L’alyah di un giovane architetto romano, di Marco Bassan

Simone Dell’Ariccia, sei un architetto nato a Roma e trasferito in Israele dopo la laurea: come è maturata in te quest’idea?

Sono arrivato in Israele nel luglio del 2019, e a fine novembre sono diventato ufficialmente cittadino israeliano. Ho preso questa decisione tre mesi dopo la laurea a seguito di un’offerta di lavoro ricevuta da parte di uno studio di Architettura a Tel-Aviv (Ada Karmi-Melamede Architects) dove lavoro tuttora.

Perché accettare non provare a rimanere in Italia?

Questo lavoro per me e stata una grande opportunità per due principali motivi: il primo e quello di aver raggiunto un’indipendenza, che forse noi giovani Italiani (perché nonostante l’alyah sono ancora un giovane italiano) dovremmo reclamare e pretendere con più voce. La seconda opportunità è quella di aver iniziato un lavoro che amo e di non esser dovuto scendere a compromessi, per raggiungere, appunto, quella indipendenza che ci rende liberi di scegliere e che dà dignità a noi, ai nostri sforzi e quelli delle nostre famiglie per arrivare dove siamo ora. Per questo accettare di trasferirmi non è stato così difficile nonostante abbia lasciato un luogo che considero tuttora casa.

Perché un giovane architetto con la possibilità di trasferirsi ovunque nel mondo ha scelto proprio Israele per iniziare la sua carriera?

Israele è un paese in rapida evoluzione dove le opportunità, soprattutto nel mio campo, sono tante, inoltre qui sento un legame che ho voluto approfondire. Non nascondo che, al momento dell’offerta di lavoro, non avevo ancora ricevuto altre proposte concrete. Non so come sarebbe andata, se la tempistica fosse stata diversa.

Quando ti sei trasferito, avevi già in mente di fare l’alyah?

La scelta mi ha accompagnato da quando ho avuto chiaro cosa rappresentasse per me questa terra, l’aver trovato un lavoro a Tel-Aviv è stato solo un grande incoraggiamento. Non credo che fare l’alyah, soprattutto oggi, significhi rimanere vincolati a Israele come luogo, bensì di essere Israeliani in quanto ebrei ovunque sarò in futuro, e di parlare e giudicare Israele con più coscienza critica.

Pensi che l’alyah sia un’evoluzione migliorativa dell’essere ebreo in diaspora?

L’ebraismo italiano romano, e la cultura che questo mi ha regalato, è una delle cose più care che possiedo. A tal punto che, se fare l’alyah avesse voluto dire rinunciare a tutto ciò, non penso che starei qua ora. Per fortuna l’alyah ha un altro significato, che non affiancherei alla parola evoluzione. Nonostante lo status di cittadino Israeliano il tuo essere ebreo romano conserva una sua identità’ Essere ebreo romano per me verrà sempre prima dell’essere israeliano, perché l’ebraismo italiano vive della sua cultura, senza vincolarsi alla fede, salvaguardando la tradizione. Sono convinto che l’ebraismo laico della diaspora è uno dei grandi punti di forza della nostra cultura che purtroppo è poco presente e non troppo compreso in Israele.

Che cosa ti manca dell’Italia?

Cosa mi manca dell’Italia? La bellezza e la cultura, due cose, che forse in realtà, sono una sola.

Che cosa ti auguri per i giovani ebrei italiani che nel futuro dovessero trovarsi a scegliere tra il lavoro all’estero e il proprio paese di origine?

Per i giovani italiani ho solo una speranza: quella di andare via dall’Italia solo per voglia e mai per necessità.

Come vedi il rapporto tra la diaspora e Israele nel prossimo futuro?

Usando le parole di un grande architetto, quindi di un grande intellettuale: Una «diversità» tra Israele e la diaspora permane, e la sfida consiste non nell’ignorarla o annullarla, bensì nel renderla strumento di una cultura ebraica propulsiva nei prossimi decenni. (Bruno Zevi, “Ebraismo E Architettura”)

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