragazzi.

Una delle tragedie della guerra è quella di privare i più giovani della propria infanzia ed è questa che il movimento ha voluta restituire loro. Ogni settimana, da inizio marzo, 2 volontari europei e circa altri 6 israeliani gestiscono l’asilo con turni di 7 giorni. Avendo lavorato con i bambini più piccoli nei miei anni da madrich (educatore, ndr) sono stato contattato e mi è stato proposto di andare. Sarò onesto, all’inizio ero molto titubante, anche perché le premesse non erano delle più rassicuranti: sarei andato in Polonia, senza parlare polacco, per lavorare con bambini che parlano ucraino, senza parlare l’ucraino, insieme ad un gruppo di Israeliani, quando il mio livello di ebraico non va oltre quanto fatto alla scuola elementare. Ma si trattava di un’occasione unica e, forse anche un po’ impulsivamente, nel giro di una settimana avevo i biglietti e sono partito.

Immaginavo di imbattermi in uno scenario desolante e fatiscente, un campo profughi pieno di gente allo sbando. Mi immaginavo di imbattermi in volti con impressa la paura e la disperazione. Invece quello che mi sono trovato di fronte è semplicemente la realizzazione più concreta della solidarietà. Non voglio certo sminuire il disagio provato dalle famiglie di rifugiati. Ma quello che colpisce del centro umanitario di Premzyl, più che il dolore è lo sforzo collettivo di conservare la dignità a chi ha dovuto abbandonare il suo paese.

Si tratta di un centro commerciale riqualificato in centro di accoglienza, in cui al posto dei negozi ci sono immense camerate e aree specializzate, come ad esempio l’asilo dell’Hashomer. I pasti e i medicinali sono garantiti da apposite Onlus, e chiunque necessiti di qualcosa riceve senza dover chiedere.

Il nostro asilo è posto al centro della struttura ed è aperto dalla mattina alla tarda serata. C’è solo una cordicella che delimita il dentro e il fuori, ma il suo valore simbolico supera di gran lunga il senso fisico. Qui i bambini ritrovano i loro spazi. Fuori c’è la tempesta, la guerra, i pericoli, le ansie, il futuro incerto. Dentro è lo spazio del gioco, della fantasia, della spensieratezza. E la cosa più bella è stato constatare quanto secondaria fosse la lingua. Parlare la lingua dei giochi è facilissimo, e bastano gesti o sguardi di intesa per stabilire le regole e gli obiettivi. Cerchiamo anche di scandire il tempo, in un clima che altrimenti è di eterna sospensione. C’è quindi l’ora dello sport, l’ora della musica, l’ora del cinema e l’ora dei balli.

Folla in fuga da Mariupol

L’incantesimo però spesso finisce a fine giornata. Il bambino con cui hai appena legato spesso ti dice – mediante traduttore, gesti o interprete – che il giorno dopo se ne va. Germania, Italia, Francia, a volte si ha l’impressione sia una scelta estratta a sorte, da cui però dipenderà il futuro delle loro vite precarie. In quei momenti realizzi quanto basti un giorno per creare il legame, ed è anche quanto basta per provare una sorta di rottura e nostalgia.

In questi mesi Premyzl ha ritrovato la sua antica natura multietnica. Nel micro-mondo che si è ricreato dentro il centro di accoglienza è possibile nuovamente trovare Ebrei, Italiani, Francesi, Spagnoli, Tedeschi, Polacchi e anche Russi. Accomunati da un’unica causa, offrire una mano tesa alla moltitudine di Ucraini di passaggio.

Rimango realista, nonostante l’intensità dell’esperienza, quello che abbiamo fatto rimane poco di fronte al dolore e la sofferenza che i profughi stanno provando in queste settimane. Ma per quanto sia poco, sono sicuro che l’aver affrontato questo tipo di viaggio per regalare qualche sorriso, aver fatto sentire quelle persone un po’ meno sole, aver fatto sentire quei bambini un po’ più bambini, ne sia valsa veramente la pena.

 

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Una risposta

  1. Bravissimo! Il nome è garanzia e l’appartenenza all’Hashomer gli fa un grande onore! Per me, vecchio appartenente, padre e nonno di altrettanti iscritti al Movimento, è un ONORE e piacere leggere quanto state facendo! D.O vi benedica!

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