Pagine scelte, a cura di Eliana Pavoncello

“La guerra dei 6 giorni non terminò con mio padre” di Alan Davìd Baumann

Il 5 giugno del 1967, il giorno in cui scoppiò la più veloce e forse la più famosa delle guerre vinte da Israele, Alberto Baumann era un giornalista impegnato, marito e padre. Ma era soprattutto un giovane ebreo italiano.

Nato nel 1933, aveva vissuto le leggi razziali, prima e l’occupazione tedesca poi, crescendo nella paura e nelle incertezze: la fame, la disperazione, la lontananza dai suoi e un treno, preso da solo, ad appena undici anni, per sfuggire a un destino infame.

Quel giorno del 1967, l’ebreo Alberto Baumann prende la decisione di partire e raggiungere Israele. Da questa decisione, per certi versi improvvisa e per altri inevitabile, si snoda un libro raro e profondo a cui ogni definizione va stretta: non è una semplice raccolta di scritti, non è un saggio, non un romanzo. O meglio è tutto questo insieme.

Amorevolmente trasmessa dal figlio Alan Davìd, la penna di Alberto si muove per le vie di Gerusalemme, a Haifa, nel deserto e poi ancora nel Ghetto della sua Roma; i suoi occhi incontrano amici e nemici, gente comune e personaggi famosi, il suo cuore, che batte forte contro dittature e soprusi, prende atto, sgomento, del lento e inesorabile tradimento politico della sinistra, fino ad allora sostenitrice e amica del piccolo Stato ebraico. Le complicità del Gran Muftì con il nazismo, la dittatura di Nasser, la sorte terribile degli ebrei nei paesi arabi, le discriminazioni verso gli ebrei russi, privati dei loro diritti e impossibilitati a espatriare, vengono registrate e denunciate con puntuale rigore per i due anni che seguono la guerra.

Un periodo storico cruciale, in cui si assiste alla nascita di un nuovo antisemitismo, che per pura ipocrisia viene denominato antisionismo e al quale quella sinistra che appena un quarto di secolo prima aveva combattuto per sconfiggere il nazismo, si rifiuta di dare il suo vero nome: razzismo. Tema attualissimo, come si vede, che periodicamente si è riproposto, con sempre maggior impatto sul discorso politico. Soprattutto oggi, in cui il presunto crollo delle ideologie ha reso quanto mai sfumato il confine tra amici e nemici, tra arruffapopoli e politici impegnati, tra fake news e verità.

Non poche, quindi, le riflessioni che il libro propone, soprattutto nella definizione di cosa voglia dire, dopo la Shoà, essere ebreo, sostenitore di Israele e vivere una “diversità” imposta dagli altri. C’è poi la cifra intima e personale, le lettere alla moglie, la famiglia, i diminutivi affettuosi che usa per mostrare il suo affetto anche a migliaia di chilometri di distanza, c’è un’ironia molto ebraica, capace di trafiggere con un sorriso gli sciocchi e i dispensatori di incrollabili false certezze .

E come dice un personaggio del libro ad Alberto: “C’è una lezione che è giusto imparare: mancano i maestri”. Alberto lo era. E non possiamo che ringraziare Alan Baumann per aver voluto condividere con tutti noi i suoi pensieri.

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Una risposta

  1. Bella recensione di questo libro. Davvero mi ha suscitato il desiderio di leggerlo. E lo leggerò. Grazie.

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