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E tutti ricorsero al contributo

Un racconto immaginario degli anni Settanta non è solo un’occasione per farsi strappare più di un sorriso, ma per riflettere anche (un pò) sulla nostra comunità

Questo è un testo di fantapolitica comunitaria scritto da due membri della comunità ebraica di Roma appassionati della serie di fantascienza “Urania” negli anni ’70 e pubblicato allora come allegato a un periodico. I personaggi sono immaginari ed ogni riferimento a fatti o persone reali può derivare solo dalla fantasia del lettore.

Il testo viene ripubblicato con il consenso degli eredi.

La mattina del 14 gennaio 1993 dall’Ufficio Tributi della Comunità Israelitica di Roma furono spediti gli accertamenti ai 6498 contribuenti.

Il Tempio maggiore a Roma

La Comunità, sopraffatta dal massiccio aumento della spesa, causato dall’aumento dell’organico degli insegnanti, dal decollo dei contributi, dalle molteplici attività dei centri giovanili, del Centro Culturale, del gruppo Ago e Cucito dell’ADEI e dall’allargamento geometrico dei costi di gestione dovuto all’introduzione del computer (la lotta all’assimilazione si era fatta serrata e il computer serviva soprattutto a combinare i matrimoni) voluta dal Segretario, era stata costretta a quadruplicare l’imposta già pesantemente ritoccata negli anni precedenti.

Il grosso degli accertamenti arrivò ai contribuenti la mattina del 17 gennaio e già in serata si formarono in Portico d’Ottavia i primi capannelli di gente che protestava rabbiosamente contro gli aumenti ritenuti immotivati.

Il Tempio maggiore poco dopo l’inaugurazione (1904)

Uno degli esponenti dell’opposizione anarco-socio-utopico-libertaria, un certo Terni, scatenò i suoi agit-prop che scesero in piazza (Giudia) esibendo cartelli contro la dirigenza comunitaria al grido: “Si vuole pareggiare il bilancio della Comunità Israelitica sulla pelle degli ebrei” ed altri slogan di vario genere.

Il tribuno in questione, prodotto ideologico di Marx, Proudhon e Sorel maldigeriti e di discussioni di cellula, riuscì a coagulare intorno a sé un enorme movimento di malcontenti, accomunati, più che da matrice ideologica comune, da coincidenti interessi economici di evasori fiscali.

Il Terni che, lavorando alle poste italiane godeva del terzo mese di malattia e quindi aveva tutto il tempo libero necessario, ebbe buon gioco nel sollevare la piazza; il malcontento ed il gusto della protesta si diffusero a macchia d’olio con una reazione a catena alla quale si unirono i commercianti, i professionisti e degli intellettuali (nessuno voleva essere più fesso degli altri).

In capo ad una settimana, verso il 22/23 gennaio l’Ufficio Tributi della Comunità ricevette 6491 ricorsi avverso al tributo.

L’antica piazza delle Cinque Scole

Alcuni degli stessi membri della Commissione Tributi avevano dato le dimissioni in segno di protesta contro l’accertamento loro pervenuto, il Presidente e alcuni Consiglieri su cui era ricaduto il peso dell’Ufficio Tributi,  sopraffatti dalla marea montante delle proteste, avevano assunto una linea rigida; in capo ad un’altra settimana verso la fine di gennaio furono notificati alla Comunità 6491 atti di dissociazione: 4912 ebrei si erano dissociati davanti ai loro notai e 1579 nelle sedi di Roma delle rispettive circoscrizioni.

Il primo febbraio del 1993 rimasero iscritti alla Comunità Israelitica di Roma il Rabbino capo dott. Aboaf, il segretario sig. Soprattutter, il Presidente Ing. Priverno, tre Consiglieri e Rav Lello Colombello.

La mattina del 2 febbraio il Consigliere e Vicepresidente rag. Campagnolo, noto per la sua maniacale conoscenza della legge della Comunità del 1930, convocati nei locali deserti degli Uffici della Comunità gli altri sei iscritti, pronunciò il seguente breve discorso:

“Stante la dissociazione di 6491 iscritti di questa Comunità io e gli altri sei contribuenti qui presenti siamo diventati a tutti gli effetti di legge gli unici proprietari e responsabili di tutto l’attivo ed il passivo di questa Comunità. Salvo i debiti e le somme ancora dovute allo Stato per contributi od altro, siamo quindi diventati proprietari ed abbiamo quindi la completa disponibilità dei seguenti beni:

  1. Il fabbricato del Tempio Maggiore
  2. L’edificio della scuola Vittorio Polacco – Sacerdoti
  3. L’edificio dell’Oratorio Di Castro
  4. I locali del Tempio di Via dei Veronesi
  5. I locali del Centro Culturale
  6. L’ospedale e Casa di Riposo della Magliana
  7. Le argenterie, i tessuti, gli Arredi Sacri e quant’altro pertinente al Culto fino ad ora custodito nei Templi di Roma e Perugia
  8. Una serie di altri beni immobili che sarebbe troppo lungo elencare.

Conscio delle difficoltà di gestire con le nostre forze un tale complesso di beni, io proporrei di prendere contatti con alcuni eminenti esponenti di alcune delle più forti Comunità ebraiche degli Stati Uniti”.

qui e sotto: l’ex ghetto all’inizio del Novecento

“Già fatto!” – intervenne il Segretario – “Come già fatto?” chiese Campagnolo con un’espressione seccata sul viso, mentre un coro di voci meravigliate si levava dagli altri cinque presenti. “Il Consiglio della Comunità – rispose Soprattutter – ha sempre giudicato positivamente la mia abitudine di fare, senza indugi, le cose che vanno fatte prima del voto dei consiglieri”. “Un momento – intervenne il Presidente Priverno, tacitando tutti gli altri con un gesto della mano “A che scopo sarebbero stati presi questi contatti?” “Ecco – disse con tono un po’ incerto il Campagnolo, sopraffacendo il Segretario – noi si pensava che certi beni come la Biblioteca della Comunità e gli arredi sacri sarebbero meglio utilizzati e protetti di quanto potremmo fare noi sette se fossero spostati presso le grandi Comunità americane che dispongono di fondi illimitati e musei dotati di grandi attrezzature scientifiche. Inoltre – aggiunse il Vicepresidente che non aveva mai nascosto la sua diffidenza verso certi ambienti di sinistra dell’ebraismo romano – l’attuale panorama politico non dà molti motivi di ritenere possibile la sopravvivenza di   una Comunità Ebraica a Roma in questa particolare situazione, e di conseguenza, occorre provvedere alla salvaguardia dei beni culturali”.

“Certo – aggiunse il Segretario – non bisogna dimenticare che a Praga, dove esiste il più bel museo d’arte ebraica e la più ricca biblioteca di Judaica d’Europa, non esiste più vita ebraica”.

Il rabbino Capo, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, chiede: “Insomma, quale sarebbe in concreto la vostra intenzione?”

“Vendere tutto in blocco agli Americani” – risposero tutto d’un fiato e all’unisono il Segretario e Campagnolo.

“Si mai sia matto!” – Chi aveva parlato era il Rav. Lello Colombello, noto per la sua xenofobia nei confronti di chiunque abitasse a più di un km dal Portico d’Ottavia – Quella è tutta robba de Roma. Robba nostra; agli Americani? Casomai in Israele.”

“Niente, niente – interruppe pratico il Segretario – quelli che pagano di più sono sempre gli Americani, e poi io l’ebraico non lo conosco.”

Il Presidente Priverno, che notoriamente era estremamente democratico, disse: “La sfiducia di Sopratutter e di Campagnolo in una possibile sopravvivenza di una Comunità Ebraica checchessia a Roma, e la loro prontezza a liquidare il problema in chiave puramente economica, mi meravigliano e mi addolorano. Io mi dichiaro fin d’ora contrario a qualsiasi forma di vendita, poiché ho fiducia che la maggioranza degli ebrei romani in breve pagherà e tornerà a riassociarsi.  Comunque ognuno esponga la sua opinione e poi si procederà alla votazione”.

Il primo Consigliere Schachtaberit, reduce da due settimane di lotta all’Ufficio Tributi, si alzò e con aria sconsolata, e dopo aver chiesto la parola, disse: “Il Presidente e Rav Colombello non si sono mai occupati di questa materia e quindi non possono conoscere le difficoltà che, anche negli anni passati, io e Campagnolo abbiamo dovuto giornalmente affrontare per la riscossione delle tasse. Date retta a me, questa gente non pagherà mai. Io non nascondo qualche perplessità, soprattutto sulle modalità della transazione, ma sono fondamentalmente d’accordo con Campagnolo e Sopratutter, abbiamo perduto la Battaglia del Tributo, cerchiamo almeno di vincere la Battaglia dell’ognun-per-sé”.

una veduta della “piazza” dall’alto

“Vediamo, vediamo – prese la parola il Rabbino Capo – secondo me il Colombello ha ragione, vendere agli Americani non sta bene, però anche il Campagnolo, il Segretario Sopratutter e Schachtaberit non hanno torto, la situazione non è delle migliori e se la nave affonda si salvi chi può, comunque sarà la maggioranza a decidere”.

Il secondo Consigliere, un tripolino di nome Adam Pashut tagliò corto: “passiamo ai voti”.

La votazione fu una faccenda di pochi minuti. Quattro voti favorevoli, due contrari e uno astenuto dettero una vittoria schiacciante alla tesi della vendita. Una volta presa la decisione politica, furono demandati tutti i particolari tecnici a Soprattutter il quale veniva assistito e tallonato da Campagnolo. Dopo questa storica seduta di condominio, il pomeriggio stesso del 2 febbraio Soprattutter riannodò i contatti momentaneamente sospesi per la votazione, e cominciò a ricevere offerte di ogni genere per telex da ogni parte d’America.

Un folto gruppo di importanti personalità del mondo ebraico americano aveva annunciato il suo arrivo per la sera del giorno seguente; il Commendatore, capelli bianchi al vento, che, chissà come, era venuto a conoscenza dell’arrivo che era stato tenuto rigorosamente segreto, intravedendo la possibilità di numerose fotografie accanto a personaggi illustri era andato a riceverli all’aeroporto Leonardo da Vinci, precedendo d’un soffio Soprattutter e Campagnolo.

Il gruppo degli americani, ognuno dei quali era opportunamente cartellinato, raggiunse il Commendatore, lo dribblò e si diresse con decisione verso Soprattutter e Campagnolo dei quali aveva ricevuto per telex le foto segnaletiche.

Un lungo corteo di berline nere si avviò velocemente verso Roma. L’incontro preliminare avvenne nella sala del Consiglio durante un party organizzato da Sopratutter.

l’originaria fontana di piazza giudia

Nel folto gruppo di invitati spiccavano, tra gli altri, i curatori di alcuni dei più importanti musei d’arte ebraica degli Stati Uniti:

  • Sylvia Plotkin del Judaica Museum, Phoenix, Arizona
  • Ruth Eis del Yudah L. Magnes Memorial Museum, Berkeley, California
  • Rabbi Haim Perelmuter del Morton Weiss Memorial Museum of Judaica, Chicago, Illinois
  • Sylvia Wiener del Bethel Temple Museum, New York
  • Joseph Grossman del Jewish Museum, New York

Tra gli altri, sorvegliato a vista da Mr. Yorbedson e Mr. Morettstein, due uomini di una Corporation specializzata nei problemi della sicurezza, si notava Rabbi Kesephstein della Central Synagogue di Wall Street. Rabbi Kesephstein, insieme ad alcuni uomini d’affari, aveva costituito in tutta fretta la G-D TRUSTING.CO, che aveva designato come plenipotenziario lo stesso Rabbi Kesephstein, stabilendo come cifra segreta da non superare la somma di $ 240.000.000.

Nel frattempo, tutto questo viavai di facce sconosciute e dall’area straniera non è passato inosservato a molti abitanti e frequentatori del Portico d’Ottavia, fra costoro il Terni, che aveva ormai un palchetto stabile davanti a Boccione. Quando si rese conto di essere rimasto tagliato fuori, corse ai ripari. La sera del 4 Febbraio il tribuno con il suo splendido italiano, a metà tra lo stile di Giorgio Manganelli e quello di Umberto Terracini, scrisse una lettera di Teshuvà nella quale faceva ammenda, si diceva disposto a pagare per intero la tassa comunitaria e chiedeva la riassociazione. La raccomandata con ricevuta di ritorno fu consegnata il giorno successivo, il 5 Febbraio, nelle mani del Rabbino Capo in persona. Nonostante il Terni non avesse fatto partecipe alcuno, neanche la moglie, di questo ravvedimento, il 6 Febbraio arrivarono negli ex uffici della Comunità 3091 lettere dello stesso tenore. Il Rabbino Capo, davanti agli altri sei proprietari riuniti in assemblea straordinaria disse: “Tutte queste richieste di riassociazione andrebbero esaminate attentamente dal Tribunale Rabbinico, ma qui di rabbini aderenti alla Comunità ci siamo io e Rav Colombello. Non mi pare che sia in numero sufficiente per formare un Tribunale Rabbinico regolare, comunque mi rimetto al volere della maggioranza”. Rav Lello Colombello che era estremamente infastidito da tutto quel traffico di gente sconosciuta che parlava inglese e che era noto per la sua suprema indifferenza per i fatti economici, colse l’occasione per tentare la rivincita: “Un Tribunale Rabbinico – disse – si potrebbe facilmente formare chiamando due rabbini da Firenze e Milano”. A questo punto il Vicepresidente Campagnolo chiese la parola e pronunciò quella breve allocuzione che sarebbe diventata famosa nei secoli successivi: “Quello che è detto è detto, quello che è fatto è fatto!” Rav Colombello indignato abbandonò la seduta, mentre il Rabbino Capo diceva: “Colombello ha ragione ma anche il Campagnolo non ha mica torto. E come dice il saggio Rabbi Theodor Kagan shel Napoli: “Mi shekibel kibel kibel, mi shenatan natan natan” che significa: “Chi ha avuto ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato ha dato”. Il Presidente Priverno, rimasto da solo a sostenere la necessità morale di consentire in qualche modo la riassociazione a coloro che ne avessero fatto richiesta, fu messo in minoranza, e delle 3902 lettere di Teshuvà si decise di non fare alcun conto. La seduta fu aggiornata.

Umberto Terracini

Il giorno seguente, 6 febbraio alle ore 7:00, si riunirono in gran segreto nell’ufficio del Rabbino Aboaf, il Vicepresidente Campagnolo, il Consigliere Schachtaberid, il Consigliere Adam Pasciut, il segretario Soprattutter e Rav Aboaf stesso da una parte, Rabbi Kesephstein, plenipotenziario della G-D TRUSTING. CO dall’altra. Fuori della porta stazionavano gli uomini della sicurezza Yorbedson e Morettstein.

Il Presidente Priverno e Rav Lello Colombello, programmaticamente contrari alla vendita, non avevano voluto partecipare alle trattative; il primo aveva dato la delega al Consigliere Schachtaberid e il secondo l’aveva data a Rav Aboaf.

Rav. Kesephstein entrò subito nel vivo del problema e avanzò le sue proposte; la G-D TRUSTING CO. Tramite una S.r.l. italiana, prontamente costituita con il nome IN.DI.NO.CO.*, avrebbe acquistato l’intero attivo e passivo della Comunità Israelitica di Roma e offriva per questo la somma di $ 200.000.000 da versare entro tre giorni ai sette proprietari.

La IN.DI.NO.CO. si riservava di utilizzare a sua discrezione gli stabili della Comunità, compresi quelli che ospitavano i Templi o le aree dove sorgevano edifici. Per quel che riguardava i beni artistici e culturali della ex Comunità (biblioteca, le argenterie e gli arredi in genere), la IN.DI.NO.CO. si dichiarava pronta ad ottemperare alle vigenti leggi italiane che facevano esplicito divieto alla vendita e all’esportazione di opere d’arte. I proprietari, ascoltate queste proposte, chiesero due giorni di tempo riservandosi di esaminarle in seduta riservata; l’incontro successivo con Rav Kesephstein fu fissato per la sera dell’8 febbraio. A Soprattutter fu dato l’incarico di raccogliere le proposte degli altri gruppi americani interessati e di farne una breve relazione per la sera stessa.

l’area che tratteggia il punto in cui era stata posizionata la fontana di piazza giudia

Nel frattempo, i curatori di vari musei d’arte ebraica degli Stati Uniti, presenti a Roma, resisi conto dell’impossibilità di trattare separatamente, si erano associati e avevano dato incarico di trattare al Rabbi Herman del Rabenovitz Museum and Archives di Chestnut Hill, Massachusetts.

Costui, incontratosi con Soprattutter, presentò l’offerta di $150.000.000 con la clausola che tutti i beni mobili (libri, argenti, tessuti ecc.) venissero spediti negli Stati Uniti. Il Segretario si riserbò di riportare l’offerta e di dare una risposta a breve scadenza.

Al cadere delle prime ombre qualcuno vide il Vicepresidente Campagnolo e il Segretario Soprattutter nei pressi dell’anfiteatro Marcello mentre parlavano furtivamente con un tale in caffettano nero e i calzoni alla zuava. Come si seppe in seguito costui era l’emissario di un gruppo di ortodossi di Ginevra e di Zurigo che, con il supporto della Finter Bank, tentavano di soffiare l’affare agli americani. Alle ore 21:00 del 6 febbraio, Soprattutter presentò all’assemblea dei proprietari la sua relazione sulle varie offerte ricevute. Dopo un attento esame, venne deciso di vendere alla G-D TRUSTING CO. cercando ovviamente di migliorare le condizioni.

Il mattino del 7 febbraio alle ore 9:00, alla seduta delle offerte della G-D TRUSTING CO., Soprattutter non si presentò. Lo si cercò dappertutto per l’intera mattinata senza successo, sembrava svanito. Ci fu un momento di costernazione e si affacciarono le ipotesi più strane. Alle 14:00 il Segretario riapparve con un sorriso serafico e nessuno riuscì a farsi dire dove era stato. Il resto della giornata, fino a notte inoltrata, fu impiegato nell’esame delle proposte della G-D TRUSTING CO. e nell’elaborazione delle bozze del compromesso di vendita. Si decise di chiedere 230 milioni di dollari e la garanzia che la tenuta della biblioteca, degli archivi e dei beni culturali in genere, venisse affidata a Rav Lello Colombello.

la “piazza”, oggi

Rav Lello Colombello, che nel frattempo aveva trascorso l’intera giornata pensando a cosa si potesse fare per bloccare l’operazione, quella notte ebbe il colpo di fulmine. Alle tre del mattino dell’8 febbraio telefonò al Presidente Priverno e gli chiese di convocare una seduta straordinaria senza spiegarne il motivo. Poche ore dopo, davanti a Rav Aboaf, a Campagnolo e agli altri che lo guardavano con aria interrogativa, Rav Colombello disse con aria sicura: “Signori, tutte le decisioni e i contatti fino ad ora presi non sono validi; noi sette non siamo gli unici proprietari dei beni della ex Comunità!” “Cosa intendi dire? – chiese Campagnolo con aria preoccupata – Chi sarebbero gli altri aventi diritto?” “I 14 vecchietti della Casa di Riposo della Magliana!” – disse trionfante il Colombello, riscuotendo uno sguardo di approvazione del Presidente Priverno e del Rabbino Capo – Oggi stesso, superando la mia ripugnanza per i lunghi viaggi, andrò alla Casa di Riposo e li metterò al corrente della nuova situazione che si è creata e dei loro diritti. Gli anziani in questione non si sono mai dissociati dalla Comunità in quanto soggetti sospesi dal pagamento del tributo a causa dell’età e delle disagiate condizioni economiche”. “Già provveduto”, intervenne Soprattutter, “ieri all’alba e per tutto il resto della mattina, mentre tutti mi cercavano ho contattato personalmente i vecchietti uno per uno e li ho convinti a firmare un atto di rinuncia a favore della Comunità, che saremmo noi; tutti hanno accettato senza difficoltà in quanto nullatenenti. Ieri pomeriggio stesso i 14 anziani sono partiti alla volta di New York con un volo speciale organizzato dalla G-D TRUSTING CO.  A New York verranno ospitati nel gerontocomio annesso al Mount Sinai Hospital, bagno privato e televisione in ogni stanza. Il loro mantenimento verrà assicurato dalla Jewish Life Insurance L.T.D. che è azionista della G-D TRUSTING CO.”.

il portico d’Ottavia

“Bravo Soprattutter! – intervenne Rav Aboaf – Hai fatto veramente una mitzvà”. La sera stessa, nell’incontro che si tenne tra i proprietari della ex Comunità e Rav Kesephstein per conto della G-D TRUSTING CO., venne siglato il contratto definitivo di vendita. La IN.DI.NO.CO. che si sostituiva formalmente alla G-D TRUSTING CO.  accetta senza difficoltà di versare 30 milioni di dollari in più della precedente offerta e di affidare a Rav Lello Colombello la cura dei Beni Culturali.

Oggi, a tre anni di distanza da questi avvenimenti, IN.DI.NO.CO. che ha sistemato i suoi uffici in via Balbo, è una fiorente società che si occupa tra l’altro dell’esportazione di arredi sacri, che vengono fabbricati copia conforme (the real thing) nei suoi stabilimenti sulla via Tiburtina. Mister Soprattutter è ora Chairman Development e si occupa della commercializzazione del prodotto. Oggi ognuno dei 99 musei di arte ebraica esistenti nel mondo può acquistare per meno di $2.000.000 una copia in vero argento della collezione di argenteria rituale ebraica di cui è proprietaria la IN.DI.NO.CO.

La messa a punto delle ristampe anastatiche dei libri antichi della Comunità Israelitica è stata affidata alla tipografia Giuntina di Firenze. Anche in questo settore ci sono numerose prenotazioni.

via della Reginella segnava uno dei confini dell’ex ghetto

L’edificio del Tempio Maggiore, che non era mai piaciuto a nessuno, è stato demolito, perché superato e di difficile utilizzazione. Nell’area così ottenuta sorge ora uno splendido fabbricato di 40 piani in vetro e acciaio con uffici, un grande albergo, tre cinema, quattro banche, tre grandi magazzini e 112 boutiques. La IN.DI.NO.CO., che è proprietaria dell’edificio, fortemente interessata ad attrarre una grande quantità di turisti ebrei americani lo ha chiamato The Menorah Shopping Center.

Fantachavorà

* IN.DI.NO.CO. –  IN D-O. NOI CONFIDIAMO

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