La memoria, elemento fondamentale del futuro, è una delle basi dell’Associazione Antonio Cotogni, dedicata alla musica e al potere della vocalità, di cui è anima, fondatrice e presidente Rosa Rodriguez. L’associazione celebra ogni anno il 24 marzo, giorno in cui avvennero l’eccidio delle Fosse Ardeatine nel 1944 e il golpe in Argentina del 1976.

Rosa è argentina e quel golpe ha segnato per sempre la sua vita, il suo impegno di artista e i suoi affetti. Anche se è in Italia dal 1980, anche se ha la voce di una cantante che ben sa scandire, interpretare e dare significato alle parole, mantiene ancora il morbido accento sudamericano. Mentre parlo con lei, mentre mi racconta della sua amica ebrea Mabel, ringrazio quell’accento che rende persino sopportabile l’orrore di questa storia terribile.

Erano tempi di grandi passioni politiche gli anni Settanta in Argentina. La comunità ebraica era assai fiorente. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, il paese era stato popolato quasi interamente da stranieri, tra cui un gran numero di ebrei che durante la Seconda Guerra Mondiale vi avevano trovato rifugio dalle persecuzioni. A Buenos Aires, nel quartiere ebraico dell’Once, dove Rosa viveva, c’erano più di trentaquattro sinagoghe e un teatro yiddish ancora oggi attivo.

Insieme agli ebrei e a molti altri, arrivarono anche ex-ufficiali nazisti e SS: furono proprio loro ad addestrare i militari golpisti con cui condividevano le stesse idee razziste. Come tutte le grandi comunità, gli ebrei argentini erano divisi. I più tradizionalisti sopportavano, se non addirittura appoggiavano, la soppressione delle minime libertà civili che lentamente, ma inesorabilmente, in quegli anni aveva cominciato a colpire le voci più impegnate della società argentina. Altri, come Mabel Kitzler, erano invece fieramente decisi a combattere i soprusi, con ogni mezzo, anche con la lotta armata. Questo impegno era costato a Mabel l’allontanamento dalla famiglia, che non condivideva le sue idee, né tantomeno la sua adesione alle frange più estreme. Mabel, giornalista e traduttrice, e Rosa cantante, si erano conosciute perché la prima era la compagna dell’impresario della seconda. Ben presto questa conoscenza era diventata un’amicizia lunga e profonda, continuata anche dopo che entrambe si erano trasferite a Buenos Aires. E questo nonostante le dividesse l’approccio nella loro lotta: Rosa faceva parte del Partito Comunista, il cui mantra era che mai nessuno debba soffrire per le tue idee, Mabel era entrata nel braccio armato; nonostante il divieto da parte del Partito di frequentare chi avesse scelto la violenza, Rosa continuò a incontrare Mabel: avevano bisogno l’una del conforto dell’altra per superare le difficoltà sempre maggiori, che imponevano a Rosa di smettere di cantare e a Mabel di nascondere la sua attività, mentre piangeva l’assassinio del suo nuovo compagno. Mabel non era religiosa, ma profondamente ebrea ed è per questo che ha rischiato quello che ha rischiato, dice Rosa.

Mentre su Rosa pendeva una condanna a morte, emessa per tutti gli artisti e musicisti che non avessero volontariamente lasciato il Paese, Mabel lavorava sotto copertura in un’azienda di import-export, come traduttrice. Durante una visita a casa di Chela, una ragazza paraguiana che lavorava come donna delle pulizie nella stessa azienda, e del suo compagno Alberto, entrambi poco più che ventenni, si presentarono alla porta i militari. Alcuni compagni di Mabel avevano parlato sotto tortura e la giovane fu portata via, insieme a Chela e Alberto, vittime ignare di una lotta che non stavano combattendo.

In prigione, Mabel, bendata, torturata senza sosta, anche se era una donna molto fragile e sola, non denunciò nessuno dei suoi compagni, al contrario di altri uomini che erano stati arrestati con lei. Di Mabel, la sua compagna di prigionia, Anna Shanchez scrive: “Non so se la parola fragile si può impiegare per parlare d’una persona, ma io credo che quella sia la parola giusta, non posso dire debole perché mai, in nessun momento si e dimostrata cosi delicata, soave, educata, brava persona, nei peggiori momenti della sua vita dimostro sempre la sua forza, il suo coraggio di donna, dopo ogni interrogatorio tornavadistrutta, rimaneva molto silenziosa ed immobile per un po’, e dopo ci diceva: anche questa volta e stata molto dura, però neanche oggi hanno avuto nulla da me. Dopo si impegnava in darci forza e tutta la sua tenerezza, soprattutto a una ragazzina molto giovane che la chiamava Mamma Mabel”.

Quasi duemila persone furono uccise a seguito del golpe. E trentamila furono i desaparecidos. Nessuno sa con certezza dove e come Mabel sia scomparsa per sempre. Probabilmente fu gettata viva in mare da un aereo, una pratica molto utilizzata per “liquidare” senza tracce gli oppositori politici. Di certo, però, Mabel vive ancora nel cuore della sua amica Rosa e da oggi un po’ anche nel mio.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter