L’ebraismo italiano deve imparare a fare domande (e il rabbinato ad ascoltarle)

Rav Adolfo Locci, da 23 anni rabbino capo di Padova, spiega a Riflessi perchè è essenziale per l’ebraismo italiano tutelare le piccole comunità, e qual è il compito che spetta al rabbinato italiano

Caro Rav Locci, da quanti anni sei a Padova?

Ufficialmente dal primo gennaio 1999. Tra poco saranno dunque 23 anni.

Perché questa scelta, per un rav nato e cresciuto in una grande città, e nella più grande comunità ebraica italiana, di trasferirsi in un piccolo centro? Molti oggi considerano Roma “la culla” dell’ebraismo italiano, e forse può apparire strano che tu te ne sia allontanato.

Piazza delle erbe, a Padova

Prima di rispondere mi sento di fare un preambolo. L’Italia ebraica, storicamente, è sempre stata un insieme di moltissimi nuclei comunitari molto frammentati, e di diversi ordini di grandezza, distribuiti per tutto il territorio italico. Queste comunità, specialmente quelle vicine territorialmente, sono state di volta in volta una “culla” per l’ebraismo italiano. Penso alle comunità del lombardo veneto, come a quelle piemontesi, quelle toscane e quelle emiliane o marchigiane; addirittura quelle pugliesi fino al 15 secolo e ovviamente Roma prima di tutte. Perché? Perché ognuna formava e forniva rabbini per tutti gli altri. Penso che il termine “culla” sia da intendere proprio come la culla del neonato dove all’inizio è il luogo che sostiene e protegge la crescita del bambino che poi la abbandona per procedere con le proprie gambe. In Italia abbiamo avuto tante storiche culle tra cui Padova, Torino, Livorno, Firenze. Oggi sì, e non solo da oggi, Roma è la “culla” dell’ebraismo italiano, in quanto diverse comunità italiane hanno giovato, e giovano tutt’oggi, della guida di un rabbino romano di nascita e formazione (il Collegio Rabbino Italiano ha sede a Roma dal 1870). In questo senso non è tanto strano il fatto che possa aver deciso di andare via da Roma.

Resta la particolarità della tua scelta. Cosa ti ha portato a Padova?

uno scorcio dell’antico ghetto di Padova

La scelta è stata fatta in un momento particolare della mia vita. In quel periodo stavo ultimando gli studi per la Semichà, e improvvisamente, senza che ci avessi pensato prima, una comunità, quella di Padova, mi si avvicinò per propormi la cattedra rabbinica. La cosa mi colpì molto, perché mai avrei immaginato che qualcuno potesse pensare a me. Mi consigliai allora con Rav Toaff z.z.l., che mi sottolineò da subito l’importanza della decisione – lui si era spostato più volte nella sua carriera: da Livorno ad Ancona, Venezia e infine Roma – e mi disse che il percorso di un rabbino si misura con il grado di responsabilità che ha verso la comunità. Mi confessò che avrebbe preferito una decisione diversa – considera che a Roma dal 1983 ero chazan borsista facendo la “gavetta”, qui mi capisce solo chi ha vissuto la Comunità di Roma dal di dentro in quei tempi – ma poi fu lieto che scelsi di andare. Per me è stata una grande prova di maturità. Se io oggi sono “il Rabbino Locci”, lo sono diventato per essere Rabbino Capo a Padova e con la crescita fatta in questi anni.

Che differenze ci sono tra comunità piccole e grandi?

un giovane rav Locci con rav Toaff

Questa domanda, scherzo, è come quella che chiedeva di che colore fosse il cavallo “bianco” di Napoleone. Sono evidenti le differenze. Negli ultimi 20 anni, però, mi pare che la questione sia evidenziata più per motivi di contrasto che di carattere cognitivo riguardo Comunità diverse, per storia, strutture, numeri e ambienti. Non so se sia stato sempre così perché, finché stavo a Roma non ne avevo consapevolezza. Ma posso suggerire una via per affrontare il tema: cercare di assottigliare le differenze intervenendo laddove si possa, per permettere di avere una base di vita ebraica. Lavorare sulla qualità e sulla sostanza. Faccio un esempio: che differenza c’è tra due battè ha-keneset che hanno minian assicurato di Shabbat dove in uno ci sono 10 persone e nell’altro ce ne sono 50?

Che intendi?

Non credo che solo attraverso un numero si debba valutare una comunità ebraica, ma che si debba vedere se sono attivi i servizi, ossia le attività ebraiche, e la qualità di quei servizi. In 23 anni, qui a Padova, ho sempre cercato di lavorare perché tutto ci fosse: un bet ha-Knesset con minian, seppure solo di shabbat e in tutti i moadim, comprese Purim, Chanukkà, Tisha Beav e Yom hatzmaut. Questo del minian è stato un grande sforzo, anche della comunità stessa, ma ce l’abbiamo fatta, è un risultato che mi dà grande soddisfazione. Si studia tutta le settimane a vari livelli; il Talmud Torà per bambini in età scolare, dalle elementari alle superiori, ma anche universitari e adulti. Per questo impegno non faccio sconti né a me stesso, né al pubblico. La kasherut è assicurata con la disponibilità in Comunità di tutti i prodotti essenziali: carne, formaggi chalav Israel, vino. A volte ho la possibilità di intercettare macellazioni di carne kasher glatt sul territorio padovano fatte per il Belgio, collaborando per il controllo con le autorità rabbiniche certificatrici e concedendo anche l’uso del nostro Mikwè per i shochatim. Diverse persone compiono la mitzvà della tevilà a Padova e altre vengono da fuori. Certo non possiamo avere la scuola e questa è una mancanza pericolosissima. Tuttavia il pericolo si può limitare un minimo, con una adeguata organizzazione e presa di coscienza della nostra identità. In una piccola comunità si deve lavorare soprattutto sulle famiglie che sono, e devono ritenersi parte essenziale per il mantenimento e la sopravvivenza della comunità. Sono loro che devono usufruire, magari pretendere, dei servizi ed è qui che a mio avviso passa la differenza tra una comunità che funziona e una che fa fatica, e non solo sui freddi numeri. Le persone devono abituarsi ad avere servizi ebraici e questo è un problema ancor maggiore soprattutto dove non c’è un rabbino. Certo, anche se sembra tutto bello, a volte ci mi sono misurato anche con delle delusioni: per ogni conquista fatta, ci sono state anche dei tentativi che non hanno dato frutti.

l’ex singagoa ashkenazita di Padova, devastata dai fascisti, è oggi sede del museo ebraico

 

Eppure, molti oggi considerano che il futuro delle piccole comunità italiane sia quello di scomparire.

Non bisogna mai arrendersi! Io qui ho vissuto 23 anni, sacrificando la famiglia, le amicizie, gli interessi personali e non accetterò mai e replicherò sempre a tutti coloro che dicono che una piccola comunità è destinata morire. Certo, tutti scompariremo, il problema però è come, e perché scompariremo: un conto è la scomparsa naturale, altro è la morte accelerata o peggio, Dio ne guardi, provocata.

Secondo te il rabbinato italiano è sensibile a questa necessità di assicurare i servizi, ossia di fare in modo che ogni comunità abbia un rav?

(continua a pag. 2)

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