Yom Kippur e l’importanza di avere buoni maestri
Michael Ascoli ci introduce a Yom Kippur, in tempi difficili come quelli di oggi

Dal 7 ottobre 2023 niente è più come prima. Il dato empirico è noto a tutti, un’analisi accurata delle trasformazioni della società israeliana in seguito a quel tragico giorno è ancora lontana. Un cambiamento nettamente percepibile è quello del maggiore attaccamento religioso, o almeno di quella che dobbiamo definire come rivendicazione di simboli religiosi come affermazione identitaria, a livello di singolo e a livello di società: gli tzitziot, (le frange rituali poste dagli ebrei religiosi ai quattro angoli degli indumenti indossati, n.d.r.) sono assai più comuni e assai più sventolati, molti non altrimenti praticanti vogliono comunque mettere i tefillìn, e così via.
Questo fenomeno è così forte che, fra il serio e il faceto, c’è stato anche chi se ne è lamentato dicendo “finché essere datì, [ebrei religiosi, n.d.r.] era più facile, più andare contro-corrente, essere quello speciale, fuori dal comune; adesso invece la vera prova è accontentarsi di essere come gli altri”. Agli occhi di un rabbino, vi è qui una grande opportunità. I Maestri ci insegnano che si accoglie positivamente l’adempimento di una mitzwà perfino se eseguita non in nome del Cielo: l’abitudine porterà poi anche alla giusta intenzione. Come ogni opportunità, vi è anche un rischio associato: Moshè ruppe le tavole dopo il vitello d’oro proprio affinché non divenissero oggetto di culto. Cioè a dire: perfino un simbolo religioso ebraico può tramutarsi in idolatria. Questo ci porta direttamente al giorno di Kippur. Secondo la ricostruzione dei nostri Maestri la data del Kippur corrisponde a quella della discesa di Moshè dal monte Sinai con le seconde tavole, a perdono avvenuto. La colpa perdonata era quella di idolatria, dunque potremmo dire che Kippur è eminentemente un giorno di espiazione dei peccati commessi dall’uomo verso D-o. Il brano della Torà che leggiamo a shachrìt [al mattino, n.d.r.] del Giorno di Espiazione e la lunga descrizione del “sèder ‘avodà” (il servizio compiuto dal Sommo Sacerdote nel Bet haMiqdàsh) a musàf [terza delle cinque preghiere recitate a Kippur, n.d.r.] , rafforzano questa sensazione. I profeti prima, e i Maestri dopo, hanno però equilibrato questo peso con quello dei peccati commessi verso altre persone.

Citiamo alcuni versetti dalla haftarà [lettura di un brano dei Profeti (Nevi’im) che conclude la lettura pubblica della Bibbia, subito dopo quella del brano di Torah, n.d.r.] .della mattina: “È forse come questo il digiuno che prediligo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, cingersi di sacco e cospargersi di cenere, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che prediligo: sciogliere le catene di malvagità, liberare i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, nel vedere una persona nuda e vestirla, nel non trascurare i tuoi parenti?” (Is. 58:5-7). Se si fa attenzione alle parole della confessione dei peccati, si nota qualcosa di simile, ossia come la maggior parte delle colpe elencate attengano alla sfera sociale, al peccato commesso verso il prossimo.
In Israele come in diaspora, abbiamo bisogno di difendere con forza i nostri riti e le nostre pratiche religiose, soprattutto a fronte dei tanti attacchi che subiamo quotidianamente. Dobbiamo farlo con determinazione e senza ostentazione, come ben sappiamo dalle parole del profeta: “e procedere umilmente con il tuo D-o” (Michà 6:8).
Abbiamo un gran bisogno di Maestri che ci guidino e riequilibrino il peso, esponendoci le regole e i dettagli nell’ambito “sociale” a fianco a quelle dell’ambito “religioso”. Il versetto di Michà va letto nella sua interezza: “Uomo, ti è stato detto ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, procedere umilmente con il tuo D-o”. Una sola parte, nessuna delle due da sola, raggiunge l’obiettivo.
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