Ecco i nuovi tiranni che minacciano le democrazie (non solo in Israele)
Goffredo Buccini (Roma, 1961) è una delle firme storiche del Corriere della Sera, per il quale lavora come editorialista e inviato speciale. Abbiamo dialogato con lui sui rischi che oggi corrono le democrazie
Nel suo ultimo libro, “Tyannis. Il secolo delle nuove autocrazie e l’ultima reazione democratica” (Neri Pozza, 2026), realizza un viaggio che dalla fine del secolo scorso arriva ai nostri giorni, evidenziando i rischi che oggi le democrazie corrono, sottoposte agli attacchi di nuovi tiranni. Innanzitutto: che fattezze ha il tiranno oggi?

Lo potremmo descrivere come un signore che per indebolire i sistemi democratici non usa armi e carri armati, piuttosto opera al loro interno, erodendo un po’ alla volta i pesi e contrappesi di ogni democrazia. Per esempio, attacca la magistratura, poi la libertà di stampa, riesce a manomettere l’opinione pubblica e infine influenza o comunque incide sulla libertà del voto. L’emblema di questo modello in Europa è stato per sedici anni Viktor Orban, che passo dopo passo ha smantellato lo stato di diritto in Ungheria, ma che poi ha fatto così male al suo Paese che il popolo ungherese lo ha mandato a casa. Forse se ne può trarre una buona notizia: i moderni autocrati generalmente sono votati all’autodistruzione.
Un dibattito ricorrente è se la crisi che vivono oggi le democrazie occidentali sia il risultato di un attacco esterno (come quello alle Torri Gemelle del 2001, dell’Isis in Europa negli anni passati, o di Putin nel 2022, o di Hamas del 2023) o piuttosto l’effetto di un logoramento interno, dovuto all’accentramento delle ricchezze presso pochi soggetti e l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali. Qual è la sua interpretazione?
Direi che le democrazie soffrono entrambi i pericoli. Il più insidioso è però quello interno, perché apre la strada inevitabilmente anche all’attacco dall’esterno. Prendiamo il caso di Israele: l’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato possibile, secondo me, perché la democrazia israeliana da tempo era profondamente spaccata. Netanyahu è una figura da tempo sotto processo nel suo Paese per corruzione che, dopo essere tornato al governo, dalla fine del 2022 ha cominciato a operare per manomettere l’indipendenza della magistratura. Tutti ricordiamo le manifestazioni settimanali di centinaia di migliaia di israeliani contro il tentativo del governo Netanyahu di manipolare la Corte Suprema israeliana. Io credo che questo logoramento abbia prodotto effetti anche sulla sicurezza del Paese. Del resto, si è saputo che la sera prima dell’attacco di Hamas i servizi segreti israeliani avevano rilevato un fatto insolito: nella Striscia di Gaza erano state segnalate moltissime attivazioni di schede Sim valide per Israele. Era il chiaro segnale che si stava preparando qualcosa, ma fu sottovalutato. Io credo che una delle cause di tale errore derivò anche dal logoramento che gli apparati israeliani stavano subendo da mesi, proprio a causa del tentativo di indebolire i centri nevralgici dello Stato. Più in generale, un altro pericolo interno che soffrono oggi le democrazie è il calo della partecipazione al voto. Questo si spiega, a mio avviso, con la sfiducia che la popolazione nutre verso le istituzioni dello Stato, quando percepisce la presenza di soggetti estranei, ad esempio economici o finanziari, che hanno la capacità di influenzare la politica. Quando la politica è debole, riceve minore legittimazione da parte del corpo elettorale, e questo produce alla lunga l’aumento del populismo e la richiesta dell’uomo forte che possa risolvere i problemi. Come sosteneva Carlo Levi, chi ha l’animo servile mal sopporta la democrazia.
Esaminiamo alcuni dei principali “tiranni” che sottopongono a stress le democrazie. La prima coppia è Trump e Putin: gli Usa resisteranno al secondo quadriennio trumpiano?

E per quanto riguarda Putin? La Russia è davvero un pericolo militare per l’Europa?
Mentre Trump studia per diventare un autocrate, Putin è in questo un maestro. C’è da dire che è agevolato da un fatto storico: la Russia non ha una vera tradizione di democrazia al proprio interno, essendo passata da un tiranno all’altro, dagli zar all’attuale regime di Putin, salvo brevi parentesi, come quella successiva alla caduta del muro di Berlino. Anche nel caso della Russia, tuttavia, si verifica quel fenomeno che ho indicato all’inizio, ossia l’incapacità delle tirannidi di sopravvivere alla propria stupidità. Ormai è noto che il capo del servizio segreto verso l’estero russo, Naryshkin, aveva avvisato Putin che l’Ucraina non si sarebbe arresa facilmente, che la sua resistenza sarebbe stata ostinata. Per aver contraddetto i tanti servi sciocchi che invece avevano assicurato a Putin una facile vittoria, Naryshkin ha quasi rischiato la propria vita, eppure aveva ragione. In questo momento Putin continua a proseguire la sua guerra solo perché non ha alternative, consapevole che una sconfitta o una tregua disonorevole metterebbe a rischio la sua stessa vita. Per questo però va temuto: di fronte alla necessità di sopravvivere, potrebbe essere tentato di estendere il conflitto anche nei confronti dell’Europa, come i fatti di queste ultime ore, con i droni armati russi trovati l’aeroporto di Lipsia, sembrano far temere.

Andiamo in Medio Oriente: Israele che democrazia è oggi? Molti, in occidente, negano che possa più definirsi tale.
Quando si parla di Israele occorre sempre fare una premessa: quando nacque, nel 1948, la giovane democrazia israeliana non ebbe il tempo di gioire, perché venne subito attaccata da cinque eserciti arabi, con l’obiettivo di distruggerla. Da allora Israele ha sempre vissuto in uno stato di pericolo permanente, consapevole che perdere una delle tante guerre che ha combattuto avrebbe significato la fine dello Stato. Detto questo, occorre prendere atto della realtà. Fino a un anno fa sostenevo che Israele fosse l’unica vera democrazia del Medio Oriente, l’unico posto nell’area dove le donne fossero sullo stesso piano degli uomini e dove un omosessuale, ad esempio, potesse esercitare liberamente i propri diritti. Oggi il mio giudizio è cambiato: Israele è ancora una piena democrazia, ma solo per i cittadini israeliani. Per i palestinesi la situazione è molto diversa. Oggi la società palestinese è soggetta a un tentativo da parte del governo israeliano di cancellazione dei suoi diritti. Non parlo soltanto di Gaza, ma anche della Cisgiordania, dove ogni giorno avvengono fatti gravissimi. A mio avviso la situazione in cui ci si trova oggi nasce da lontano, dalla guerra dei sei giorni del 1967. Dopo aver sbaragliato gli eserciti arabi che nuovamente erano ormai pronti ad attaccarla, Israele per ragioni prudenziali occupò terre che spettavano ad altri Paesi e ad altri popoli. Successivamente alcune di quelle terre, come il Sinai, sono state restituite, ma le altre, soprattutto la Cisgiordania, no. Soltanto nel 2005 è stata restituita Gaza, dal governo di destra di Sharon, ma il risultato ha comportato una profonda lacerazione della società israeliana e l’insediamento a Gaza di Hamas, un’organizzazione terroristica che da allora lavora per la distruzione di Israele. Si è arrivati alla situazione attuale un passo alla volta. Dobbiamo ricordare che nel 2018 l’identità nazionale di Israele è stata stravolta, declassando la lingua araba e ponendo in posizione diseguale i cittadini arabi. Da ultimo, non si può dimenticare che lo scorso anno il Parlamento israeliano ha approvato, sia pure con un solo voto di scarto, una legge che, di fatto, istituisce la pena di morte su base etnica, prevedendo la condanna soltanto per chi, non ebreo, ossia palestinese (o arabo), attenti all’esistenza dello Stato. Del sogno originario di Israele voluto dai primi sionisti, ossia uno Stato laico, socialista e democratico, oggi è messa a rischio l’esistenza. Per questo, per sperare che la democrazia israeliana possa guarire dai suoi mali, il primo passo è che col voto del prossimo 27 ottobre si liberi di Netanyahu e della vergognosa coalizione che lo sostiene.

In Europa, infine, aumentano i consensi delle destre, anche estreme. La democrazia potrebbe subire una regressione o le destre attuali si muovono comunque dentro il perimetro dei valori post 1945?
Per parlare dell’Europa dovremmo innanzitutto riconoscere che l’Unione europea è stata per così dire costruita alla rovescia: si è partiti dall’integrazione economica e finanziaria, convinti che quella politica sarebbe seguita in automatico, cosa che invece non è avvenuta. Per spiegare in che situazione ci troviamo oggi noi europei, è utile ricordare la tesi sostenuta da Neil Howe in un testo del 1997: “The Fourth Turning: An American Prophecy”. Howe sosteneva che i cicli della storia siano lunghi circa ottanta anni, e che, trascorso un simile lasso di tempo, razionalità e irrazionalità si diano il cambio, per il semplice motivo che viene meno la memoria del passato. In Europa oggi molti sono coloro che hanno dimenticato il passato, il prezzo pagato per combattere la tirannia nazifascista e riconquistare la propria libertà. Molti sono quelli che hanno dimenticato la Shoah e le decine di milioni di morti della Seconda guerra mondiale. In tal modo, oggi per molti la violenza è un’opzione praticabile, addirittura attraente. Per non contare i tantissimi disposti a sacrificare la propria libertà in cambio di una maggiore sicurezza. Per di più, questa richiesta non è spontanea, per così dire, ma alimentata dalle destre, che diffondono la narrazione per cui, ad esempio, l’Europa sarebbe assediata da immigrati, quasi tutti islamici. Un solo dato può servire a dimostrare quanto sia falsa questa narrazione: in Italia solo il 30% degli immigrati che si stabiliscono stabilmente da noi sono di religione islamica. Naturalmente, l’immigrazione è un fenomeno complicato, che deve essere governato, ma con saggezza, senza affidarsi alle ricette della destra estrema.
Il prossimo anno si voterà in molti Paesi, tra cui il nostro. Ipotizziamo che vinca di nuovo Giorgia Meloni, che Vannacci entri al governo e che nel 2029 Ignazio La Russa diventi presidente della Repubblica. A quel punto il fondamento costituzionale della nostra democrazia subirebbe cambiamenti?

Una maggioranza che veda al proprio interno la partecipazione del partito di Vannacci, magari assegnando a questo un ministero di peso, significherebbe come minimo contraddire tutto il percorso effettuato da Giorgia Meloni negli ultimi cinque anni. Di più: significherebbe far tornare il suo partito indietro di molti decenni, a prima della svolta di Gianfranco Fini a Fiuggi del 1994. Detto questo, aggiungo che non credo, neanche nel peggiore scenario, che Ignazio La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica. Piuttosto, credo che Alfredo Mantovano (l’attuale sottosegretario alla Presidenza del consiglio, n.d.r.) avrebbe buone chance di essere eletto qualora la destra dovesse vincere le prossime elezioni. In generale, una destra ancora più radicale di quella di oggi al governo potrebbe essere tentata di manomettere gli istituti democratici del nostro Paese. Ne abbiamo avuto una prova la scorsa primavera, quando è stato bocciato il referendum della giustizia. So per certo che molti liberali avrebbero votato a favore della riforma, ma hanno cambiato idea quando si sono accorti che Giorgia Meloni ne avrebbe dato una lettura organicistica, ossia avrebbe poi preteso che la magistratura, gli altri apparati dello Stato e l’intera la società civile si piegassero ai voleri del governo, sia pure camuffati sotto l’immagine della “Nazione”.
Ipotizziamo invece che a vincere sia la coppia Conte-Schlein con i loro alleati. In politica estera, verso l’Ucraina e verso Israele, il nostro Paese cambierebbe linea?

Se anche il centrosinistra riuscisse a vincere le prossime elezioni politiche, ipotesi che oggi non può essere esclusa, mi sembra molto difficile che possa riuscire a formare un governo in grado di resistere un’intera legislatura. Innanzitutto deve però riuscire a vincere. Questo potrebbe essere possibile replicando lo schema che ha portato alla vittoria del no al referendum sulla giustizia: un’alleanza larga che si formi per fronteggiare un pericolo antidemocratico, una sorta di CLN (Comitato di liberazione nazionale, che univa le forze antifasciste nell’ultima guerra, n.d.r.) del ventunesimo secolo. Poi però si tratterebbe di governare, e lì emergerebbero tutte le divisioni. Giuseppe Conte certo politicamente è più accorto di Elly Schlein, ma è un fatto che il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico siano divisi su molti punti, a partire dalla politica estera, soprattutto in riferimento alla guerra in Ucraina e a quella in Medio Oriente. Elly Schlein d’altro canto ha compreso la lezione del 2022, quando il centrosinistra si presentò diviso consegnando la vittoria a Giorgia Meloni, ma questo non le assicurerà la certezza di vincere anche le prossime elezioni, perché molte sono le contraddizioni sul tavolo. C’è infine un ultimo elemento di debolezza nel centrosinistra. Mentre a destra il peso del partito di Giorgia Meloni era così schiacciante sui suoi alleati che questi non hanno mai potuto davvero opporsi alla volontà della premier, il divario fra M5S e Pd è più risicato, il che potrebbe alimentare una rivalità fra i due partiti in grado di mettere in crisi l’intera alleanza.
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