Sergio Shlomo Slutzky

Peron e gli ebrei (Perón y los judíos) è uno dei cinque film che partecipano alla sezione dedicata alla diaspora ebraica in America Latina* presso il museo della Comunità ebraica di Trieste dal Festival del Cinema Ibero – Latino Americano.

Riflessi ha intervistato il regista, Sergio (Shlomo) Sluzky

La sua opera Peron e gli ebrei partecipa alla sezione Shalom del Festival del Cinema Ibero – Latino Americano di Trieste. Al centro c’è la sua ricerca di verità sull’impegno politico di suo padre, definito un “gorilla” ai tempi del primo governo Peron (1946-1955). Ci spiega questo termine?

Peron 1944Il termine “gorilla” è una delle peggiori offese che si possano rivolgere a un cittadino progressista in un paese latinoamericano, e specialmente in Argentina. “Gorilla” si definivano militari – e i civili – che hanno fatto il colpo di stato del settembre 1955. Questo colpo ha stroncato con le armi la presidenza di Juan Domingo Perón, che era stato scelto in due occasioni con elezioni riconosciute, persino dall’opposizione, assolutamente pulite.

Da quel momento la parola “gorilla” si è estesa ai dittatori civili o militari di tutta l’America Latina identificando le forze che si oppongono al progresso, al lavoro tutelato, al voto delle donne, alla libertà d’espressione e ad altre forme di democrazia. Ed è per questo che quando, a cena con amici argentini e parlando di politica, qualcuno accusò di essere un “gorilla” mio padre Moris Slutzky, il quale negli anni del governo peronista dal 46 al 55, era un giovane ebreo progressista che ha sostenuto riforme sociali ma non aveva preso la tessera del partito peronista, ho deciso che dovevo capire se era possibile che mio padre fosse stato un “gorilla”, e se per questo ci sia gorillismo politico nel mio DNA. Poi, per arrivare alla fine della mia ricerca ho consultato storici e documenti, ho anche parlato con i suoi contemporanei e amici di lui negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, in un percorso che mi ha portato ad una partecipazione attiva prima e produttiva dopo.

 

Nel suo precedente documentario “Disculpas por la demora” ha affrontato eventi famigliari, in particolare il destino di Samuel Slutzky, un medico scomparso nel 1977 durante la dittatura militare e sul quale la sua famiglia ha tenuto il segreto per anni. Se dovesse definire Peron e gli ebrei, quale definizione darebbe, opera politica o più intima e biografica?

 Quando riguardo la mia filmografia, mi rendo conto, senza averlo cercato, che ho scelto di analizzare temi molto importanti come l’identità ebraica fuori Israele, gli attentati contro l’ambasciata di Israele e il palazzo della Comunità Ebraica in Buenos Aires, i desaparecidos ebrei nella dittatura civico -militare e ancora Peron e gli ebrei da un punto di vista personale, della mia propria esperienza di essere umano, ebreo, argentino ed israeliano. Dopo la prima, ogni film viene analizzato e criticato, molti hanno detto che siamo stati parziali e non abbiamo onorato storie di persone o di piccoli gruppi. Ma la nostra risposta e che lasciamo le tesi di centinaia di pagine e migliaia di dati ai ricercatori universitari. Noi volevamo trasmettere al pubblico la possibilità di identificarsi con un personaggio, con una situazione data in un contesto storico e socio-politico, perché sia di stimolo al nostro pubblico ad approfondire e leggere le ricerche degli specialisti del settore. In Peron e gli ebrei, vengo a conoscenza del DNA di mio padre, che non può essere giudicato fuori dal suo contesto sociale. E le risposte su Moris Slutzky sono valide per tutta una generazione di giovani ebrei argentini al finire della Seconda Guerra Mondiale.

Lei è riuscito a tirar fuori molto bene le ambiguità del regime peronista e la relazione tra Peron ed Evita con la comunità ebraica argentina e lo Stato di Israele. Le ricerche sono state complesse? Ha avuto difficoltà?

Evita, Golda e Tzur
Evita incontra Golda Meir e l’ambasciatore di Israele in Argentina, Tzur

Da trent’anni il prof. Raanan Rein dell’università di Tel Aviv, che non è argentino ma è stato riconosciuto come storico della politica argentina, ha iniziato una crociata revisionista che aveva come finalità di discutere e far prevalere quello che lui riteneva “il mito del Peron fascista, pro nazi e antisemita”. Analizzando uno a uno gli elementi del mito, il Prof. Rein dimostra con documenti e dati statistici la falsità della brutta immagine che gente come mio padre mi ha trasmesso su Perón: Peron ha nominato i primi diplomatici ebrei, nominò in posti rilevanti importanti personalità del mondo ebraico. Peron ed Evita fecero grandi sforzi per guadagnare la benevolenza degli ebrei argentini e del giovane stato di Israele, ecc ecc. Nonostante fossi tentato di unirmi alle correnti innovatrice storiche, oggi di moda, c’era qualcosa che non mi convinceva, e questo qualcosa era il sospetto dei giovani ebrei dell’epoca davanti al colonnello carismatico, che arriva al potere con il colpo dei militari del gruppo Ufficiali uniti (GOU) nel giugno 1943. La cura e il distacco che ha messo mio padre e la sua generazione nella comunità ebraica nei riguardi di questo militare che ottiene l’appoggio dei settori più sofferti della realtà argentina, offrendo loro diritti sociali che prima nessuno gli aveva dato, e per questo diventa leader indiscusso e indiscutibile, che poteva portare in piazza le masse per un suo discorso, come avevano fatto Hitler, Mussolini e Franco, soltanto un paio di anni prima.

Il Peron che torna al centro della politica argentina nel 1943, dopo qualche anno di addetto militare nell’Italia del Duce, non ha potuto mai guadagnare la fiducia degli ebrei della strada, che sospettavano chi aveva rotto con la Chiesa, prima la sua alleata, bruciando le sue chiese, chi manda in carcere comunisti e socialisti, e quando i peronisti bruciano sedi e biblioteche di questi partiti, e chi esercita la violenza contro gli altri è una minaccia costante che un domani i perseguitati saranno gli ebrei.

Agli occhi di un europeo e di un italiano, Peron e gli ebrei ricorda la divisione all’interno della comunità ebraica tra chi sostiene leader populisti e chi si oppone, abbracciando una prospettiva più lontana dai sovranismi. Dal suo punto privilegiato di ebreo argentino-israeliano, pensa che questa divisione possa rappresentare un pericolo per gli ebrei del Vecchio Continente?

 Mi piacerebbe che alla fine di una settimana in Italia, nell’ambito del Festival Internazionale del Film Latino, potessi fare dei confronti o commentarli. Posso parlare di quello che è la mia bussola morale e quella mi porta ad opporsi a simpatie e alleanze con leader, organizzazioni e partiti che esercitano il razzismo contro altri, anche se escludono gli ebrei o Israele, per interessi in comune. Ed è per questo che come cittadino israeliano mi insospettisce il gruppo degli “amici” di Netanyahu che lo hanno seguito nei suoi lunghi anni al potere, Trump, Bolsonaro, Dunherke, Duran ed altri, insieme ai partiti ed organizzazioni neo fasciste, ma che sono per Israele in diversi paesi europei. Non è questa la mia strada e credo che non sia nemmeno quella degli ebrei.

Continuerà a occuparsi della complessa storia argentina? Se può anticiparcelo, ha già in cantiere altri progetti?

Penso sempre di continuare a fare quello che mi sembra importante. In questo momento stiamo lavorando a un documentario su “I bastoni tra le ruote“, che pongono le autorità di Israele e altri interessati per l’estradizione, l’indagine e la giustizia di un repressore argentino sospettato di crimini contro l’umanità nella dittatura del 1976. Questo individuo ha trovato rifugio e protezione in Israele. Questo criminale è sospettato anche dell’assassinio del mio parente Samuel Slutzky, ma il suo caso si allarga, purtroppo, molto al di là d una storia personale.

*Le proiezioni sono gratuite e si terranno nelle sale del Museo, domenica prossima 7/11.

Clicca qui per altre informazioni sul Festival. Per il programma e le sinossi della sezione: https://www.museoebraicotrieste.it/2021/11/02/shalom-il-sentiero-ebraico-in-america-latina/

(Si ringrazia per la traduzione dallo spagnolo Rosa Rodriguez, di cui potete leggere qui l’intervista su Mabel, l’ebrea desaparecida)

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