In mio nome, le mie parole

Ancora un intervento a proposito dell’ultimo conflitto e delle questioni che ha sollevato. Simone Dell’Ariccia ci parla del suo essere sionista, e della necessità di mantenere sempre uno sguardo lucido e critico sul (nostro) mondo.

Con queste poche righe non voglio avere la pretesa di ricercare le ragioni del conflitto israelopalestinese, né tanto meno provarci. Non voglio sventolare una bandiera di parole per sostenere solo una delle due parti come tanto è andato di moda questi giorni, dove la maggior parte delle persone hanno trovato il coraggio di esprimere una loro opinione, che spesso non si sofferma minimamente sulla complessità della vicenda, e che non cerca nemmeno per un attimo di sbirciare dall’altro lato della medaglia.

Quello che vorrei fare è raccontarvi la mia visione personale, la visione di un giovane ebreo italiano, da un anno e sei mesi cittadino israeliano.

Per correttezza di chi soffre a causa della guerra è giusto ricordare che nonostante abbia vissuto queste settimane a Tel Aviv, dove missili sono stati intercettati sopra la mia testa e da dove della guerra, per fortuna, io abbia sentito solo i rumori e la paura, la mia è una posizione privilegiata, interna ma privilegiata. Perché non sono un padre ad Ashdod, perché non sono una madre a Gaza perché non sono un soldato di 18 anni, perché non sono un arabo israeliano.

Io sono sionista, e in quanto tale credo fermamente nel diritto dello stato di Israele di esistere come Stato ebraico. Credo nel diritto, di ogni stato di difendersi con i propri mezzi quando questo è sotto attacco e quando questo è minacciato dal terrorismo e dalle sue organizzazioni. Basti pensare al caso di Francia e Germania, due stati che hanno aderito a quella coalizione capeggiata dagli USA (supportata dall’Italia), che dal 2014 effettua interventi militari in Iraq e in Siria che hanno causato più di 8000 vittime civili[1] senza una voce contraria.

Sono sionista ma sono consapevole che le sfide del sionismo come movimento non sono finite nel 1948, ma sono vive tutt’oggi. Il mio modo di essere sionista riconosce le sfide etiche che il sionismo porta con sé, e che sarà compito della mia generazione sciogliere, senza rinunciare alla propria ebraicità. Allo stesso modo con cui, ad esempio, lo stato Italiano custodisce nella tradizione, nella società, e nella legge la sua cultura cattolica.

Sono convinto che negli obiettivi del sionismo ci debba essere la volontà di convivere con uno Stato palestinese, dal quale però, ho la pretesa di essere riconosciuto come Stato ebraico, e dal quale pretendo la condanna del terrorismo e di tutti quei movimenti che dichiarano di voler annientare il popolo ebraico.

Sogno due Stati per due popoli, sogno due Stati che combattano assieme il terrorismo e che difendano da quest’ultimo la propria popolazione.

Sono sionista e sono pronto a criticare duramente la politica israeliana quando questa non rispecchia i miei ideali. Io non voglio scappare dalla parola occupazione, ma affrontarla e combatterla quando questa si nasconde dietro il mio bene a discapito del bene altrui.

Sono un sionista che vuole combattere per i diritti degli arabi che vivono oggi al mio fianco e dei quali lo Stato si deve occupare in quanto cittadini israeliani. Non credo però che dovremmo cedere all’ipocrisia di fallimentari semplicismi. E’ doveroso dire che c’è un grande “ma” dietro quella auspicata pacifica convivenza. La necessaria identità ebraica di Israele, su cui si basa, ad esempio, l’imprescindibile principio della legge del ritorno, implica che la lotta (pacifica) per l’uguaglianza dei diritti tra arabi ed ebrei, non potrà mai, per il momento, essere pienamente completa.
Questo tuttavia non deve esimerci dal ragionare sulla problematica dell’inclusione degli arabi in Israele. Prendere consapevolezza della complessità di tale realtà e interrogarsi sulle possibili soluzioni, diventa oggi sempre più necessario, perché si possa raggiungere una situazione stabile in cui tutte le parti possano sentirsi al sicuro.

Riconoscere la complessità etica che si nasconde dietro il sionismo e porsi nuove e continue domande, ascoltando pensieri opposti, è l’unico modo, reale e concreto, che abbiamo per difendere, a lungo termine, lo stato di Israele, il sionismo, assieme ai nostri ideali.

Io credo che tutti dovremmo iniziare ad aprire quell’occhio che ci fa comodo tenere socchiuso, che ci nasconde le ingiustizie che avvengono nei territori occupati, quell’occhio che non vuole ammettere che fin quando lo Stato palestinese verrà tenuto sotto scacco da Hamas, questo impedirà ogni forma di dialogo, che tutti, in primis, dovremmo iniziare a fare con noi stessi.

[1] https://airwars.org/conflict/coalition-in-iraq-and-syria/

Sullo stesso tema, leggi anche gli interventi di Livia Ottolenghi, Giacomo Kahn, e di Victor Magiar, qui e qui

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Una risposta

  1. Volevo congratularmi personalmente con l’amico Simone dell’Ariccia, il suo articolo mostra una grande maturità intellettuale.
    I miei migliori complimenti.

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