La “sukkà del Leviatano” tra pioggia, nemici ed età messianica

Massimo Giuliani ci accompagna alla prima festività del nuovo anno: Sukkott

Ramchal (1707-1746) in un’immagine idealizzata

Nel suo complesso trattato Derekh haShem Mosè Chayim Luzzatto [il Ramchal], [uno dei più grandi filosofi, cabalisti e poeti della storia ebraica, n.d.r.] che visse tra Padova e Amsterdam nella prima metà del XVIII secolo e morì in Galilea, descrive brevemente la festa di Sukkot associandola agli ‘anenè ha-kavod ossia le nuvole della gloria (divina, si intende). Scrive, nell’ebraico del suo tempo: «Durante la festa della sukkà e del lulav il Santo benedetto perimetra Israele con le nuvole della gloria». Quella delle nuvole è una metafora potente nella sua ambivalenza. Il Ramchal chiaramente cita qui la ben nota nuvola che accompagnò Israele nel deserto e che assurge a imago naturale della protezione divina (ripresa da Erri De Luca nel suo libro Una nuvola come tappeto, Milano, Feltrinelli, 1991). Ma usando il verbo perimetrare o mettere in un cerchio, intende dire che Israele è stato scelto e isolato dal resto delle nazioni, messo a parte, quasi “confinato” in una sfera di diversità che, in termini tradizionali, coincide con il codice della qedushà, della santità del suo stile di vita. A Sukkot questa separazione/santità in rapporto alle altre nazioni si fa evidente con molti simboli rituali: dal lulav (la lunga e rigida foglia di palma, n,d,r,), all’etrog (il cedro) da “agitare” multi-dimensionalmente nelle sei direzioni del mondo, dai sette giri attorno alla bimà (Il palco rialzato al centro della sinagoga da cui vengono guidate le preghiere, n.d.r.),  (detti haqafot, dal medesimo verbo usato dal Ramchal) alla stessa sukkà, la cui costruzione è avviata sin dall’uscita di Kippur.

Ma la nuvola è, meno misticamente, annuncio e condizione della pioggia, e più in generale dell’acqua, altro grande tema che caratterizza questa festa, chag, la Festa per antonomasia. Grazie al racconto nella Mishnà, sappiamo molto della processione che a Sukkot accompagnava le libagioni di acqua sull’altare del Tempio. Ma il nesso Sukkot-acqua è soprattutto quello della pioggia: infatti, cito da un sito Chabad: «A Sukkot veniamo giudicati riguardo alla quantità di pioggia che scenderà nell’anno a venire e a Hoshanà Rabbà [il settimo giorno della festa] la decisione viene sigillata». Dal giorno dopo, l’ottavo, Shminì ‘atzeret, si introduce nel servizio di mussaf la formula: “Colui che fa soffiare il vento e scendere la pioggia”. Il primo dei quattro capitoli del trattato talmudico di Ta‘anit è tutto dedicato al tema di quando e come si deve “ricordare” e “chiedere” la pioggia a Sukkot (ma scongiurando che piova prima del tempo dovuto, onde non rovinare il pellegrinaggio a Gerusalemme e/o il soggiorno nelle sukkot). L’espressione dei maestri è ghevurot gheshamim, alla lettera le potenze della pioggia, che l’edizione italiana traduce poeticamente come “i prodigi della pioggia”. È cronaca frequente, ahinoi, che tale acqua è ambigua: porta la vita ma anche la distrugge, come nel mito del diluvio universale; è benedizione ma può trasformarsi in catastrofe; è buona, ma solo se data a tempo debito e nelle giuste proporzioni. Nel Talmud leggiamo ancora che, secondo rabbi Abbàhu, «un giorno di pioggia è più grande del giorno della resurrezione dei morti, perché la resurrezione dei morti è solo per i giusti, mentre la pioggia cade e beneficia sia i giusti sia i malvagi» (Ta‘anit 7a). Qui la metafora si tinge di oscurità e cattivi presagi, come certe nuvole che portano una grandine capace di divellere interi raccolti (e siamo sempre nell’attualità). Per l’immaginario dei maestri si tratta dei nemici di Israele, che lo accerchiano e lo minacciano, volgendo in negativo – una sorta di contrappasso – la figura delle “nuvole della gloria”. Nel suo trattato il Ramchal scrive ancora: «A Sukkot la luce divina risplende su Israele e lo avvolge in modo tale che quando essi [gli ebrei] prendono il lulav [inteso come ramo di palma] e le altre specie [mirto, salice ed etrog] i loro nemici provano terrore di loro». Quella sukkà che noi apriamo ai sette grandi ospiti (gli ushpizin: da Abramo a Davide), a parenti e amici (ebrei e non ebrei), può diventare una specie di fortezza, un simbolo del necessario “serrare le fila” contro chi ci vuole male, ci assedia (in tutti i sensi) e non gradisce la nostra mano tesa. Anche questa è cronaca, non servono esemplificazioni. È il paradosso di questa festa: offriamo nel Tempio, simbolicamente, settanta tori per le nazioni, rimarcando l’universalità della Torà, ma al contempo sentiamo l’odio delle nazioni e il rifiuto ad essere considerati nazione noi stessi.

frutti di cedro

Nel midrash sul libro di Tehillim/Salmi si legge: «A Sukkot noi offriamo [nel Tempio] settanta tori per le settanta nazioni e preghiamo perché la pioggia scenda su di loro, e tuttavia, in risposta, esse ci odiano» (commento al versetto 4 del salmo 109). C’è dunque un legame dialettico, che questa festa custodisce come un mistero, tra la pioggia e l’odio dei nemici, tra l’universalità della Torà e la risposta delle nazioni in termini di incomprensione, ingratitudine e persino odio. Per il Ramchal il lulav è il simbolo dell’antidoto a quest’odio, quasi un amuleto protettivo (e nel XVIII secolo la prassi degli amuleti era molto rispettata nell’ebraismo). Tradotto può significare: non v’è miglior antidoto che l’unità dell’am Israel e la fedeltà alla tradizione nel fare cose che, dall’esterno, sembrano strane e non si capiscono. Ma ancor più emblematica è la sukkà stessa, simbolo sì della perenne precarietà della vita ebraica come della condizione umana – ricordata dalla lettura della meghillà di Qohelet – ma, secondo i maestri, anche paradigma dell’età messianica. Essi hanno creato l’immagine della “sukkà del leviatano”, il mitico mostro marino che incarna il male e le forze che minacciano Israele. Ebbene, la pelle del leviatano (le cui carni ittiche saranno servite alla fine dei tempi al banchetto dei giusti) servirà a coprire quella grande sukkà, non più fortezza o strumento di difesa ma luogo di accoglienza e condivisione, segno di vero shalom. Purtroppo questa non è ancora l’era messianica e i nemici esistono; ma ciò non ci esime dal ricordare e chiedere che la pioggia cada su tutti, come acqua benefica, tanto sui giusti quanto sui malvagi.

Leggi l’intero numero di Riflessi

Riflessi settembre-2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter