L’Iran e la Cisgiordania crocevia morale dell’Europa e di Israele

Intervista a rav Michael Ascoli

Michael, nel momento in cui parliamo è in piedi una tregua, molto fragile, tra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, mentre sembra che anche in Libano il conflitto possa interrompersi per via dei colloqui diretti tra Israele e il governo libanese a Washington. Vorrei chiederti innanzitutto come hai vissuto questi giorni di guerra con l’Iran.

rav Michael Ascoli

Sembra strano dirlo, ma in Israele si cerca di vivere comunque la propria quotidianità, senza drammatizzare i fatti più di quel che già non siano. In queste settimane ci siamo organizzati potendo lavorare per lo più da casa e con il grande sollievo di non avere nostri figli in missione in questo periodo. Per il resto abbiamo semplicemente cercato di ridurre tutti i rischi che la guerra ha prodotto.

Puoi spiegarmi cosa significa ridurre i rischi? Per esempio: si esce per fare la spesa, andare in un locale, incontrare degli amici? Si può andare al cinema o al teatro, con il rischio di continui allarmi aerei?

Ormai possiamo dire di avere un po’ di esperienza nel gestire le situazioni di emergenza. Il lavoro, per quanto possibile, si svolge da remoto, ad eccezione dei lavori essenziali che vanno fatti sul posto. Per quel che riguarda le relazioni sociali, ciascuno decide che rischi vuole assumere. Non c’è mai stato un divieto assoluto di uscire, un coprifuoco. Per gli esercizi commerciali ci sono sempre le disposizioni delle autorità: è dipeso dai giorni, dalle zone. Nell’ambito di queste regole, ciascun esercente ha deciso a seconda delle circostanze. Naturalmente i servizi essenziali sono sempre rimasti aperti, seppure con limitazioni. Soprattutto abbiamo cercato di tenere alto il morale, e non è stato sempre facile. Ci sono stati inoltre due fattori che hanno influito negativamente: il primo è che, soprattutto all’inizio del conflitto, davvero abbiamo tutti sperato che questa guerra portasse alla liberazione del popolo iraniano da una dittatura feroce. Al momento, invece, queste nostre speranze sono state deluse, anche se ancora non abbandonate. Il secondo motivo che personalmente ha prodotto un profondo scoraggiamento è stato vedere come, ancora una volta, l’Europa che si riempie la bocca di pace, assiste in silenzio e con indifferenza alla morte di decine di migliaia di giovani iraniani. Anzi. Si nota ampiamente il tono anti americano, che sembra essere a volte più acceso del giudizio sulla dittatura iraniana. Mi ha colpito, tra le varie cose che ho letto in questo periodo, il post della giornalista di origini albanesi, Anita Likmeta, che traduce la presunta superiorità morale dell’Europa come un alibi per restare fermi e inerti. Oggi l’Europa è ferma e inerte, lo è stata anche di fronte alle stragi della dittatura iraniana.

le proteste sociali in Iran in corso da anni sono duramente represse dal regime teocratico. Lo scorso gennaio si stimano oltre 30.000 vittime, sopratutto giovani

Cosa avrebbe dovuto fare l’Unione europea? Combattere una guerra di cui non era stata neppure informata? Lanciarsi a sostegno degli Stati Uniti, che con l’attuale presidente dimostrano di non volere alcun rapporto paritario con gli europei? Entrare in un conflitto che, dopo oltre trenta giorni, non solo non ha prodotto un cambio di regime, ma rischia addirittura di rafforzare quella dittatura?

Non sono certo un esperto di geopolitica. Forse, se anche gli europei avessero dato un supporto logistico agli Stati Uniti e ad Israele, anche questo sarebbe stato un aiuto. Quando parlo di bassezza morale dell’Europa mi riferisco però soprattutto al comportamento tenuto a gennaio, quando, ormai molte fonti lo confermano, decine di migliaia di iraniani sono stati uccisi in poche ore dal regime degli ayatollah. Non c’è stato un solo Paese europeo che abbia perlomeno richiamato il proprio ambasciatore, non si è fatto nulla. In quell’occasione l’Europa sul piano morale ha espresso il massimo della propria decadenza, tradendo la propria tradizione culturale ed etica. In particolare, mi pare che l’Italia sia il secondo partner commerciale europeo con questo Paese è (n.d.r.: dopo la Germania, l’Italia è il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione Europea, con il 15,6% del totale, importando merci per circa 32 milioni di euro ed esportandone per 447 milioni), con cui si sono fatti affari e si continuano a fare affari anche mentre la dittatura uccide chi protesta. E guarda che questo è un pensiero che ho non da cittadino israeliano, ma da cittadino europeo. Da israeliano, mi limito a constatare la totale irrilevanza dell’Europa, visto che è stata scavalcata anche dal Pakistan nell’ospitare i colloqui per un cessate il fuoco duraturo.

Il Pakistan probabilmente svolge un ruolo di mediatore su incarico della Cina.

Ecco, possiamo dire allora che gli europei preferiscono guardare alla Cina piuttosto che agli Stati Uniti.

Resta il fatto che attualmente siamo nel pieno di una tregua che non lascia immaginare i suoi sviluppi. Con che aspettative in Israele vedete trascorrere questi giorni?

colloqui per una tregua tra Israele e Libano, a Washington

La realtà è che non sappiamo cosa pensare. Sarei comunque cauto nel dare un giudizio di queste settimane di guerra. Credo che ancora non si possa dire con certezza né che gli Stati Uniti abbiano perso, né conseguentemente che l’Iran ne sia uscito vincitore. Lo stesso per i colloqui svolti in Pakistan. Al momento sembra non esserci alcun risultato, ma credo sia ancora troppo presto per dare un giudizio. Forse la guerra ricomincerà, o magari no. La speranza che il regime venga rovesciato è certamente più bassa, spero almeno che in Libano le trattative portino a risultati migliori. Rappresentano comunque una novità importante! Speriamo non ci siano ulteriori ostacoli a questo risultato, oltre, ovviamente, al ruolo di Hezbollah.

Chi potrebbe opporsi a una pace fra Israele e il Libano?

Non è chiaro quale sia la posizione dei Paesi arabi al riguardo, così come anche quella di Cina e Russia.

Allargando ancora lo sguardo, c’è da dire che Israele dal 7 ottobre 2023 ha combattuto molte guerre, praticamente senza mai uscire da una condizione di estrema emergenza. Vorrei chiederti con quale animo si affronta un periodo così lungo di incertezza, di stress e anche di lutto per un intero Paese.

l’Assemblea generale ONU

Qui in Israele viviamo con sentimenti contrastanti. Certamente è cresciuta la solidarietà, e anche la fierezza di un popolo che non si arrende ai suoi tanti nemici. Siamo ancora, a di-spetto di tutto, fra i Paesi più felici al mondo. Ma dobbiamo anche riconoscere che è aumentato un logoramento generale delle nostre vite. Israele è un paese stanco, fiaccato anche da lotte interne, incattivito da ciò che ha subito il 7 ottobre. L’attacco di Hamas ha lasciato un segno molto profondo, soprattutto ci ha lasciato la consapevolezza che il mondo è stato ca-pace di dimenticare in fretta le responsabilità di Hamas e di riversare le sue critiche su Israele, la vittima dell’attacco del 7 ottobre, che ha osato reagire. È un dato indubbio l’aumento dell’antisemitismo mondiale. La credibilità delle istituzioni internazionali, poi, è praticamente azzerata, si pensi come ultimo esempio che solo pochi giorni fa Il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite ha nominato Teheran al Comitato per la programmazione e il coordinamento, l’organo che decide le politiche globali sui diritti delle donne e sulla lotta al terrorismo. Oggi Israele è tremendamente sfiduciato nei confronti della comunità internazionale, e spera soltanto che l’azione del presidente Trump possa produrre risultati utili al nuovo equilibrio.

Come giudica Israele l’azione di Trump in Medio Oriente?

Il Board of Peace è l’organismo “inventato” da Trump che dovrebbe realizzare la ricostruzione di Gaza

Trump, anche se a molti può non piacere, è l’unico oggi che sembra voler intervenire in Medio Oriente per trovare un nuovo equilibrio. E sono convinto che la stessa risposta te la darebbero anche molti esuli iraniani. Non mi piace nulla del suo atteggiamento, ma almeno lui può darti la speranza che qualcosa possa cambiare, anche se sappiamo che si muove per propri interessi. Guarda i colloqui con il Libano: è grazie agli Stati Uniti che per la prima volta dopo molti decenni Israele e Libano sono tornati a parlarsi.

A Gaza però le cose non sembrano migliorare.

Il conflitto lì è latente, certo non è superato. Per ora tutte le nostre attenzioni sono concentrate in Libano e in Iran, ma sappiamo che a Gaza le questioni non sono risolte.

Accennavi alle tensioni interne al Paese. A cosa ti riferisci?

qui e sotto: violenze dei coloni in Cisgiordania

Se ci concentriamo su Israele, e credo che dovremmo farlo, dobbiamo riconoscere di trovarci davanti a una situazione triste e grave. Israele combatte una guerra esistenziale in Giudea e Samaria, ossia in Cisgiordania. Lì dobbiamo prendere atto che da tempo terroristi ebrei, con il beneplacito della polizia, dell’esercito e del governo, commettono violenze quotidiane contro i palestinesi. Oggi in quella terra ci sono ebrei che operano con l’obiettivo di realizzare una vera pulizia etnica. In quella terra si mette in gioco il diritto morale di Israele ad abitare la Terra. Al momento stiamo fallendo questa guerra e le forze razziste dentro Israele stanno prevalendo. Dalla società civile in pochi protestano, pochi sono i rabbini che condannano queste azioni, molti israeliani rimuovono il problema, per non parlare poi di quanti sostengono questa violenza. La società israeliana oggi preferisce non parlare della Cisgiordania mentre le frange estreme avanzano. Credo che qui ci sia una responsabilità anche del mondo ebraico diasporico.

A chi ti riferisci?

A chi potrebbe denunciare questa situazione e non lo fa. Nel mondo della diaspora si parla troppo poco di quel che accade in Cisgiordania. Credo che le istituzioni ebraiche e rabbiniche dovrebbero essere più chiare e più decise. Anche in Italia.

E per quanto riguarda Netanyahu? Che giudizio ne dà il Paese?

Lo scopriremo presto. Sicuramente c’è una grossa fetta del paese, vedremo quanto ampia, disposta a rieleggerlo. All’opposto ci sono tutti gli altri, che ne danno un giudizio estremamente negativo. Io personalmente sono molto contrario alla sua politica, per tante ragioni. Una di queste è la situazione in Cisgiordania che ho descritto. Dietro le violenze ebraiche c’è il sostegno del governo e di Netanyahu, nulla accade senza che lui non voglia.

Infine, vorrei chiederti un giudizio sulla legge che introduce la pena di morte nei territori della Cisgiordania. In questo numero ne parliamo sul piano tecnico con il giurista Michael Sierra, ma a te, rabbino, vorrei chiedere un parere da una prospettiva diversa.

Israele in passato ha applicato la pena di morte al gerarca nazista Adolf Eichmann, e lo ha fatto attraverso un processo c he ha garantito i diritti della difesa. In questo caso invece ci troviamo in una situazione diversa. Innanzitutto la legge è passata con 62 voti su 120 del Parlamento israeliano. Con un solo astenuto della maggioranza e ovviamente con il voto del primo ministro. Per cui direi che anche questa è una legge del governo di Netanyahu. Mi chiedi un giudizio generale, io individuo due problemi etici. Il primo è che questa legge è espressione di un desiderio diffuso di vendetta, in ebraico nekamà. Questa parola oggi in Israele si sente dappertutto, è stata sdoganata e anzi assurta a valore. Sono molti i rabbini, i politici e la gente comune che la pronunciano. In Cisgiordania le azioni più violente vengono realizzate in nome della vendetta. Il secondo problema è che a sostenere questa legge sulla pena di morte, come le violenze in Cisgiordania, sono persone che mostrano una volontà di violenza senza tentennamenti. Li possiamo riconoscere da un simbolo che ostentano e che ha sostituito il fiocco giallo con cui per due anni abbiamo chiesto il ritorno a casa degli ostaggi rapiti da Hamas. Al posto del fiocco giallo ora indossano un cappio giallo. Il messaggio simbolico è inequivocabile. Per costoro non c’è spazio per alcuna mediazione, sono disposti a pagare qualsiasi prezzo per realizzare la loro vendetta. Vogliono dire: “Noi non siamo quelli a favore degli ostaggi, deboli e perdenti, disposti a trattative per riportarli a casa, magari vivi! Noi siamo quelli duri, che vanno fino in fondo, che vogliono vedere il nemico appeso a qualsiasi prezzo, anche di molti morti da parte nostra”. Nessuna trattativa, nessun indugio. Eliminazione totale del nemico.  Questo è il dramma che oggi si vive in Israele. Anche se la legge sulla pena di morte venisse annullata dalla Corte Suprema, non saremo usciti dalla gravità morale del momento che stiamo vivendo.

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