La memoria si tutela con la verità

Simonetta Della Seta, da anni impegnata nella salvaguardia della memoria, spiega a Riflessi cosa occorre ancora fare per dare senso al Giorno della memoria e combattere ignoranza e negazionismo

Simonetta, nella nostra ultima conversazione ci hai parlato dell’ebraismo italiano. Stavolta vorrei soffermarmi con te sul tema della memoria, a poche settimane dal 27 gennaio.

In effetti, da almeno due ventenni sono coinvolta nella salvaguardia della memoria. Ho studiato e collaborato con lo storico Renzo De Felice, con il quale ho approfondito lo studio del fascismo e di quel periodo storico.  Mi sono occupata dei rapporti con lo Yad Vashem di Gerusalemme a livello istituzionale. Sono attiva nell’IHRA- International Holocaust Remembrance Alliance da dieci anni.

E ora che sei tornata in Israele continui a dedicarti al tema?

Sì. In Israele mi dedico finalmente ad alcune ricerche che avevo messo da parte, tra cui quella sul sionismo italiano e altre pubblicazioni su cui sto lavorando. Sono attiva inoltre nella piattaforma intergovernativa dell’IHRA, in cui assieme ad altri esperti rappresento l’Italia. In seno all’IHRA lavoro in modo particolare nel gruppo che si occupa di Memoriali e Musei della Shoah. È una attività di confronto, aggiornamento e coordinamento tra le attività dei numerosi Musei che ci sono nel mondo. In generale in questo ultimo anno l’IHRA si è occupata molto delle problematiche legate alla distorsione della Shoah, che purtroppo, anche a causa della crisi pandemica, ma non solo, viene espressa a tantissimi livelli.

Puoi fare qualche esempio?

La distorsione trova espressione in diversi ambiti. C’è un ambito addirittura nazionale, nel senso che esistono manipolazioni della storia della Shoah volute da Stati, per seminare discordia politica all’interno o all’esterno dei confini nazionali, e spesso per difendere una narrativa nazionale di comodo. Queste dichiarazioni instillano reazioni difensive e minacciano un impegno onesto nei confronti della storia di quel periodo.  Succede anche che alcuni Paesi affermano di non avere avuto alcuna responsabilità in quello che è accaduto, e addirittura che la Shoah non sia rilevante per la loro storia perché perpetrata solo dalla Germania nazista.  Un argomento del genere ignora il ruolo dei collaborazionisti locali o degli alleati dell’Asse – per l’Italia il movimento, il partito e soprattutto il regime fascista – nei crimini della Shoah. Da questo punto di vista Paesi problematici sono la Polonia, l’Ungheria e la Croazia. Ma anche, per certi versi, l’Austria, che si dichiara spesso vittima e non artefice della Shoah.

una manifestazione antisemita in Polonia

E per quanto riguarda i social?

Recentemente la distorsione si esprime molto anche nell’ambito dei social, sia in buona fede che in malafede. Per esempio, c’è chi si paragona ad Anna Frank perché per via del Covid siamo dovuti rimanere in casa. Oppure, in modo più voluto e politicizzato, ci sono alcune esternazioni del mondo no vax.  Questo accade perfino in seno alla vita pubblica, quando alcuni membri dei partiti, protagonisti della politica e perfino funzionari con compiti statali, non sufficientemente documentati, si riferiscono alla narrativa della Shoah in modo limitato e distorto; è un fenomeno purtroppo che riguarda tutta l’Europa. Un caso di distorsione in buona fede è a volte quella fatta da alcuni insegnanti, che non sono formati e documentati. Per commemorare la Shoah inventano storie nuove, che non sono fedeli a quello che è successo. È necessario dunque tornare alle fonti e alla documentazione, che esiste ed è molto ampia, e formare sia le classi dirigenti che gli educatori a una storia documentata, capace ovviamente di offrire anche una lezione attuale. Inoltre, sono fortemente convinta che anche insegnando la Shoah sia fondamentale parlare sempre di vita ebraica: quella esistita prima della Shoah, quella che ha resistito durante la Shoah, e quella rinata dopo la Shoah. Gli ebrei non sono solo vittime, perseguitati e persone ammazzate, ma una cultura viva e di vita. Dobbiamo questo a tutti i sommersi, ma anche ai sopravvissuti, che ci hanno chiesto un impegno di testimonianza e verità, contro il negazionismo e la banalizzazione, e che purtroppo ci stanno lasciando.

E in Italia, come siamo messi?

(continua a pag. 2)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter