Contro il “gazagenocidismo”

Michele Sarfatti ragiona su Riflessi dell’ondata di pregiudizio che colpisce (anche) l’ebraismo italiano

Secondo la tua percezione, a che punto è il livello di intolleranza verso gli ebrei oggi nel nostro paese?

Michele Sarfatti, storico (foto: Giliola Chiste)

È una domanda complicata. È molto difficile valutare le cose mentre stanno accadendo. Certo il livello di intolleranza contro gli ebrei è sensibilmente aumentato, ma non è chiaro se si tratti di un aumento effettivo, o se, per così dire, assistiamo a una maggiore accettabilità sociale dell’antisemitismo da sempre presente nelle nostre società, e quindi a una sua maggiore visibilità. Comunque, un dato appare chiaro: oggi la manifestazione di antisemitismo gode di una maggiore tolleranza.

Cosa intendi per accettabilità sociale?

Intendo che oggi si può pubblicamente parlare male degli ebrei. Certo, tale linguaggio è ancora filtrato e non è possibile utilizzarlo nei canali pubblici ufficiali; ma chi, anche come semplice privato cittadino, esprime il proprio odio e il proprio pregiudizio sente di poterlo fare non dico ottenendo sempre consenso, ma certo con maggiore facilità, potremmo dire con tranquillità. Né, pertanto, avverte il bisogno di nascondere o ammorbidire i propri sentimenti. Questo, tra l’altro, ha un effetto che va considerato: poter parlare male degli ebrei sui social, per le strade o mentre si è in fila al supermercato, espone quella porzione della popolazione italiana di identità ebraica, che magari è proprio lì vicino ed ascolta, a una ferita molto dolorosa.

Il disegno di legge contro l’antisemitismo presentato dalla maggioranza ha diviso l’opposizione, che si è spaccato al momento del voto. Secondo te è necessario un intervento normativo per contrastare l’antisemitismo? E il ddl va nella direzione giusta?

il parlamento italiano

L’intervento del legislatore può servire a mettere paletti, dei limiti generali, ma da solo non potrà mai portare un cambiamento dei comportamenti che si registrano nella vita reale. Ciò che servirebbe è piuttosto un intervento ad un altro livello.

A cosa pensi?

Penso al contributo di figure che godono nell’opinione pubblica di grande autorevolezza e stima, che indichi quali sono i limiti che non possono essere superati. Penso che il presidente della Repubblica potrebbe svolgere questo ruolo. E che potrebbero farlo anche tutti coloro che esercitano un ruolo istituzionale: i sindaci, o i presidenti di regione. Prendi il caso Carrai (il console onorario di Israele che non è stato confermato nel consiglio di amministrazione dell’ospedale pediatrico Meyer a Firenze, n.d.r.): senza entrare nel merito, il presidente di regione Toscana (Eugenio Giani, n.d.r.) avrebbe dovuto comunque dichiarare che gli insulti antisemiti subiti da Carrai sono inammissibili. Anche il Pontefice può avere un grande ruolo in questo senso. Anche se, mi sembra di comprendere che lo stesso Leone XIV deve muoversi con una certa cautela, forse perché consapevole dell’antigiudaismo ancora presente all’interno della Chiesa. Pio XI, nel 1938, affermò che l’antisemitismo è inammissibile. Morì poco dopo, e il suo monito rimase inascoltato, ma perlomeno fece sentire la sua voce. Insomma: non dico che un intervento legislativo non sia utile, ma da solo non basta se non è sostenuto un discorso pubblico che stabilisca con chiarezza quali limiti non possono essere valicati nell’esprimere il proprio pensiero.

Anche i leader politici dovrebbero essere coinvolti in questa opera di dissuasione?

Papa Leone XIV

Temo che gli esponenti politici siano troppo squalificati agli occhi dell’opinione pubblica, o comunque percepiti come figure che esprimono una posizione di parte, il che riduce la loro credibilità generale.

L’attuale ondata di antisemitismo viene principalmente legata alla risposta militare di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L’accusa è quella di star compiendo un genocidio ai danni dei palestinesi. In quanto storico, che valutazione dai di questa accusa?

Sul piano storico, l’accusa di genocidio mossa a Israele è la forma moderna dell’accusa di deicidio che per secoli fu lanciata contro gli ebrei. A dispetto dei dati oggettivi, nulla sembra scalfire la testardaggine con cui una parte del mondo accusa Israele di genocidio. In molti di questi casi l’accusa ha una radice più profonda: si contesta non solo lo Stato di Israele, si contesta Israele in quanto tale: il popolo e la religione. Il genocidio a Gaza è una bugia enorme, ripetuta a mo’ di cantilena da centinaia di migliaia di persone. Non c’è differenza tra un terrapiattista e un “gazagenocidarista”: in entrambi i casi ci troviamo di fronte a chi dà sfogo a cieche convinzioni, o a inconfessabili impulsi, senza accettare alcun ragionamento.

Eppure, ci sono figure autorevoli che sostengono proprio questo: Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e più in generale è il progetto sionista realizzato nel 1948 a contenere i germi di tale violenza. Pensa all’ultimo libro di Omer Bartov, tradotto anche in Italia.

Omer Bartov

Omer Bartov è stato un pregevolissimo storico della Shoah, ma non è stato mai considerato dalla comunità degli storici un esperto di genocidi. Su questo tema lui non ha una competenza specifica, e quello che scrive non ha molto valore sul piano dell’attendibilità storica. Anche se, in particolare nel nostro Paese, viene presentato come un esperto di genocidio. In Israele la grande maggioranza degli storici non è d’accordo con le sue tesi, ma questi non trovano in Italia editori interessati a far sentire le loro voci. C’è poi da considerare un altro aspetto, che riguarda gli ebrei in quanto tali.

Quale?

Gli ebrei, come gruppo sociale, non sono un monolite, né costituiscono un gruppo uniforme, intaccabile. Questo significa che di fronte a una pressione sociale così forte come quella antisemita che noi registriamo da tempo, una parte di loro, per così dire, cede. È una dinamica comprensibile, se vuoi perfettamente umana. Non tutti hanno la forza di resistere a questa pressione, può capitare che uno o più ebrei possano affermare che quello in corso sia un genocidio.

È innegabile però che la distruzione a Gaza sia ormai generalizzata. Inoltre, alcune dichiarazioni di esponenti del governo Netanyahu sembrano auspicare una decimazione di palestinesi. Infine, non possiamo ignorare anche le violenze quotidiane in Cisgiordania. Come giudicheresti l’azione intrapresa dal governo israeliano corso i palestinesi?

Certo la popolazione che più soffre in questo momento nell’area del Medio Oriente è quella palestinese. Che avrebbe bisogno e diritto ad uno Stato, oltreché ad essere sostenuta da organizzazioni politiche in grado di costruire uno Stato palestinese al fianco di quelli esistenti. Mi chiedi del governo Netanyahu. Ti rispondo che quello al governo oggi in Israele è un esecutivo di estrema destra, reazionario e intollerante, che si lascia andare e consente comportamenti brutali. Ma questa non è una caratteristica esclusiva di Israele. Nel mondo esistono decine di governi altrettanto reazionari e intolleranti. Che ciò che Israele fa a Gaza e in Cisgiordania provochi rabbia è del tutto comprensibile. Lo è meno il perché coloro che si indignano per Gaza si dimostrino pressoché indifferenti per tutto quel che succede altrove. Gli scontri nel Corno d’Africa, ad esempio, fra etiopi ed eritrei, non sono meno duri di quel che accade a Gaza. Nessuno ne sa nulla e nessuno se ne interessa. Forse perché nel Corno d’Africa non ci sono ebrei a scontrarsi. Ripeto: il comportamento dell’attuale governo israeliano è tremendo, ma non è diverso da quello di molti altri governi reazionari. Eppure, nessuno chiede di conoscere quale sia il trattamento riservato dalle autorità cinesi alla minoranza degli Uiguri, quale sia la politica demografica applicata nei loro confronti. Sappiamo che in Iran e in Afghanistan ci sono regimi terroristici, ma la cosa non sembra darci molto fastidio. Alla base di questa disparità di giudizio c’è anche un pregiudizio razzista: non ci si scandalizza per come la donna viene trattata in quei Paesi, o come vengono trattati gli omosessuali, perché si pensa che lì non ci si può aspettare lo stesso standard a cui noi siamo abituati.

Il prossimo anno in Italia si vota. La destra potrebbe vincere alleandosi con l’ala estrema di Vannacci, la sinistra potrebbe vincere e cambiare la politica estera del nostro Paese, anche in Medioriente. Cosa ti preoccupa di più?

Roberto Vannacci

Anche qui rispondere non è facile. Per quel che riguarda Vannacci, al momento ragioniamo soltanto su intenzioni di voto del tutto teoriche, che anche se venissero confermate darebbero al suo movimento la stessa percentuale che il Movimento sociale italiano raggiunse, agli inizi degli anni Settanta, nel momento di più alto consenso, senza che questo servisse al partito di Giorgio Almirante per andare al governo. Per quanto riguarda il suo giudizio su Israele e gli ebrei, Vannacci è stato finora molto scaltro e non ha mai fatto trapelare quel che pensa. Io credo che ancora per molto tempo si nasconderà dietro questo silenzio. Venendo al fronte opposto, innanzitutto non sono d’accordo che tutta l’opposizione sia di sinistra, perché il Movimento 5 stelle è una realtà composita, al cui interno c’è una parte progressista ma anche una reazionaria; del resto, il movimento ha dimostrato di essere piuttosto spregiudicato, riuscendo a governare sia con la destra che con la sinistra. C’è poi il Partito Democratico. Finora Elly Shlein non ha preso una chiara posizione rispetto alle pressioni, che pure esistono, all’interno del suo partito, e che vorrebbero sostenesse maggiormente il “gazagenocidismo”. Bisognerà dunque vedere fino a quando la segretaria del Partito Democratico riuscirà a reggere tali pressioni. Lasciami dire però qualcosa di più generale.

Prego.

ormai numerose, dopo il 7 ottobre, le manifestazioni contro Israele con slogan antisemiti. E in aumento i casi di antisemitismo

L’essere di sinistra in astratto non significa che sia impossibile essere antisemiti. Non c’è una vaccinazione che assicuri di sfuggire al pregiudizio contro gli ebrei, anche a sinistra. Personalmente, da persona progressista, come mi considero, ho deciso per esempio che non parteciperò alle primarie per la scelta del sindaco di Milano. Chi vi partecipa assume l’impegno morale e politico di votare poi chiunque ne sarà il vincitore, io non posso prendermi questo impegno se, come temo, fra i candidati alle primarie per il sindaco di Milano ci sarà anche chi diffonde l’ideologia “gazagenocidaria”.

Infine, allargando lo sguardo all’Europa (e, se vuoi, agli Usa di Trump): oggi rischiamo davvero una regressione delle nostre democrazie?

Il rischio c’è. Qualsiasi sia la forza politica che prevarrà in Europa nel prossimo futuro, oggi non possiamo essere certi che terrà una posizione ferma e radicale nel rifiutare il ritorno dell’antisemitismo. A parte, forse, la Germania, visto il suo passato. Nella coscienza civile degli altri Paesi europei tuttavia questa fermezza è molto più labile. Per questo sono moderatamente preoccupato. Perché, in generale, l’Unione europea da tempo sta dimostrando di non essere in grado di avere una capacità propulsiva nei confronti dei diritti di libertà, e conseguentemente non ha neppure una capacità attrattiva. Lo testimonia il recente voto in Islanda, contrario a riaprire le trattative per entrare in Europa.

È una lettura molto pessimista la tua.

Non è detto. Credo che nella storia si attraversino cicli diversi. Oggi viviamo una situazione in cui, invece che espandere i diritti e le libertà, dobbiamo difendere quelli che abbiamo conquistato e che ancora possiamo esercitare. Tornerà poi la stagione del cambiamento e del progresso, ma quella che viviamo oggi è una stagione diversa, in cui occorre resistere alla tentazione di chiudersi in sé stessi. Oggi dobbiamo difendere quello che abbiamo costruito dopo il 1945 e mettere in sicurezza ciò che abbiamo di più importante: i nostri diritti e le nostre libertà. Non è poco, come impegno per il prossimo futuro.

 

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