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Nelle indagini sull’attentato alla sinagoga non c’è mai stata collaborazione

Pasquale Lapadura è il magistrato inquirente incaricato di indagare sull’attentato del 9 ottobre 1982. Nel libro “Una ferita italiana? 9 ottobre 1982: attentato alla sinagoga di Roma” (ed. Belforte) per la prima volta parla delle indagini e delle difficoltà incontrate. Ne anticipiamo un estratto

Pasquale Lapadura è oggi un signore di 85 anni che per 44 anni ha fatto il magistrato. Pretore a Velletri, dopo pochi anni è passato alla magistratura inquirente, dove ha trascorso l’intera carriera, terminata con la qualifica di presidente di sezione di Cassazione. Nell’ottobre del 1982 era lui il magistrato di turno al Tribunale di Roma, e così condusse la fase inquirente del processo, relativa alle indagini. Al telefono si dichiara disposto a parlare di quella esperienza, anche se premette che, passati ormai così tanti anni, non ricorda più molto. È la prima volta, aggiunge, che qualcuno gli chiede di ricordare quei fatti.

Dottor Lapadura, cosa ricorda di quel 9 ottobre 1982?

“Una ferita italiana?” sarà presentato il prossimo 22 novembre alla Fondazione Besso

Non molto, ormai. Si figuri, non ricordo nemmeno il nome dell’unico indiziato.

Perché le indagini furono assegnate a lei?

È semplice: quel giorno ero di turno. Non fu facile. Sa, personalmente ero responsabile di centinaia di fascicoli, per cui questo dell’attentato alla fine fu uno dei tanti che si aggiunsero alle mie responsabilità.

Quanto durarono le indagini? Furono complesse?

Guardi, come le ho detto la mia attività riguardava centinaia di casi, perciò non posso più dire quanto durarono le indagini, perché gli impegni alla Procura della Repubblica erano moltissimi su vari fronti. Non posso ricordare. Fare il magistrato non è cosa semplice, nonostante oggi ci siano tanti equivoci sulla nostra professione.

Immagino che però fece un sopralluogo alla sinagoga, ricevuta la notizia dell’attentato.

Certo, ma non c’era molto da vedere ormai, così lasciai fare gli accertamenti alla polizia giudiziaria.

l’impronta di Nessim Hazan su un campanello (foto: Stefano Montesi; non è consentita la riproduzione senza autorizzazione)

Dopo le indagini ci fu il processo, che però si aprì a distanza di molti anni dai fatti.

Del processo non posso dirle nulla. La fase del giudizio non la seguii io, che invece mi occupai solo delle indagini.

Il processo si concluse con la condanna di al Zomar. Lei ebbe modo di interrogarlo durante le indagini?

Ricordo che a un certo punto ci fu la possibilità di andare in Grecia, dove l’imputato era stato arrestato; mi sembra di ricordare che fosse tutto pronto per il viaggio, ma che alla fine non se ne fece più nulla.

Come mai?

Credo che fu una decisione del governo greco, per non pregiudicare i rapporti con gli arabi. Mi pare che molti governi, per prevenire atti terroristici sui loro territori, tenevano ad avere rapporti positivi con il mondo arabo. Mi sembra che la cosa riguardò anche l’Italia; ho sentito parlare, se non sbaglio, anche di un lodo Moro.

Di questo lodo Moro, cioè della possibilità di favorire, in qualche modo, eventuali indagati, lei ha mai percepito qualcosa durante le indagini?

Ma certo che no! Si figuri se lo venivano a dire me. Io stavo svolgendo le indagini, se avessi saputo che c’era stata un’omessa vigilanza di certo avrei dovuto indagare le persone coinvolte.

Quindi, nelle sue indagini esclude di essersi interessato del tema della mancata sorveglianza davanti la sinagoga la mattina dell’attentato?

Sì, lo escludo. Che io ricordi non è stato un filone d’indagine trattato. Ma scusi, perché poi avrebbe dovuto esserci la sorveglianza? A me non risulta nulla, mi meraviglio. Non mi pare ci fossero stati allarmi.

In realtà, da alcune carte desecretate, sembra che i nostri servizi di intelligence avessero avvisato le autorità di polizia del rischio di un attentato.

Arafat interviene alla Camera dei deputati nel 1982, poche settimane prima dell’attentato al Tempio (foto: Fondazione Gramsci)

Non so dirle nulla. A me non risulta. Però non sono in grado neppure di escluderlo. Queste vicende sono complicate, riguardano aspetti occulti che sono destinati a restare tali.

Uno dei punti più controversi è quello dei mandanti. Lei ebbe modo di occuparsi di tale aspetto nelle sue indagini?

Ma si figuri! Che io mi ricordi non emerse niente. A parte il fatto che l’attentato fosse di matrice palestinese. Certo, sarebbe stato diverso se ci fosse stata collaborazione, ma la Grecia non collaborò mai. Personalmente ne rimasi nauseato, come lo sono adesso, a ricordare quello che accadde, che uno Stato si sia rifiutato di collaborare con l’autorità italiana per interessi di un certo tipo. O sbaglio?

Cose le è rimasto più impresso delle indagini sull’attentato del 9 ottobre?

(…)

il libro Una ferita italiana? 9 ottobre 1982: attentato alla sinagoga di Roma sarà presentato martedì 22 novembre, alle 18,30, presso la Fondazione Besso (Largo di Torre Argentina, 11)

A discuterne con gli autori (modera Miriam Haiun):

Alon Simahyoff (v. ambasciatore d’Israele)

Saul Meghnagi

Piero Fassino

Anna Foa

Gian Antonio Stella

Gianni Zarfati.

5 risposte

      1. Quindi secondo la tua logica si pubblica l’intervista di un magistrato che non sa e non ricorda niente per dimostrare che c’è ancora reticenza? Mah, a me hanno insegnato che si pubblica un’intervista quando riporta notizie e, possibilmente novità. Qui non ve ne è traccia. Se si ha la certezza che una persona sa qualcosa ma è reticente lo si incalza e lo si mette con le spalle al muro. Niente di tutto questo. È una intervista (?) francamente irritante. Fra l’altro nei mesi passati sono emerse novità dalle indagini. Quindi doppiamente inutile.

  1. Resto allibito da questo magistrato e dalle sue dichiarazioni…
    Sono 40 anni dopo.
    Ha 85 anni…
    Si,..esiste l’ anziano e anche l ‘Alzaimer…ma…

    Ma come ha fatto a sedere in quel ruolo?…
    Superficialita’? Omerta’
    Ottusita’? Complicita’?…

    Incredibile

  2. E’ tutto chiaro. Fra attentatori assassini mussulmani e ebrei, nessun dubbio: non suscitare grane con i primi, e poi se persino la polizia italiana, avvisata, non è andata a fare la guardia alla Sinagoga! Altro che non ricordare!

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