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Senso di giustizia e dovere etico: ecco l’eredità di mia madre

Luciano Belli Paci racconta a Riflessi il suo profondo legame con Liliana Segre, e gli insegnamenti ricevuti da una delle figure pubbliche più importanti della nostra contemporaneità

Avvocato Belli Paci, sua madre, Liliana Segre, è conosciuta e amata dalla maggior parte dall’opinione pubblica. Cosa si prova a essere figlio di una figura così importante per la Repubblica?

l’avvocato Luciano Belli Paci

Ho sempre avuto un rapporto di grandissima intesa, di condivisione spirituale, etica, culturale con mia madre.  Questo mi ha portato a essere al suo fianco in vari passaggi cruciali, come ad esempio durante il periodo di faticosa elaborazione che la portò ad uscire da un silenzio durato 45 anni e a diventare testimone della Shoah. Anche in questa esperienza di senatrice a vita le sono costantemente vicino. Quando il Quirinale le comunicò che il Presidente aveva deciso di nominarla, mi chiamò subito, mi dette l’incredibile notizia e mi chiese di non dirlo a nessuno finché non fosse uscito il comunicato ufficiale. L’emozione fu tale che non riuscii a parlare per qualche istante. Ero molto orgoglioso di essere figlio di Liliana Segre molto prima che fosse senatrice a vita, e a maggior ragione lo sono oggi.

Quanto ha contato, nella sua percezione, l’identità ebraica di sua madre nella sua famiglia?

Liliana Segre al Binario 21

Il tema dell’identità è molto complesso nella mia famiglia d’origine. La famiglia Segre era agnostica e Liliana a 8 anni venne battezzata – nell’ingenua convinzione di preservarla dal peggio – senza avere ricevuto un’educazione ebraica. Poi venne mandata a scuola dalle suore Marcelline, sempre con l’obiettivo di mimetizzarla. Dopo la guerra, i parenti superstiti la rimandarono a scuola dalle suore. Poi sposò mio padre Alfredo, che era cattolico. Noi tre figli abbiamo avuto un’educazione cattolica. Le radici ebraiche si sono però sempre fatte sentire. Per lei, ma anche per me. Non in senso religioso, visto che entrambi siamo atei. Ma c’è un richiamo delle origini che non è facilmente definibile, e che si traduce in un legame con le storie familiari, con la cultura ebraica, con Israele e soprattutto con un senso ebraico della giustizia e del dovere. Qualcosa che ci rende entrambi perennemente inquieti e autocritici.

Se vuole, e nei limiti in cui vorrà rispondere, mi piacerebbe farle qualche domanda che riguarda i rapporti tra lei e sua madre. Innanzitutto, cosa ha provato sentendola pronunciare il discorso di inaugurazione di questa legislatura, come presidente provvisorio del Senato?

Liliana Segre, senatrice a vita, ha inaugurato la XIX Legislatura in Senato

Ho il grande privilegio di essere, fin dalla sua nomina, il più stretto collaboratore (ovviamente volontario e gratuito) della senatrice a vita Liliana Segre. Quindi ho potuto partecipare alla gestazione del discorso e lo conoscevo in anteprima.  Nonostante ciò, ascoltarlo dal vivo dalla tribuna degli ospiti in Senato è stato molto coinvolgente. Liliana temeva che qualche passaggio potesse suscitare reazioni negative, invece io ero certo che nessun partito avrebbe manifestato dissenso. Quello che né lei né io ci saremmo aspettati è l’accoglienza straordinaria che il discorso ha avuto nell’opinione pubblica. In quei giorni, passeggiando per Roma, centinaia di persone la fermavano per strada manifestandole gratitudine e spesso commozione. Ancora oggi, a un mese di distanza, riceve continue espressioni di apprezzamento. Evidentemente ha corrisposto a un’attesa diffusa.

Se dovesse indicare, tra gli insegnamenti che le ha trasmesso sua madre, quelli che più hanno segnato la sua vita, quali indicherebbe?

la senatrice Segre per anni ha portato la sua testimonianza della Shoah nelle scuole

Devo a mia madre moltissimo di ciò che sono. Gli insegnamenti che più mi hanno segnato sono l’amore per la verità, che costringe spesso a pagare un prezzo alto; l’impegno per la giustizia, che mi ha spinto ad impegnarmi politicamente fin da quando ero giovanissimo; l’imperativo di ragionare sempre con la mia testa e non con la testa della maggioranza.

Di sua madre molto si è scritto e detto; ultimamente, anche di suo padre. Le polemiche sollevate da alcuni politici l’hanno amareggiata? E a sua madre?

Una giovane Liliana Segre con il marito, Alberto Belli Paci

Le polemiche che hanno riguardato mio padre sono state penose sia per mia madre sia per me. Siamo stati obbligati a rievocare un periodo molto doloroso, nel quale lei era arrivata sull’orlo della rottura coniugale ed io avevo avuto con papà contrasti fortissimi. Alfredo Belli Paci era un antifascista e l’aveva dimostrato coi fatti, essendo rimasto prigioniero dei tedeschi pur di non aderire alla RSI. Però, oltre ad essere un uomo di destra, era animato da una sorta di spirito cavalleresco, e questo l’aveva portato nella seconda metà degli anni ’70 a solidarizzare con una destra missina che vedeva perseguitata da discriminazioni e violenze. Negli stessi anni io ero segretario della federazione giovanile socialdemocratica di Milano, per cui le discussioni tra noi erano continue. Rispolverare quella storia di più di 40 anni fa con lo scopo di zittire Liliana è stato inqualificabile. Come se Liliana Segre non potesse parlare di fascismo per via delle scelte del marito del 1979!  Ma sono anche ridicoli, perché zittire Liliana è impossibile.

Un’ultima domanda: ritiene che, come ha dichiarato la premier, oggi la destra italiana non ha più nulla da farsi perdonare sul proprio passato?

manifesti di appartenenti a FdI, il partito di Giorgia Meloni

Rispondo naturalmente a titolo personale. La destra italiana aveva fatto passi importanti sotto la guida di Gianfranco Fini, che infatti aveva pagato prezzi elevati sia subendo scissioni a destra, sia rimanendo vittima di un odio implacabile nella vecchia guardia, che si è vendicata alla prima occasione. Con Fratelli d’Italia mi pare che vi sia stata una regressione. Si avverte un richiamo della foresta, un recupero generalizzato, indiscriminato, del bagaglio della “comunità” di provenienza, senza alcuna cesura, anzi con molte reticenze.  Naturalmente si deve apprezzare la netta condanna espressa dalla presidente Meloni riguardo alle persecuzioni antisemite, condanna che peraltro risale – almeno a parole – addirittura al MSI di Almirante. Il punto è che, se le leggi razziali e la Shoah vengono estrapolate dalla storia complessiva del fascismo italiano, non solo si fa un’operazione storicamente inaccettabile, ma si rischia addirittura di favorire la tacita rivalutazione del resto: è una specie di messaggio subliminale che dice “quella fu la parte cattiva; più bolliamo quella e solo quella come ripugnante, più lasciamo intendere che il resto potrebbe non essere stato tanto male …”.

2 risposte

  1. Gli italiani non hanno ancora fatto i conti con la storia. Ci siamo sempre nascosti dietro ai tedeschi cattivi e gli italiani “brava gente”; Ma tanto brava gente non era poiché dopo il 16 ottobre 1943, circa 900 persone (parlo di Roma soltanto) furono denunciate ai nazisti e deportate nei campi di sterminio. Nel 1946 al processo al Fascio Romano e processi successivi questi delatori furono assolti, esclusi sporadici casi, (ai quali in sede di giudizio, fu condonata gran parte della pena) con la clausola che avevano agito al fine di lucro. Ma quando andavano a Via Tasso a riscuotere il pagamento della loro delazione non sentivano gli urli dei prigionieri torturati? Credo che sapessero anche delle atrocità che i tedeschi commettevano nei campi di concentramento e di sterminio.

  2. Bellissima coraggiosa e profonda intervista all’amico Luciano Belli Paci che fa luce anche su aspetti importanti della vita della sua famiglia. La condivido
    Janiki Cingoli

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