A. B. Yeoshua

“La figlia unica”, recentemente pubblicato da Einaudi, è l’ultimo lavoro di Abraham Yehoshua, un grande della letteratura mondiale.

Bisogna arrivare all’epilogo di questo breve libro di Abraham Yehoshua, non un capolavoro ma un condensato di spunti critici e di riflessione, un testamento dello scrittore israeliano ultraottantenne giunto ormai alla consapevolezza che molte domande rimarranno senza risposta, molti conflitti senza soluzione cionondimeno tutto può essere vissuto con maggiore comprensione, facendo riferimento a ciò che ci accomuna, a ciò che ci rende simili, alla fratellanza.
Quel legame che, è vero, non ha impedito a Caino di uccidere Abele, ma che tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi, per fortuna, allevia le pene, fa trovare conforto, rende sopportabile il lutto, più condivisa la gioia.
A. B. Yeoshua - La figlia UnicaNon poteva quindi che intitolarsi “La figlia unica” (Einaudi, 157 pagg. 18 euro) l’ultimo lavoro di questo grande della letteratura mondiale. Una prosa misurata e gentile nella forma, apparentemente prevedibile ed un po’ noiosa, ma necessaria a descrivere questo mondo, diremmo politicamente corretto. Un vissuto, nemmeno troppo intrecciato, nella diaspora, e in quella fetta di universo (minoritario) in cui si cerca di essere inclusivi, in cui ci si preoccupa della sensibilità degli altri ma ciononostante i dubbi restano sempre lì: i limiti e i timori di chi è nato minoranza e deve difendere identità, appartenenza, memoria, anche quando la dolcezza del mondo che ti circonda rischia di renderla un ostacolo all’armonia e talvolta una involontaria offesa verso coloro che tentano di  essere partecipi e non carnefici.
Tutto nasce dalla recita di Natale in cui a Rachele Luzzatto, figlia di un matrimonio misto con madre convertita e nonni materni cattolici, viene chiesto di interpretare la Madonna. Il padre di Rachele si oppone sebbene non si tratti di una funzione religiosa ma di una rappresentazione, un tema teatrale.
Il pericolo che vede qual è? Alla fine si scoprirà anche questo ma nel frattempo questa ragazzina che si prepara per il suo Bat Mitzvah vive la sua esperienza senza dubbi sulla sua identità, sul suo voler essere ebrea e anche israeliana, ma senza perdere la tenerezza che prova verso quel mondo che non la rimprovera ma la asseconda, che anzi cerca di farla sentire protetta e compresa in ogni momento.
Così prova dispiacere nel leggere al nonno materno, l’unico cattolico della famiglia visto che la nonna è atea, la preghiera per la sua maggiorità religiosa. Una lettura che si rivolge al D-o “che non ci ha fatto come i popoli delle nazioni né ci ha messo come le famiglie della Terra”. “Al nonno bastano le prime parole per intuire lo spirito e l’intenzione della preghiera, ma non sembra irritato. Divertito piuttosto – scrive l’autore misurato e attento ad ogni parola nel libro –  Allora in pratica è contro noi cristiani”. E quando Rachele arrossendo controbatte “no nonno è solo contro i pagani e voi non lo siete” la nonna non credente risponde con la saggezza degli anni, dice Yehoshua e con tutto l’amore che sa trasmettere, quell’amore fraterno che è unica ancora di salvezza: ‘’e invece i cattolici sono pagani, guarda quante statue hanno nelle chiese. Ma non importa, tesoro, la tua preghiera è coraggiosa: non avere paura a declamarla”. In questa opera emerge la dolcezza, l’amore di Yehosua per l’Italia dove, in una città del Nord è ambientata la storia, che ci coinvolge tutti, ma proprio tutti, come è giusto che sia e ci venga ricordato.
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