L’amore per Israele e l’attenzione alla persona è alla base dell’educazione del Gan Chaya

Sara Hazan da molti anni dirige una scuola per l’infanzia a piazza Bologna. A Riflessi spiega i  motivi che l’hanno spinta a questa scelta, e i principi cui si ispira la sua scuola

Signora Hazan, innanzitutto qualche informazione personale, se posso. Suo marito, rav Hazan, ci ha già raccontato di essere nato in Russia, mentre lei dall’accento non mi pare prevenire dall’est.

È vero, io sono nata negli Usa, sono cresciuta a New Haven, in Connecticut, poi ho studiato a Chicago, e infine a New York.

Occupandosi di bambini, immagino che avrà una certa esperienza…

qui e sotto: alcune immagini del Gan Chaya

Mio marito ed io abbiamo dieci figli. Di questi, Shalom vive a Roma, gli altri sono tutti negli Stati Uniti. I nostri nipoti sono più di venti. Lo scorso marzo, per i 70 anni di mio marito, siamo riusciti a riunirci quasi tutti insieme anche se, con questi numeri, diventa sempre più difficile farlo.

Parliamo del suo asilo, il Gan Haya. Perché ha scelto di chiamarlo così?

È un omaggio al nome della moglie di uno dei rabbi Lubavitch, Chaya Mushka.

Da quando esiste il Gan Chaya?

È nato nel 1989.

Sempre in zona piazza Bologna?

Sì, anche se abbiamo cambiato più volte sede, siamo sempre rimasti da queste parti.

Mi può descrivere lo staff dell’asilo?

Con me lavorano 10 morot, poi ci sono gli altri collaboratori in cucina, e una psicologa, che viene 3 volte a settimana.

Per quanti bambini?

Quest’anno i bambini sono stati circa cinquanta.

Che percorso scolastico curate?

Noi prendiamo i bambini da 1 anno e li accudiamo fino all’ingresso delle elementari, quindi siamo una scuola materna.

Immaginiamo che ci legga una coppia con un bambino che deve andare al nido: perché dovrebbe scegliere il Gan Haya?

Innanzitutto noi abbiamo tanti anni di esperienza sul campo, il che conta molto. E poi la nostra filosofia, organizzazione e modo di fare garantisce la massima attenzione al nostro obiettivo, ossia il bambino: noi infatti enfatizziamo molto lo sviluppo del carattere dei bambini.

Cosa intende?

Vede, è facile, per così dire, far imparare un bambino a leggere e scrivere, mentre invece è più difficile costruire un mattone sull’altro, cioè dare ai bambini la consapevolezza di quello che fa. Da noi, per esempio, i bambini imparano a mettere in ordine i giochi, e questo è già un modo per fare pre-matematica. E poi, con il nostro metodo, accompagniamo i bambini verso un processo di alfabetizzazione spontaneo, per cui al termine del percorso, per esempio, tutti sanno scrivere i loro nomi. Facciamo inoltre un altissimo lavoro di prevenzione. Se ci sono difficoltà emotive, motorie, linguistiche, dopo un periodo di osservazione, se è il caso, suggeriamo una valutazione da parte di tecnici esterni. I bambini così fanno così passi da gigante. Dopo essere venuti da noi, i ragazzi sono pronti al meglio per il ciclo successivo. Soprattutto, lavoriamo sul comportamento e sull’etica morale.

Cioè?

Enfatizziamo tantissimo l’ahavat Israel, l’amore per Israele, e il rispetto del prossimo come fondamento di ogni cosa che facciamo. Potrebbe risultare difficile insegnare a un bambino a non essere competitivo a scapito degli altri, eppure noi lo facciamo. I bambini del Gan sono altruisti, si riconoscono l’un l’altro, fanno squadra tra loro. Sono convinta infatti che per costruirsi una buona vita sociale bisogna lavorare proprio in questi anni: noi insegniamo agli adulti di domani a rispettare gli altri, e le regole. Da noi, i bambini da 1 a 6 anni sono aiutati a tirare fuori il meglio di sé. Per far questo, lavoriamo sull’autostima, perché se non si ha autostima, poi non si rispettano nemmeno gli altri. Infine, credo sia molto importante anche lavorare sulla frustrazione, purtroppo un sentimento che riguarda tutti, giovani e meno giovani; affrontare le difficoltà, imparare a gestirle, già in questa età ci dà poi ampie rassicurazioni che i bambini, domani, saranno adulti responsabili e sicuri di sé.

E per quanto riguarda l’educazione all’ identità ebraica, come operate?

È molto semplice: l’ebraismo non va insegnato, ma condiviso. Da noi tutto viene fatto con gioia e con gli esempi. La tefillà è cantata, i bambini sono coinvolti con gesti, azioni, canti. Molti genitori ci confermano che, ad esempio, durante il seder di Pesach, i loro figli sanno già fare qualche breve commento, imparato da noi.

Ormai a Roma esiste una robusta offerta scolastica per i bambini più piccoli della nostra comunità. Troppa offerta non rischia di produrre un indebolimento, in una comunità non proprio numerosissima?

Guardi, noi abbiamo iniziato l’asilo qui a piazza Bologna e non abbiamo mai voluto spostarci, anche se alcuni anni fa avremmo potuto trasferirci più in centro. Abbiamo deciso di restare qui in zona, perché qui, agli inizi, non c’era alcuna offerta educativa ebraica per i più piccoli, e il risultato era che o restavano a casa, o andavano in strutture non ebraiche. Per cui in realtà abbiamo riempito un vuoto. La nostra priorità è stata fin dal primo giorno era insegnare ai bambini in un ambiente ebraico.

Insegnate anche qualcosa sulla storia dei Lubavitch?

Non tantissimo, però quando c’è una giornata particolare una festa chassidica allora arrivano i nostri shlichim, che parlano di quel personaggio. Credo però che si tratti di essere capaci a trasmettere un’influenza più sottile. Il nostro modo di fare, sia con i bambini che con gli adulti, si basa sull’entusiasmo che ci ha trasmesso il Rebbe. È tutto molto spontaneo, e questo approccio è quello che ci guida sempre. Tutto il nostro modo di avvicinare e accettare le persone ci è stato insegnato dal Rebbe. Quindi tutto ciò che facciamo non è solo sotto la sua direzione come shluchim di chabad ma seguiamo gli insegnamenti che lui ci ha dato in tutti i campi. Ahavat Yisrael vuol dire amore per il prossimo….

Un’ultima domanda: con suo marito, in casa, si parla anche delle questioni dell’asilo?

Be’, se c’è una domanda halakica che ci poniamo, allora lui certo è chiamato a rispondere; in generale, mio marito si occupa più della parte ammnistrativa, mentre io mi occupo della parte educativa.

Leggi anche: il Gan Chayà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter