Ricordo la caccia all’oro, la fuga, l’attesa per chi non tornò più

Lello Anav racconta la guerra e l’occupazione nazifascista, vissuta con gli occhi di un ragazzino di 11 anni.

Lello, quanti anni avevi nel 1943?

Sono a nato nel luglio del 1932, in quell’ottobre del 1943 avevo dunque 11 anni.

Che ti ricordi dell’occupazione nazista?

Ricordo perfettamente la vicenda dell’oro, o meglio, ricordo come venne vissuta nella mia famiglia. Andò così: vennero a casa mio padre e mio nonno – a quel tempo abitavamo tutti insieme col nonno e gli zii – dicendo che bisognava trovare l’oro, perché altrimenti i tedeschi avrebbero portato via gli uomini. La cifra di 50 kg ci sembrò enorme. Ad ogni modo, si prese l’oro che c’era in casa, e si portò in Comunità. Andai anche io, e ricordo un tavolo con dietro sedute 2 o 3 persone; sul tavolo c’era una bilancia. Uno pesava l’oro, e un altro rilasciava una ricevuta.

E della razzia del 16 ottobre?

San Martino al Cimino

Noi riuscimmo a salvarci per una circostanza fortunata. Subito dopo la vicenda dell’oro, venne infatti da noi una signora che abitava a un piano sotto. Ci disse che aveva il fratello al Ministero degli Interni, e aveva saputo che i tedeschi avrebbero fatto una retata, per cui ci consigliò si scappare.  Mia madre, ne parlò con mio padre, ed egli si rivolse al signor Corbò, z.l. che abitava al piano di sopra. Tra le nostre famiglie non c’era molta familiarità, ci conoscevamo appena, ma lui ci offrì la soluzione. Ci offrì di accompagnarci a San Martino al Cimino, dove ogni anno la sua famiglia passava la villeggiatura. Così andammo: i miei genitori, io e i miei fratelli, Marco e Mirella. Mio nonno e i miei zii trovarono una sistemazione altrove.

Come vi trovaste in paese?

una faggetta dei monti Cimini

Arrivammo, credo, alla fine si settembre, o agli inizi di ottobre. Prendemmo in affitto una villetta nel bosco, mentre nella pensione del paese scoprimmo esserci l’avvocato Giorgio Zevi con la moglie Marcella Luzzatto e i figli, Vladi e Fausto. Gli Zevi erano amici del signor Corbò.  Durante il giorno andavamo in paese, oppure andavamo a cercare funghi nei boschi; ricordo che Giggetto e Consalva (i guardiani della villa che abitavano sotto a noi) la sera ci invitavano a mangiare le castagne che cuocevano nel camino della loro casetta. Cominciava a far freddo. Poi qualcosa cambiò.

Cosa accadde?

Mi ricordo che l’avvocato Zevi ebbe sentore di qualcosa, forse un pericolo imminente, e chiese ai miei genitori di essere ospitato nella nostra villetta insieme al figlio Vladi; i miei acconsentirono.  In effetti dopo pochi giorni, verso le 6 di mattina, sentimmo delle grida che ci avvisavano dell’arrivo dei tedeschi. Mio padre, l’avvocato Zevi e il figlio Vladi scapparono per i boschi; a casa restammo solo io mia madre e i miei fratelli. I tedeschi, ci dissero, erano in cerca di paracadutisti inglesi. Verso le 9 di mattina arrivarono anche da noi, rovistarono in casa, ma non presero nulla, neppure il denaro custodito dagli Zevi in un cassetto. Ricordo l’immagine di una contadina che consolava mia madre, in lacrime. Purtroppo, dopo alcune ore arrivò la notizia che mio padre con l’avv.  Zevi e Vladi erano stati presi. Noi andammo giù in fondo al paese – San Martino al Cimino infatti si sviluppa tutto in pendio –, dove erano stati radunati i rastrellati, cioè una ventina di uomini. Erano tenuti in ostaggio, per sottoporli a eventuale rappresaglia nel caso che i tedeschi fossero stati attaccati durante la loro perlustrazione nei boschi. Ricordo mio padre e gli altri con le spalle contro un muro, e i tedeschi che li sorvegliavano con i fucili spianati; quella è un’immagine che non dimenticherò mai. Fortunatamente non ci fu nessun incidente, e così rilasciarono prima Vladi, che era solo un ragazzo, e poi Zevi, perché era un uomo anziano. Mio padre invece lo tennero lì per qualche ora, mentre mia Madre e mia sorella Mirella (che aveva 5 anni) imploravano un ufficiale, perché lo lasciassero andare. La sua liberazione e il ritorno a casa fu di una gioia indescrivibile. dopo la paura vissuta per tutto il giorno.

E a quel punto, che faceste?

Tieni conto che noi non avevamo documenti falsi, e non li avemmo mai, neanche in seguito. Così, dopo qualche giorno, ci arrivò un altro avvertimento. Un uomo del paese, un cieco, parlò a mio padre; ora non ricordo cosa gli disse esattamente, ma il risultato fu che mio padre comprese che in paese tutti sapevano che noi eravamo ebrei, e che perciò non potevamo più sentirci al sicuro.

Cosa decise di fare tuo padre?

rastrellamenti nazisti a Roma

Scappammo di nuovo. Non ricordo perfettamente il susseguirsi degli eventi ma ricordo che Rosetta, la figlia del Podestà del paese, ci invitò a dormire a casa del padre. Era una casa in fondo al paese, vicina al muro dove avevano tenuto gli ostaggi, molto grande e nella quale non c’era nessuno. Ci restammo, credo, 2-3 giorni; mio padre infatti aveva deciso di partire lui solo per Roma, per vedere quale era la situazione e prendere altri provvedimenti.

Che periodo era?

Sicuramente eravamo a ridosso del 16 ottobre. In effetti mio padre tornò presto, credo la sera del giorno dopo che era partito. Quando di sera tornò disse a mia madre queste parole: “Sembra che le donne e i bambini li rilasciano”. Mia madre, ovviamente affranta, chiese spiegazioni, e allora egli disse che i miei nonni (materni) Angelo Di Castro e Debora Perugia, il 16 ottobre erano stati catturati. Per questo credo che mio padre andò a Roma proprio attorno al 16 ottobre, e che ritornò da noi il giorno dopo, al massimo il 18 ottobre.

E voi che faceste a quel punto?

Mio padre aveva contattato a Roma un amico di infanzia, Peppino Costanzi, il quale gli aveva detto che era disposto a ospitarci in casa sua. Così ci preparammo, raggiungemmo Viterbo (distante 5- 6- km) con mezzi di fortuna, e da lì, col treno, tornammo a Roma. Scendemmo alla Stazione Trionfale. Ricordo che da lì a Via delle Medaglie d’oro, dove saremmo stati ospitati, ci arrivammo a piedi, con le nostre valigie trasportate a mano.

Come viveste nei mesi successivi?

la Casina dei Vallati, sede della Fondazione museo della Shoah di Roma

Restammo in casa di zio Peppino e zia Elena (li chiamavamo zii) per i nove mesi dell’occupazione nazifascista, fino all’arrivo degli americani. In quei nove mesi vivemmo tutti assieme in un appartamento di 35, al massimo 40 metri quadrati, composto da una piccola sala da pranzo, una camera da letto, un bagnetto e un cucinino che dava su una piccola terrazza, dove c’era Anacleto (un galletto che stavano allevando). I Costanzi erano in 4, (avendo 2 figli piccoli) e si riunirono a dormire nell’unica stanza da letto; noi eravamo in cinque e la sera spostavamo il tavolo da pranzo fin sotto la finestra e tiravamo giù due reti per formare un grande letto sul quale dormivamo tutti e cinque insieme. Davanti alla casa c’era un comando tedesco. In quei mesi papà, io e mio fratello Marco, uscivamo la mattina per andare nella campagna circostante (a quel tempo la zona della Balduina era tutta campagna) a cercare uova, verdure e latte, nelle fattorie vicine. Ricordo che in quel tempo fui preso da una forte crisi nervosa, perché tornando dalle fattorie e percorrendo le stradette sterrate, stavo attento a non calpestare le foglie cadute dagli alberi e molte le mettevo ai lati della strada; le foglie mi sembravano gli ebrei che erano stati deportati, e quindi non volevo calpestarle. Rimanevo così sempre indietro a mio padre e mio fratello, che mi chiamavano ripetutamente.

Che ne fu dei tuoi nonni?

Non avemmo più notizie di loro. Dopo la liberazione, all’inizio si sperava che potessero tornare, anche se mia madre era la meno fiduciosa, perché i nonni erano già piuttosto anziani. Sapemmo dopo che entrambi erano stati uccisi all’arrivo ad Auschwitz.

Qual è il tuo ultimo ricordo di quel periodo?

È una poesia. La composi quando stavamo da zio Peppino e zia Elena; avevo undici anni e mezzo e ancora me la ricordo.

Me la dici, per favore?

Eccola:

il 25 luglio bandiere sventolavano, grida sussultavano.

Il duce era abbattuto, la libertà venia.

Fragrante era quell’epoca, ma l’era si spegnea

in una selva nera.

Da un armistizio fatto, qui venne lo stranier in un sol atto.

E dai tedeschi odiati, 50 chili d’oro ci vennero levati.

Ma non con questo finì il fatto nostro,

perché il gran nemico

ci venne ancora addosso.

Donne, bambini e vecchi trasportarono via,

in una terra che non si sa doe sia.

E noi aspettando qui i nostri Amici

passano i giorni, le settimane e i mesi.

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