Andrzej Duda

La Polonia torna all’attenzione dei media per le reazioni internazionali a una legge che di fatto impedisce la restituzione agli ebrei vittime della Shoà e ai loro eredi la restituzione dei beni confiscati dai nazisti.

Riflessi ne ha parlato, poco prima della firma della legge da parte del presidente polacco Andrzej Duda, con Dota Szymborska*, giornalista polacca.

Per prima cosa vorrei chiederle un suo giudizio sulla legge in approvazione in questi giorni.

Questa è una domanda difficile, non sono un avvocato, ma leggo i giornali e parlo con i miei amici, ebrei e non ebrei. Credo che le modifiche alla legge stiano andando nella direzione sbagliata. La cosa peggiore per me è che purtroppo non si tratta di una questione di dibattito pubblico. Se ne parla troppo poco, o lo si dice in modo, a mio avviso, inappropriato. Mi preoccupa che qualcuno recepisca questi cambiamenti nella legge come un aiuto per i residenti delle case popolari prima della guerra. Questa è una grande sovra-interpretazione, è una mancanza di rispetto per la storia. Risponderò da studiosa di etica: questa è una mancanza di rispetto per la storia, poiché sappiamo che le nazioni che non ricordano la loro storia non fanno cose buone. E la storia in Polonia è ed è stata molto difficile. Difficile per tutti.

 

Ci sono a suo parere margini perché il presidente Duda torni sui suoi passi?

Penso che il presidente firmerà la nuova legge. Forse si prenderà un po’ di tempo, ma firmerà. A meno che potenziali sanzioni non lo convincano a porre il veto.

Secondo lei questa legge è nata per negare il coinvolgimento polacco nel genocidio ebraico, sulla scia della precedente legge sulla Shoà del 2018, oppure è segno di un nuovo, risorgente antisemitismo?

Sfortunatamente in Polonia c’è una tendenza crescente all’uso dell’“hate speech” (incitamento all’odio). Succede con molte minoranze e la minoranza ebraica non fa eccezione. Sta crescendo l’antisemitismo? Dalla fine della guerra al ’68 è un antisemitismo senza (quasi) ebrei.

Al contrario di altri Paesi come la Germania, il regime comunista ha evitato di fare i conti con la tragica storia della Seconda Guerra Mondiale e solo dopo il 1989 si è cominciato in Polonia ad approfondire la ricerca storica. Crede che questo stacco temporale sia stato negativo e responsabile di quanto sta accadendo?

Un mio amico lavora all’Institute of National Remembrance, dove si dà grande enfasi a plasmare un discorso nuovo, non a coltivare la memoria. Certamente il Comunismo non ha fatto niente di buono in Polonia. Penso che ci siano ancora molte ferite aperte. Stiamo solo imparando a conoscere il trauma tramandato di generazione in generazione. Da un punto di vista di etica, vedo molti problemi di memoria collettiva e di accettazione della storia. Penso che l’incitamento all’odio stia diventando un problema sempre più grande, sta succedendo qui e adesso e questo mi preoccupa e mi angoscia molto.

Oggi la comunità ebraica polacca, decimata dalla Shoà, sta crescendo. Può descriverci le caratteristiche degli ebrei polacchi oggi?

In Polonia si usa difficilmente la parola “ebreo” e questo perché “ebreo” è percepita come una brutta parola, un insulto. Mi sembra che i tempi siano maturi per una società dove si può essere ebrei non credenti. Abbiamo già una sinagoga conservative e una reforme a Varsavia, stanno succedendo belle cose.

Allo stesso tempo, andando a una riunione di Limmud (movimento sociale ebraico i cui membri lavorano per lo sviluppo della comunità ebraica in decine di paesi al mondo) so già che incontrerò degli amici, quindi le persone non lasciano la comunità. È così: attività durante gli studi, poi una pausa per mettere su famiglia e tornare quando nascono i bambini.

Come vive il suo ebraismo a Varsavia?

Parlerò dei miei interessi, il Maccabi Varsavia. Ci sono diverse sezioni sportive, una settimana fa in quattro correvamo in maglietta con la stella di David. Era importante perché era la “Corsa per la rivolta di Varsavia”, e avevamo il logo Maccabi e la stella di David – abbiamo mostrato che anche gli ebrei hanno combattuto nella rivolta, che si sentivano polacchi, che sono morti come gli altri residenti di Varsavia.

La Polonia è una delle culle dell’ebraismo europeo e della spiritualità ebraica. I fratelli Singer, o rav Shapiro, ad esempio, venivano da qui. Eppure è anche un paese dove l’antisemitismo è sempre stato forte. Per quali ragioni, a suo avviso?

Penso che l’antisemitismo abbia molte fonti. In Polonia c’erano comunità chiuse, strane, a volte ricche, a volte povere. La necessità di un capro espiatorio c’è e c’è stata in ogni società.

Quanto ha contato la Chiesa cattolica in questa pregiudizio?

Quando ero al college, ero molto attiva in materia di dialogo interreligioso. Ho incontrato molti sacerdoti che stimo molto e con i quali sono in contatto. Penso di essere stato molto fortunata ad aver conosciuto persone illuminate, purtroppo non tutte sono così. Radio Maryja, che opera in Polonia, diffonde tante sciocchezze dannose su ebrei e minoranze, contraddicendo il valore cattolico. La radio è ascoltata dagli anziani che ne sostengono generosamente le attività. Penso che le generazioni più giovani siano più tolleranti, ci voglio davvero credere. Di certo non esiste un’istruzione affidabile. Pertanto, credo che l’etica e la filosofia siano materie molto importanti nella scuola, aprono la mente.

È possibile invertire questa tendenza? E come?

Non lo so. Penso che con una discussione aperta, incontri … credo in Platone, il potere del dialogo.

* Dota Szymborska, vive e lavora come giornalista a Varsavia. Ha una laurea Magistrale in Filosofia e Sociologia, ha insegnato all’Università di Varsavia (Studi di genere), è specializzata in ricerca sociale presso l’Accademia delle scienze polacca e diplomata presso l’IISL (Paesi Baschi, Spagna). Relatore TEDx – “I passeggeri dell’IA”. Dottoranda presso UMCS (Lublino, Polonia). La sua tesi si occupa di questioni etiche del processo decisionale in automobili senza conducente. È triatleta, maratoneta e food writer e blogger nel tempo libero. Membro del Maccabi Varsavia, ex capo ufficio dell’Unione polacca degli studenti ebrei.

 

Foto di Andrzej Duda: copyright by World Economic Forum / Valeriano Di Domenico

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3 risposte

  1. Nella terza risposta….La guerra del 68…non esiste..
    La guerra dei 6 giorni 1967..ha prodotto nei paesi dell Est forti rigurgiti antisemiti..come in guerra Libano 82 e 84.

    Attenzione alle date.
    Grazie

  2. La guerra del 1967 e le due guerre del Libano hanno dato la stura alla peggiore propaganda anti-israeliana ed antisemita; questa propaganda ha attecchito facilmente nei paesi governati da partiti comunisti (i “paesi dell’Est”), grazie alla massiccia influenza – senza possibilità di contraddittorio – della propaganda sovietica, e grazie al tradizionale, storico antisemitismo di quei paesi. Per quella propaganda Israele è sempre stato l’aggressore, anche quando si è difeso da un attacco dichiarato ed imminente (1967), o quando ha reagito ad anni di incursioni terroristiche lanciate da oltre frontiera (il Libano). Perfino la guerra del 1973, quando Israele è stato attaccato di sorpresa nel giorno di Yom Kippur da Egitto e Siria, è diventata in quella propaganda una “aggressione israeliana”, dopo che Israele è riuscito a capovolgere le sorti del conflitto ed a conseguire una chiara vittoria. Questo è il contesto storico in cui occorre vedere la Polonia di oggi.

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