Israele: le molte incognite in vista delle elezioni, di Enrico Campelli

L’aria trasuda polvere da sparo. Il monito del Presidente Rivlin del 12 ottobre descrive accuratamente l’attuale situazione istituzionale israeliana.

Nelle settimane passate infatti, la 23° Knesset si è automaticamente sciolta per il mancato accordo sul tema della Legge di Bilancio, segnando di fatto l’inizio della quarta campagna elettorale in meno di 2 anni, con il ritorno alle urne fissato al 23 marzo 2021.

Che il delicato sistema israeliano, storicamente basato su fragili coalizioni di governo e personalismi profondamente radicati, soffra di una patologica instabilità è ormai un dato ampiamente condiviso. Secondo l’IDI (Israeli Democracy Institute), dal 1996 ad oggi, lo Stato di Israele è infatti tornato alle urne ogni 2,3 anni. Nello stesso periodo di tempo la Spagna ha tenuto elezioni ogni 3 anni, il Regno Unito ogni 3,8 anni e l’Italia è andata a votare ogni 4,4 anni. La crisi recente, aggravata dall’acuirsi della situazione pandemica e dal terzo lockdown generale proclamato dall’Esecutivo Netanyahu – avvenuta per di più durante quella che può essere definita come la prima vera crisi economica del giovane Stato ebraico – ha visto, come ampiamente previsto dagli analisti, il fallimento dell’accordo di Governo tra il Likud di Netanyahu e Kahol Lavandi Gantz, durato appena 8 mesi. L’intesa firmata tra i due partiti, infatti, prevedeva, oltre ad un passaggio di consegne tra Netanyahu e Gantz dopo 18 mesi, anche l’approvazione di un bilancio biennale. In particolare, poi, una eventuale crisi di governo su questo tema sarebbe stato l’unico elemento atto a legittimare il ritorno alle urne anziché la progettata rotazione a favore di Ganz.

Ad una analisi più attenta quindi, il fallimento dell’Esecutivo è solo superficialmente riconducibile al tema dell’approvazione della legge di bilancio, ma trova le sue vere radici nello scontro costante tra le due parti contraenti dell’accordo proprio sul tema della rotazione nel ruolo di Primo Ministro, architrave cruciale dell’accordo. I recenti fatti vanno dunque collocati nel più ampio contesto di una crisi politica e istituzionale, e ogni ipotesi sui risultati delle elezioni di marzo appare in questo momento azzardata.

Due però le dinamiche partitiche emergenti: da una parte il crollo verticale di Benny Gantz e del suo Kahol Lavan, che certamente pagherà lo scotto di aver tradito il suo elettorato e di essersi infine alleato con Netanyahu dopo una campagna elettorale in cui aveva promesso in più occasioni di non farlo. Secondo molti sondaggi (Keshet 12/13) il partito centrista si attesta attualmente intorno ai soli 4-5 seggi (contro i 33 seggi attuali), pericolosamente a ridosso della soglia di sbarramento del 3,25%.

Nelle ultime settimane molti esponenti di rilievo della formazione guidata da Gantz hanno abbandonato il partito per unirsi a Yesh Atid, originario alleato di Kahol Lavan poi separatosi in ragione del disaccordo proprio sul tema dell’alleanza di Governo con Netanyahu, o a HaIsraelim, nuova formazione di centro-sinistra creata dal sindaco di Tel Aviv Huldai a cui si è unito l’ex Ministro della Giustizia Nissenkorn. Sul fronte del centro-destra invece, il nuovo fallimento dell’Esecutivo ha creato un gruppo di fuoriusciti dal Likud, convinti che sia il Premier uscente il principale ostacolo alla ripresa di un’amministrazione stabile per il Paese.

Concentratisi intorno alla figura dell’ex Ministro dell’Istruzione di Gideon Sa’ar (che nel 2019 aveva sfidato la leadership di Netanyahu perdendo le elezioni primarie), la nuova formazione Tikvà Hadashà, Nuova Speranza, sarà, a ben vedere, la vera protagonista della prossima tornata elettorale, con i sondaggi che gli attribuiscono già circa 14-17 seggi ed una sostanziale centralità in qualsiasi scenario. Nonostante il vantaggio mantenuto nei recenti sondaggi, il blocco formato dal Likud e dalle formazioni ultraortodosse Shas e UTJ non ha dunque davanti a sé un percorso chiaro per la formazione della prossima maggioranza, proprio a causa dell’animosità degli altri partiti di destra (su tutti Yamina ed Ysrael Beitenu, che di Enrico Campelli Israele: le molte incognite in vista delle elezioni 1112 da molto rifiutano maggioranze guidate da Netanyahu).

Sul fronte opposto, i molti partiti che si oppongono alla guida del leader del Likud: Tikva Hadashà, Yamina, Yesh Atid, HaIsraelim, Yisrael Beytenu, Meretz, Kahol Lavan,Joint List (solo per citare le principali formazioni dell’affollatissimo ordinamento israeliano), sebbene detengano la maggioranza dei seggi, sono però separate da profonde differenze politiche, sociali e religiose, ed è improbabile che riescano ad accantonarle per delineare una coalizione di maggioranza. Dalla sua, tuttavia, Netanyahu può vantare i molti successi nell’arena internazionale del 2020. Con la fondamentale mediazione statunitense del Presidente Trump (e con la nuova amministrazione Biden, che con buona probabilità continuerà su una simile linea), il Premier israeliano è senza dubbio il vero artefice degli accordi di distensione diplomatica con Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco. Anche il recente accordo del Golfo tra Arabia Saudita e Qatar, che rinsalda il fronte anti-iraniano, sarà certamente uno degli elementi su cui Netanyahu giocherà la propria, complessa, rielezione.

In considerazione di questi elementi, e di un sistema elettorale che non favorisce la stabilità dell’ordinamento, non è così impensabile immaginare che nemmeno la quarta tornata elettorale in due anni riesca a risolvere la palude istituzionale israeliana, e che quindi si prospetti, nel corso del 2021, anche un quinto ritorno alle urne. L’ordinamento israeliano infatti, ormai da anni in aperta crisi, sembra ancora ben lontano da una soluzione di lungo periodo, e sullo sfondo di una arena politica completamente incentrata sulla figura del Premier Netanyahu, vede le diverse formazioni politiche, più che mai rappresentative di una società polarizzata e divisa, incapaci di individuare una soluzione stabile ai problemi che affliggono il Paese.

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