Aiuto alle comunità, giovani, welfare: così l’UCEI sostiene l’ebraismo italiano

Davide Romanin Jacur, assessore al bilancio, spiega come vengono utilizzate le risorse dell’UCEI, e come ci sia bisogno che tutte le comunità, a cominciare dalla più grande, si impegnino  per risucire a fare ancora meglio

Davide Romanin Jacur, innanzitutto, per i nostri lettori, qualche notizia personale: tu vieni dalla comunità di Padova.

l’antico ghetto di Padova

Vivo da sempre a Padova, cui sono molto legato. Per l’ebraismo, Padova ha due particolarità: la prima è la fondazione dell’Università. Da 800 anni qui sono accolti studenti ebrei. Questa è la ragione per cui vennero per secoli ebrei dagli estremi dell’Europa: Polonia, Lituania, Germania. Alcuni di questi si sono poi fermati, dando vita a una tradizione autorevole, espressa dai loro Responsa talmudici, validi per tutti il mondo ebraico. La seconda particolarità è che, all’inizio del 900, l’età dell’oro dell’ebraismo padovano, tutte le cariche pubbliche (elettive) erano in mani ebraiche: il deputato, il senatore, il sindaco, il presidente dell’ospedale, della camera di commercio, il rettore. Al vertice delle istituzioni c’erano solo ebrei; a parte il vescovo, s’intende… Per questo, quando ho ideato ed eseguito il museo, veramente molto particolare, gli ho assegnato il nome di “museo della Padova ebraica”: per evidenziare la profonda partecipazione ebraica alla vita della città.

Hai fatto riferimento alla tua esperienza di presidente di comunità.

Giacomo Levi-Civita (1843-1922), sindaco di Padova dal 1904 al 1910

Sì. Lo sono stato dal 2002 al 2017 – prima consigliere dal 1978 e vicepresidente operativo dall’84; poi mi sono dimesso perché mi ero reso conto che era troppo tempo che gestivo la comunità, e che era venuto il momento che qualcun altro si desse da fare.

E nella vita professionale, di che ti occupi?

Rispondo con piacere, anche perché so che qualcuno ha messo in giro la voce che io non avessi mai lavorato. Sono laureato ingegneria (poi ho frequentato anche architettura a Venezia), sono stato un libero professionista molto impegnato dal 1975 al 2017. Inoltre ho messo in piedi delle attività imprenditoriali diverse ed oggi svolgo una funzione manageriale operativa per varie società. Ma ho sempre lavorato tantissimo: per esempio oltre ai 39 anni in Comunità, per 13 anni ho diretto un Centro musicale; ho lavorato per l’Ordine degli ingegneri; organizzo i viaggi di studio ai campi di sterminio e poi ho scritto un paio di libri.

Che significa per un ebreo vivere in una piccola comunità?

l’ultimo libro scritto da Davide Romanin Jacur, “KZ”

Vuole dire sicuramente non avere i grandi vantaggi di essere una “piccola nazione”. Qui viviamo da pura minoranza, significa che non si può fare a meno di vivere con il resto della città, che non è possibile “isolarsi” solo dentro la comunità: questa si sforza si offrire tutti i servizi necessari per l’ebraismo, dalle funzioni religiose a quelle educative, dalla rappresentanza con le istituzioni e la scuola all’attenzione al territorio, ecc.

Da quanto tempo sei in UCEI?

Dal 2010 sono un consigliere Ucei, ma la frequento dal 2002. A lungo sono stato il coordinatore della commissione bilancio. Nel 2017, in occasione del preventivo 2018, c’è stato l’avvicendamento. Il preventivo presentato infatti ha rischiato di essere bocciato in Consiglio; questo comportò la necessità di elaborarne un altro, cosa che la commissione che coordinavo fece; dopo di che mi fu chiesto di coprire, fuori Giunta, il posto vacante di assessore al bilancio. Attualmente sono in Giunta ed ho anche la delega al personale e all’organizzazione.

Parliamo allora un po’ di numeri: quante risorse amministra l’UCEI? E lungo quali linee di attività le investe maggiormente?

La giunta UCEI (di cui fa parte anche rav Momigliano)

Il bilancio ha entrate pari a circa 7,5 milioni di euro; di questi, 4,6 arrivano dall’8 per mille. Per il resto: settecentomila euro arrivano dalle comunità (cui l’UCEI poi restituisce molto di più), ottocentomila euro dalla Claims, per essere interamente riversati ai beneficiari, quattrocentomila euro da rendite, il resto dalle attività istituzionali e dai contributi “conquistati”. Sottolineo che il 53% del nostro bilancio è una partita di giro, perché sono risorse che ridistribuiamo alle comunità, agli enti ebraici, ai singoli (come per la Claims). Il resto copre le spese di bilancio, le tasse, i costi vari dell’attività.

A proposito di patrimonio: che beni ha l’UCEI?

Il patrimonio netto è di circa 9,7 milioni di euro, le riserve e i fondi accantonati sommano 1,75 milioni di euro. Dal punto di vista immobiliare, oltre gli stabili istituzionali, UCEI ha 1 unità a Roma, e altre proprietà a Venezia, Pisa, Livorno, Firenze, Milano. Abbiamo iniziato negli ultimi anni un’operazione di riconversione su alcuni immobili che erano stati lasciati decadere e fornivano rendite irrisorie: senza investire liquidità, con il ricavato di qualche vendita si risistemano altre unità per rendere tutto redditizio. Soprattutto in tal modo si risolvono problemi decennali.

il centro bibliografico dell’UCEI, intitolato a Tullia Zevi

Quante persone lavorano in Ucei?

I dipendenti sono 26 unità, compresi i 5 giornalisti. Poi ci sono i collaboratori professionali, oltre 40 persone, tra quanti insegnano al Collegio Rabbinico e al Corso di Laurea, sono collegati alle attività discontinue con il MIUR (Ministero università e ricerca, n.d.a.) o progetti particolari, consulenti vari ecc. Le spese per il personale dipendente ammontano al 18% del bilancio.

La fonte di maggior gettito, come hai detto, è quella proveniente dall’8 per mille. Quanti sono gli italiani che ogni anno decidono di assegnare il loro aiuto all’ebraismo italiano?

Abbiamo toccato in passato una punta di oltre 80.000 firme; oggi siamo posizionati un po’ sotto i 60.000. Presumendo che siano 14-15.000 gli ebrei iscritti alle Comunità che esercitano la firma, vuol dire che mediamente ci sono almeno altri tre italiani che firmano per UCEI. Voglio inoltre ribadire che di quei 4,6 milioni di euro che arrivano dall’8 per mille, il 60% va subito alle comunità, il 5% agli enti, il 10% per i cosiddetti progetti strategici, decisi di anno in anno. Resta il 25%, che va a coprire i costi della struttura. Le ripartizioni sono frutto di un lavoro di molti anni per trovare un equilibrio giusto e condiviso. Vorrei poi chiarire altre due cose.

l’8 per mille è una risorsa preziosa per ogni comunità ebraica italiana

Prego.

Quando una grande comunità, come in passato Roma, si è lamentata di non ricevere risorse a sufficienza, dovrebbe riflettere che molti dei servizi offerti in quella realtà provengono da altri enti (penso ad esempio alla Deputazione, al Pitigliani, ad altre istituzioni – tra l’altro spesso finanziate separatamente anche dall’UCEI). Al contrario, nelle piccole realtà la comunità si occupa di tutto, spesso ha in carico vecchie sinagoghe e cimiteri da mantenere, perché non esistono altri Enti cui poter delegare: perciò è necessario che la ripartizione dell’8 per mille tenga conto di questa realtà e non si debba riferire solo a una proporzione con il numero degli iscritti (d’altra parte anche a livello di contribuzione attiva è la stessa cosa). Inoltre, a livello di gettito, pochi sanno che le comunità più piccole sono le più virtuose e quelle che lavorano meglio nel territorio, a differenza, purtroppo, di una comunità come Roma.

Roma non lavora per l’8 per mille?

(continua a pag. 2)

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