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Le proteste continuano, per il bene di Israele

Non si fermano le manifestazioni che sabato scorso in tutta Israele hanno portato per le strade oltre 600.000 persone contro il governo Netanyahu

Professor Della Pergola, oltre un mese fa ci eravamo lasciati con l’avvio della riforma della giustizia del governo Netanyahu e le prime forti proteste sociali. A che punto siamo sul piano dell’iter legislativo?

Sergio Della Pergola, professore emerito all’Università di Gerusalemme, è statistico e saggista di fama internazionale. E’ specializzato in demografia dell’ebraismo nel mondo e in Israele (Foto: E. Salman)

Dopo le dichiarazioni di Netanyahu di giovedí scorso e del ministro della difesa Gallant sabato sera, la rivoluzione israeliana è entrata in una fase nuova. Netanyahu, molto emozionato, quasi alterato, ha detto alla Nazione: “Ora basta!” Intendeva dire che da ora in avanti avrebbe ignorato le ingiunzioni della Procuratrice Generale, Taly Baharav-Miara, di non trasgredire il suo conflitto di interessi con la giustizia in quanto imputato di corruzione, truffa e mal gestione della cosa pubblica. Ossia: Netanyahu si è posto risolutamente al di sopra della legge (e poi è partito per Londra con la Signora, sua moglie). Ma Gallant ha scompigliato le carte, chiedendo di arrestare temporaneamente la legislazione perché le proteste di molti ufficiali (in particolare dell’aviazione e dei servizi d’informazione) e di un numero crescente di soldati rischiano di mettere in pericolo l’efficienza e la vera esistenza delle forze armate. Al richiamo di Gallant si sono uniti altri deputati del Likud, e così al momento Netanyahu non ha più la maggioranza garantita alla Knesset.

(al momento di pubblicare l’articolo, il ministro Gallant è stato rimossso dall’incarico, n.d.a.)

Ma fino a questo momento dov’eravamo arrivati?

Yoav Gallant (AP Photo)

Siamo in una fase abbastanza confusa. In parte sotto la pressione della protesta popolare e in parte in seguito evidentemente a dei dissensi interni al Likud, ci sono delle proposte di cambiamento che vengono formulate in corsa mentre l’iter della riforma va avanti. E così, da un lato la commissione parlamentare competente ha approvato la prima lettura delle varie proposte di legge, di cui la principale è quella sulla procedura di nomina dei giudici, cui dovrebbe seguire la seconda e terza lettura; dall’altro, la stampa dà conto delle diverse possibilità di “riforma della riforma” proposte dalla stessa maggioranza. Quindi non è chiarissimo esattamente quale sarà il testo che poi potrà essere proposto in seconda e terza lettura.

Quali sono le proposte di correzione più importanti?

la Knesset

Yariv Levin, il Ministro della Giustizia, del Likud, e il capo della commissione parlamentare giustizia Rothman, del sionismo religioso, sono i conduttori dei giochi. Secondo l’ultima versione si tratterebbe inizialmente di eleggere solamente tre (o forse due) giudici. L’obiettivo è comunque lo stesso: far in modo che questo governo ottenga la possibilità di assicurarsi la maggioranza tra i 15 giudici, sulla base della teoria, a mio modo di vedere infondata, che esiste oggi una maggioranza “attivista” nella Corte Suprema, secolare e di sinistra, ostile al governo.  Oggi ci sono in pratica 8 giudici su 15 che sono considerati liberali, 5 che sono considerati conservatori, e 2 di cui non è chiaro il punto di vista. Il governo vorrebbe sostituire almeno 2 dei prossimi 3 giudici che stanno per andare in pensione, compresa la Presidente Hayiut, che sono tutti liberali, per arrivare così ad averne 7 conservatori, mentre gli 8 liberali diventerebbero 6, con i 2 incerti equamente divisi: il risultato è che il governo guadagnerebbe la maggioranza della Corte Suprema semplicemente sostituendo due giudici. O almeno cosí pensano, perché spesso i giudici “conservatori” hanno votato assieme alla maggioranza dei “liberali”, semplicemente perché si tratta di persone oneste e competenti, e l’intepretazione della legge non lasciava altra possibilità.

Yair Levin, ministro della giustizia

E per quelli successivi?

Il governo dice: noi eleggiamo i primi due (o tre) giudici, poi torneremo a un metodo di selezione che sarà più ampio, lasciando spazio anche all’opposizione. Questa proposta in un certo senso è peggiore della precedente, perché parla apertamente di giudici nominati dal governo e di giudici nominati dall’opposizione: vorrebbe dire trasformare i giudici in agenti politici. Questo governo, in realtà, vuole svuotare la Corte della propria autonomia e renderla servile alla maggioranza. Sullo sfondo, ricordiamo, sono i giudizi in corso contro Netanyahu, e l’inevitabile finale appello alla Corte Suprema. Netanyahu vuole nominare lui i giudici che alla fine dovranno certamente (lui pensa) assolverlo.

Che possibilità ci sono che la riforma venga approvata a breve?

qui e sotto: immagini delle proteste che da settimane coinvolgono centinai di migliaia di cittadini israeliani

La Knesset doveva in vacanza prima di Pesach, il che significa che si potrà lavorare al testo ancora solo pochi giorni. Ora sono stati aggiunti improvvisamente altri tre giorni di lavori; il risultato è che al momento non è assolutamente chiaro cosa accadrà. Certo, rinviare la discussione a dopo Pesach avrebbe un’importanza notevole, perché significherebbe rallentare tutto l’iter e in un certo senso smorzarlo, quindi, sia pure indirettamente, accogliere la richiesta del Presidente Herzog, che aveva proposto una pausa di riflessione e di trattativa, cosa che però la coalizione di governo ha rifiutato.

A proposito della proposta di mediazione di Herzog, di che si tratta?

il presidente della Repubblica, Herzog

Herzog è entrato nel merito, producendo un documento estremamente dettagliato, pubblicato direttamente su Internet, presentandolo come la Proposta del Popolo, con un discorso piuttosto emotivo. Su ognuno dei vari punti controversi ha cercato un compromesso, con delle formule intermedie non facili, per esempio sul quorum necessario in parlamento per superare il giudizio negativo della Corte Suprema su una legge.

Che risultati ha prodotto questa proposta?

Il governo non rinuncia a ottenere una maggioranza dentro la Corte Suprema. Su questo punto non si transige. Per riuscirci, vuole avere la maggioranza dentro il comitato che sceglie i giudici. Il risultato è che la maggioranza ha impiegato meno di dieci minuti per rifiutare la mediazione di Herzog, respinta da Netanyahu con tono beffardo mentre era all’aeroporto e partiva per la Germania. Questo rifiuto è gravissimo perché dimostra che il Presidente della Repubblica non conta nulla agli occhi della maggioranza, che gli ha riservato una mancanza di rispetto francamente vergognosa. Herzog d’altra parte non è che abbia rinunciato; ha detto che bisogna continuare anche se è ha subito un ceffone volgare.

Tra poco le chiederò dell’opposizione nel paese; prima però vorrei ricordare quali argomentazioni utilizza la destra per sostenere la riforma.

Negli ultimi tempi si è capito che la riforma è stata formulata in realtà dal “Forum Qohelet”, un centro studi israeliano, finanziato da ebrei americani, importante espressione di un pensiero ultraconservatore, libertario, nemico del settore pubblico. È una posizione molto influente nel discorso pubblico americano, vedi l’ex-Presidente Trump e oggi Ron DeSantis [governatore della Florida, probabile candidato alla presidenza, n.d.a.]. Il Forum Qohelet ha pubblicato di recente un’analisi comparata dei sistemi di elezione dei giudici della Corte Suprema in 50 paesi, fra cui anche l’Italia. Il lavoro è molto interessante,ma vedi caso la pagina dedicata a Israele è molto carente, perché sostiene che la Corte Suprema israeliana è un unicum che non esiste in nessun altro sistema, un caso assolutamente anomalo e quindi da modificare. Si tratta di una lettura molto parziale, che omette di precisare che il sistema istituzionale israeliano ha una serie di gravi lacune, per non parlare del metodo elettorale assolutamente anacronistico. In realtà la Corte suprema è stata finora un importante strumento di bilanciamento ed equilibrio di un sistema pieno di lacune, privo di una costituzione, e in cui i partiti non rappresentano realmente la popolazione. In realtà l’elettore israeliano non elegge i deputati ma solamente i capi dei partiti. E i deputati si occupano molto di fare grandi dichiarazioni di alta politica e poco di legiferare per il popolo. Negli ultimi trent’anni la Corte Suprema quasi eroicamente ha cercato di riempire i vuoti del sistema, per affrontare questioni fondamentali mai discusse in Parlamento, come lo statuto di Chi è ebreo?, (di cui si parla solamente per inciso nella legge del ritorno) o le conversioni. Se la Corte Suprema ha un ruolo che può apparire esagerato e preponderante, questo dipende dalle lacune e dall’impotenza della Knesset – sempre bloccata da giochi di coalizione a volte legittimi, a volte squallidissimi.

C’è un esempio di questa disfunzione?

Aryeh Deri (Amir Cohen/AP)

Prendiamo ad esempio il caso del ministro Deri, che non ha pagato le tasse, viene processato (in pretura), si impegna a ritirarsi dalla politica per evitare il carcere, viene pertanto condannato con la condizionale, e il giorno dopo non rispetta l’impegno e viene nominato ministro. La Corte Suprema dichiara la nomina estremamente implausibile, e Netanyahu è costretto a dimettere Deri.  E la politica della destra che fa? Accusa la Corte di essere di sinistra, di non rispettare il voto popolare, di essere espressione degli ashkenaziti contro i sefarditi; mentre del fatto che Deri non ha pagato le tasse nessuno parla. In questo modo si può nominare a ministro un cavallo, la Corte annulla, il parlamento reinstalla.

A parte la riforma della giustizia, per il resto come sta governando Netanyahu?

La Corte suprema israeliana

Netanyahu si muove come se Israele fosse una repubblica presidenziale, con poca collegialità nei confronti del parlamento e dello stesso governo, mentre invece si tratta di un regime parlamentare e (finora) con una chiara e separata attribuzione dei poteri. Sarebbe offensivo parlare di questo governo utilizzando metafore pesanti, tuttavia occorre ricordare che si sta cercando di mettere le mani non solo sulla giustizia, ma anche sulla radiotelevisione pubblica (la proposta è di sopprimerla e privatizzarla distribuendo i fondi a canali di propaganda politica pro-governativa), sulla Biblioteca Nazionale, sull’Ufficio Centrale di Statistica –fondato dal mio maestro Roberto Bachi, noto per la sua integrità assoluta e la resistenza a pressione di ministri importanti come Golda Meir o Levi Eskhol – che ha un ruolo fondamentale perché calcola l’indice dei prezzi, l’inflazione, la disoccupazione. E ancora: si parla apertamente di controllare le università, influenzando il comitato centrale della distribuzione dei finanziamenti alle università. Il ministro del tesoro ha perfino detto che bisognerebbe ridurre il turismo, perché probabilmente i turisti sono quasi tutti goym. Per non parlare del ministro della polizia, Ben Gvir, che è stato arrestato 50 volte e ora è il capo della sicurezza nazionale. Potrei continuare, ma mi limiterò a un ultimo punto: il tentativo di limitare la legge del ritorno, impedendo ai nipoti di ebrei di fare l’aliya. Su questo sono impegnato personalmente con uno studio che verrà diffuso prossimamente, e che dimostra l’assurdità del tentativo di riforma. E da ultimo: la proposta di prolungare la presente legislatura dai 4 anni consueti a 5 anni. E poi la personalizzazione in funzione pro-Netanyahu: é passata la legge che impedisce la rimozione del Primo Ministro per motivi legali (solo per motivi di salute). Procede la legge che consentirà di fare donazioni non controllate ai politici per coprire le loro spese legali e quelle delle loro famiglie (allusione al processo Netanyahu e alle numerose cause per diffamazione in cui è coinvolto il figlio Yair). Questo assalto a raffica a tutte le istituzioni possibili e immaginabili suscita una profonda offesa al sistema democratico.

Roberto Bachi (1909-1995) ha diretto l’Ufficio centrale di statistica israeliano dal 1949 al 1971

Allora veniamo alle proteste nel paese. A che punto siamo?

Le proteste continuano, siamo ormai a dodici settimane; io stesso sono andato tre volte a manifestare, in tre luoghi e in tre circostanze diverse. Tuttavia le proteste sono ancora molto fluide, manca in questo momento un consolidamento che esprima una chiara dirigenza politica. Oggi il movimento di protesta è composto da centinaia di migliaia di persone, che scendono in piazza per scelta personale. È però senza precedenti che anche dall’esercito sia arrivata una protesta. Decine di membri di unità della riserva – che svolge un ruolo militare essenziale– hanno comunicato che smetteranno di partecipare come volontari. Questo è una specie di ammutinamento della riserva, rispetto a cui Netanyahu ha invocato maggiore severità da parte del Capo di Stato Maggiore, senza porsi la domanda come mai queste persone che per 75 anni hanno volato sui cieli della Siria, del Libano e magari anche in altri posti più lontani e hanno eroicamente fatto dei servizi che non si possono nemmeno nominare improvvisamente esprimono queste posizioni. Si tratta non di traditori, ma di persone che hanno permesso finora a Israele di esistere, mentre il governo è composto per una buona metà di ministri maschi che non hanno mai fatto il servizio militare o che rappresentano coloro che non lavorano e sono sussidiati a spese della previdenza sociale. A manifestare invece ci sono coloro che producono l’80% del PIL in vari settori, compreo lo HiTech.

Nessuno scende in strada per difendere la destra al governo?

Skyline Tel Aviv
Israele è definita “Sturt up nation”

Finora ci sono stati solo dei gruppetti estremisti piuttosto violenti, ma non c’è ancora stata la mobilitazione dei Haredim per la strada. È la posizione attendista di chi si aspetta i benefici da uno stato di cui non si sente realmente parte integrante. Quello che invece è interessante è che emergono dei gruppi di persone notoriamente di destra, religiosi tradizionali e politicamente conservatori, che manifestano contro la riforma, quindi c’è un leggero sgretolamento della maggioranza. Anche io quando ero in piazza ho visto un sacco di persone con la kippà. Indubbiamente esiste una certa perplessità degli ambienti moderati. Fra l’altro all’interno del Likud si vocifera che su 32 eletti ci siano 5 deputati critici verso la riforma. Se facessero i franchi tiratori, la riforma cadrebbe.

I sondaggi che indicazioni danno?

Benny Ganz, ex capo di stato maggiore

I sondaggi registrano una tendenza, e ci dicono che oggi il governo ha perso la maggioranza, perché avrebbe 56 membri in parlamento (contro gli attuali 64) se si andasse a votare oggi. Perdono alcuni seggi il Likud, i religiosi nazionali, anche i haredim, guadagnano invece Ganz, cioè la parte più moderata dell’opposizione, e Lapid, mentre il Meretz superebbe la soglia di sbarramento che aveva fallito a novembre.

Il mondo arabo intorno a Israele come osserva quello che sta succedendo nel paese?

Purtroppo vedo un grosso rischio, e cioè che gli arabi si illudano e possano commettere degli errori di valutazione. In passato l’abbiamo già visto, io vivo in Israele dal 1966, ho vissuto la guerra dei sei giorni, ho fatto il mio servizio della riserva per più di vent’anni, ho parlato a lungo con dei Palestinesi. Il problema è che nella psicologia delle Nazioni arabe c’è un senso d’euforia e un effetto domino. L’illusione crea euforia, l’euforia crea altra illusione, è una perversa spirale in cui il rischio di un fatto scatenante può determinare conseguenze drammatiche. Questa divisione interna israeliana dà l’impressione di debolezza, la protesta dei militari fa pensare che al momento giusto gli Arabi possano scatenare un’altra offensiva. È un grave rischio, perché Israele indubbiamente finisce col prevalere, però purtroppo nelle guerre ci sono anche sempre dei danni subiti.

Quello che è successo a Roma con la visita di Netanyahu, con la profonda spaccatura nel mondo ebraico italiano, che eco ha avuto in Israele?

la recente visita di Netanyahu a Roma

Le parole di Noemi Di Segni e la reazioni che hanno suscitato a Roma sono state riportate in Israele, lei è stata citatissima, è apparsa anche in prime time, parlando in ebraico al telegiornale. Ha fatto sensazione anche la protesta di Pacifici, vedere uno con la kippà che urla in quel modo dentro una Sinagoga è apparso un fatto anomalo. Fra l’altro pochissimi hanno capito che Netanyahu è stato ricevuto nella bella ma piccola e sotterranea sala dello Spagnolo, e non nella magnificente cornice del Tempio Maggiore. Appare cioè evidente che le divisioni israeliane sono state esportate nella diaspora, non solamente a Roma. La funzione di Israele, di essere polo aggregatore, luce di speranza, centro spirituale, e al limite ultimo rifugio per l’ebraismo mondiale scompare alla luce delle divisioni interne. Nella diaspora purtroppo qualcuno scimmiotta in maniera patetica quello che avviene in Israele. Spesso nella diaspora ci si vuole allineare con questa o quell’altra parte che si confrontano in Israele, ma alla luce di informazioni molto carenti e imperfette. C’è una certa parte dell’opinione pubblica ebraica italiana che dà una lettura monocolore, senza capire né la lingua ebraica, né le sfumature della politica e del diritto israeliano. Al contrario, il mainstream della stampa e della televisione israeliana ha capito che Noemi Di Segni aveva semplicemente preso atto, preoccupata, di una situazione di crisi esistente nella società israeliana.

Il sit-in a piazza S.S Apostoli contro la visita di Netanyahu, Roma, 10 marzo 2023. (ANSA)

Secondo lei si può intervenite dalla Diaspora sulla politica israeliana?

Io penso di sì. Nel momento in cui il paese è spaccato in due – non c’è stata nessuna grande vittoria di Netanyahu, che ha avuto il 49% dei voti, quindi il 51% non lo ha votato – criticare il governo in carica non significa certo criticare Israele. La diaspora dovrebbe rendersi conto che qui la spaccatura è profonda. Ci si può astenere dall’intervenire, oppure si può esprimere una preoccupazione, come ha fatto la presidente dell’UCEI. Io sono a favore della facoltà di esprimersi, purché con cognizione di causa.

Leggi anche:

Israele è un paese diviso

La riforma di Netanyhau

Le proteste in Italia

Protestiamo per difendere la democrazia israeliana

2 risposte

  1. Riflessi segue da vicino la grave crisi che sta attraversando Israele, altri mezzi di informazione ebraici parlano e scrivino d’altro, giornali finanziati dalle tasse che versono gli iscritti alla comunità, non solo per chi vota la lista di maggioranza. E ricordo le parole della presidente Ucei Noemi Di Segni durante la visita al Tempio Spagnolo di Netanyahu. Trovare una soluzione condivisa per non dividere il paese e la diaspora. Provocando una ingloriosa sceneggiata da chi pensava che “i panni sporchi si lavano in famiglia” Ora la stampa di mezzo mondo scrive di un paese, Israele, in rivolta e nel caos istituzionale. I panni sono ed erano publici da settimane.
    Un plauso a Riflessi e a Noemi Di Segni

    1. Mi associo senza se e senza ma ed aggiungo un sincero ringraziamento a Riflessi, che completamente autofinanziata è l’unica testata che garantisce un’informazione pluralista all’interno della Comunità Ebraica di Roma.

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