Sono un ebreo che impara a guardare il mondo a testa in giù

Emanuele Fiano racconta nel suo ultimo libro la sua vita: la famiglia segnata dalla shoah, gli anni in kibbutz, l’impegno politico fiero della identità di ebreo laico. Riflessi lo ha intervistato

Onorevole Fiano, se guardo la copertina del suo ultimo libro (“Ebreo”, Piemme, 2022) penso che davvero viviamo giorni in cui il mondo sembra a testa in giù. Cominciamo perciò da qui: che aria si respira in Parlamento?

Emanuele Fiano, architetto, già presidente della comunità di Milano, è deputato Pd

Davvero molto preoccupata. Quella in Ucraina non è la prima guerra vicino a noi, perché prima ci sono stati i Balcani, però è la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che una delle più grandi potenze mondiali e industriali attacca un paese sovrano, per di più in Europa, o ai sui confini. Per la nostra generazione e per quella precedente è sicuramente una novità drammatica. Le immagini che arrivano di distruzioni urbane e di civili morti e feriti in un paese non troppo lontano da noi, in un territorio che ha radici culturali simili alle nostre, è qualcosa di sconvolgente. Oltre a questo aspetto emotivo e culturale, c’è la preoccupazione per le conseguenze, perché conosciamo il legame economico ed energetico fortissimo tra Europa e Russia. Infine, c’è un terzo aspetto.

Quale?

edifici civili in Ucraina bombardati dall’esercito russo

Sono convinto che stiamo assistendo al tentativo di un nuovo assetto mondiale, basta vedere la Cina che compra il grano dalla Russia per ammortizzare le sanzioni. Tutto ciò ci dice qualcosa che avevo già avvertito: la Cina sarebbe entrata in questo scontro, perché siamo davanti a un confronto durissimo. Devo dirle che mi ha molto colpito che tantissima lettura politologica, che io condividevo, ha sempre sostenuto che dal medio oriente – Iraq, Iran, Siria, e anche Israele in conflitto con i palestinesi –  sarebbero potute arrivare le fibrillazioni più pericolose dell’assetto mondiale, perché si tratta di zone legate all’energia. Adesso mi pare evidente che il gioco delle potenze mondiali si sta svolgendo altrove, anche molto vicino ai nostri confini.

Eppure la politica in fondo serve a questo, a “tirarsi fuori dai guai”. Ma cosa fa la politica quando la guerra è sul campo?

il Colosseo illuminato con i colori della bandiera ucraina nelle sere scorse

Intanto diciamo che la Russia in queste ore ha prodotto un compattamento del fronte occidentale: Europa, Usa, Canada. Mi pare che al momento l’unica arma disponibile siano le sanzioni economiche di grandissima durezza, da applicare a un paese legato a doppio filo all’economia europea. Le sanzioni dovranno essere in grado di interrompere il flusso di scambi commerciali, economici e finanziari tra la Russia e il resto del mondo. Si spera che possano fornire un freno. Al momento si deve procedere per passi. Per esempio è in discussione il blocco del sistema Swift, che prevede la possibilità di fare bonifici: venisse applicato alla Russia, si bloccherebbero tutte le sue esportazioni, certo con possibile danno anche per l’occidente. Però siamo chiari: non c’è alla vista nessun altro intervento, vista anche l’esperienza fallimentare in Afghanistan.

Lei scrive che viviamo un tempo biblico, con migrazioni di popoli, ma anche con il nazionalismo, il ribellismo, il populismo: e il nostro paese?

Zygmunt Bauman (1925-2017), filosofo ebreo polacco

Io non credo che la vicenda italiana sia slegata da quella occidentale. Nel mio libro cito molti pensatori, commentatori, studiosi, che si sono interrogati sul ritorno del nazionalismo e del populismo, fenomeni che caratterizzano tutto l’occidente, tanto più con la pandemia.

Come lo spiega?

È una sorta di nostalgia. Bauman parla di “retrotopia”.  Quando la condizione materiale delle persone peggiora, si produce una percezione di frustrazione, di difficoltà a raggiungere gli obiettivi prefissati e ciò genera paura, per il futuro proprio e dei propri figli. A seguire arriva la rabbia, e quando tutti questi elementi si sommano, come all’inizio del terzo millennio – pensi all’11 settembre, alla crisi finanziaria del 2008, infine al Covid – allora si scardinano le certezze, il rischio è che scompaia la ricerca dell’utopia, si abbandonino le ideologie salvifiche di liberazione. Pensiamo al socialismo liberale, all’idea di un mondo più libero e giusto. Quando questo accade, e prevale il “presentismo”, e non si ha più la prospettiva di una soluzione, allora c’è il rischio di una nostalgia per il passato. Anche in Italia. Abbiamo vissuto un’onda nazionalista e populista, anche per la crisi delle democrazie rappresentative. Oggi i limiti vengono tolti: pensi alla battaglia, che pure capisco entro certi limiti, contro il vaccino. Cos’altro è, se non il tentativo di applicare un’idea di libertà, molto in voga da 30/40 anni, intesa come assenza di regole?

Come se ne esce?

rav Steinsaltz (1937-2020), più volte citato nel libro di Fiano

Nel libro contrappongo tutto questo anche alla radice messianica dell’ebraismo. Noi ebrei, infatti, abbiamo introiettato la certezza che arriverà un mondo nuovo, con l’avvento del mashiach, e questo spiega, forse, perché tanti ebrei hanno preso parte alle ideologie di liberazione. L’ebraismo è maestro di morale. Pensi al divieto di mangiare dall’albero della conoscenza: cos’altro è – tra tante interpretazioni possibili, naturalmente – se non un insegnamento a rispettare l’idea del limite? L’etica ebraica è imposizione di norme, e l’ebraismo in questo ha influito sulla civiltà in modo significativo. La libertà in cui noi ebrei crediamo è delimitata da norme e da limiti, il che risulta molto simile a quel principio fondamentale del liberalismo che dice: la mia libertà finisce dove inizia la tua.

Un paese che suo malgrado conosce la guerra è Israele. Lei è andato in un kibbutz la prima volta nel 1983, dopo la guerra in Libano e dopo l’attentato al tempio di Roma del 1982. Che rapporto ha con Israele?

(continua a pag. 2)

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